Comunità, Deserto, Quotidiano, Tentazioni, Conversione… 
Un libro da leggere tutto d’un fiato, o da centellinare parola per parola, l’ultima fatica letteraria di Giorgio Pieri, che da oltre vent’anni svolge il suo servizio per la Comunità Papa Giovanni XXIII accanto ai carcerati. Gli abbiamo rivolto qualche domanda sul libro “La comunità che guarisce” edito da Sempre Editore.
A cinque anni dal tuo libro “Carcere. L’alternativa è possibile”, hai scritto un libro sulla dimensione comunitaria. Come ti è venuto in mente? Che cosa hai voluto dire?
«Ho maturato la convinzione fortissima che la comunità, oltre ad essere un luogo di espiazione della pena, è anche un luogo di cura, terapeutico. L’ho sperimentato in questi 22 anni di condivisione. Andando a fondo nella vita di condivisione ho cercato di capire perché, quali sono le caratteristiche della comunità, e questo libro mi ha permesso di approfondirlo. L’ho fatto attraverso l’analisi di alcune parole e alcune brevi storie».
Appunto, brevi paragrafi che spiegano alcune parole a partire dalla loro etimologia, e poi le storie dei recuperandi. Come hai pensato a questo stile?

Una storia a cui sei affezionato
«Mentre scrivevo mi sono accorto che era la storia di Benedetto. Più passano gli anni più mi rendo conto che Dio ha fatto la storia attraverso di lui. Attraverso le sue fragilità mi ha educato ad affrontare i problemi dei recuperandi. È stato il primo accolto ma poi è stata la mia spalla. È citato più volte nel libro».
Anche se non mancano le cadute, le contraddizioni, colpisce uno sguardo positivo che posi su ogni persona, quale è il segreto?
«Anzitutto la misericordia nasce dall’esperienza che l’errore, la caduta e il fallimento appartengono alla mia vita personale. Le difficoltà che incontro nelle storie dei ragazzi spesso mi appartengono.

Chiaramente questo sguardo diventa bello quando è riempito dello sguardo di Dio».
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