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15 Aprile 2026
Ultima modifica: 15 Aprile 2026 ore 08:42

Saran e la nuova generazione che sfida la violenza sulle donne

Dalla comunità maliana di Torino, una giovane studentessa universitaria impegnata ad abbattere i pregiudizi e prevenire lo sfruttamento
Saran e la nuova generazione che sfida la violenza sulle donne
Foto di Saran Doumbia
Saran ha 21 anni, studia cooperazione internazionale a Torino. È una delle giovani protagoniste della campagna social @vocipari del progetto ALMA, dove ragazze e ragazzi di origini diverse si uniscono per combattere la violenza sulle donne migranti. La sua testimonianza è fatta di dialogo tra differenze culturali e religiose, dalla voglia di conoscere, confrontarsi e cambiare il mondo puntando sulla dignità umana, grazie alla Comunità di don Oreste Benzi.
C’è una nuova generazione che invece di restare inerme ad osservare prende la parola, si confronta e inventa nuove strategie per diffondere la cultura del rispetto. Saran è una di queste voci. A 21 anni, studentessa di Scienze internazionali della cooperazione e dello sviluppo, è attiva nella comunità maliana di Torino e nell’associazionismo studentesco. Ma soprattutto è parte di qualcosa di più grande: una rete di giovani, ragazze e ragazzi,con background diversi – italiani, rumeni, albanesi, indiani, pakistani, colombiani, nigeriani, peruviani, camerunensi – uniti per un obiettivo comune: prevenire la violenza sulle donne migranti. Anche (e soprattutto) partendo dai social.

ALMA: molto più di un progetto contro la violenza

Il suo incontro con il progetto intitolato ALMA. Comunità etnico-religiose in rete contro lo sfruttamento delle donne migranti e finanziato dal Dipartimento per le Pari opportunità - Presidenza del Consiglio dei ministri, nasce quasi per caso, ma diventa subito qualcosa di significativo, grazie ad un passaparola. Non si tratta del solito progetto contro la violenza ma di un percorso fatto di piccoli passi, di incontri con culture e comunità religiose - quella musulmana ma anche quella cattolica, evangelica e buddista - di scambio di idee e di ricerca di valori universali per rimettere al centro la dignità della donna e la cultura del rispetto tra ragazzi e ragazze.
«Ho conosciuto il progetto ALMA della Comunità Papa Giovanni XXIII attraverso una mia parente e devo dire che mi ha fatto molto molto piacere, perché trovo che queste attività siano una cosa che possano dare di più al mio bagaglio culturale».
Per Saran, partecipare agli incontri di sensibilizzazione, alla formazione e soprattutto alla realizzazione di messaggi per la nuova pagina social @vocipari significa crescere, confrontarsi, ascoltare. «Il progetto ALMA è un'opportunità fuori dall'ordinario di confrontarsi, di dibattere e di scambiare idee, che è sempre utile alle nostre generazioni».
E Saran non è nuova a queste esperienze. Dal Black History Month di Torino, che valorizza ogni anno l'empowerment delle donne protagoniste nell'arte e nello sport, fino agli incontri con giovani di altre città, il dialogo interculturale è già parte della sua vita. 

Diverse visioni del mondo, un’unica direzione

«Di questo progetto mi ha colpito soprattutto lo stile non violento, di dialogo con tutti nonostante le differenze e mi fa davvero piacere conoscere giovani di città diverse che la pensano come me. Mi piacerebbe anche che un tema così importante come la dignità della donna e la prevenzione alla violenza fosse sempre più presente anche nella mia università. Devo dire che già si fa molto per esempio con lo sportello di ascolto e di supporto psicologico». Ma rilancia: «Sarebbe molto utile sensibilizzare gli studenti come me magari con un evento ad hoc in rete con le associazioni di studenti, come la ASLM Piemonte di cui faccio parte fondata proprio dalle donne circa trent'anni fa». Perché la sua generazione ha bisogno di parlarne davvero. Senza filtri.
Uno dei momenti più intensi è stato il confronto diretto tra giovani con esperienze diverse, dai 18 ai 30 anni, giovani pari di diverse province italiane, da Modena ad Ascoli Piceno, da Torino a Massa Carrara. «È stato bellissimo che ognuno nei nostri incontri possa dire la sua opinione, perché ognuno ha le sue esperienze, le diverse tradizioni e culture possono offrire un grande contributo al cambiamento in questo nostro tempo così segnato da violenza anche tra i giovani. Non solo violenza fisica ma anche online, psicologica». Quella che non si vede ma lascia una traccia profonda.
Un dialogo che non resta teorico ma si traduce in volontà di continuare a portare questo stile di ascolto aTorino anche da parte dell'associazione maliana che in futuro vorrebbe offrire maggior supporto alle donne non solo attraverso mediazione, orientamento, aiuto linguistico e lavorativo. C'è un sogno nel cassetto infatti: «istituire un centro di ascolto per le donne maliane che ne necessitano».
 

I temi più urgenti: mutilazione genitale e sfruttamento della donna

Per Saran ci sono priorità chiare. Una su tutte la mutilazione genitale femminile «perché è una pratica molto diffusa non solo nelle donne del nostro paese ma anche in quelle che provengono da diverse aree dell'Africa e dell'Asia. Una delle tematiche che mi ha più stupita inoltre è stata quella che ci ha raccontato, in uno degli incontri tra giovani peer, una vittima di tratta e sfruttamento sessuale, una giovane come me sopravvissuta. È stata un'esperienza forte e molto impattante perchè non avevo mai sentito il vissuto e il riscatto di una mia coetanea in modo così diretto con la possibilità di mettermi nei suoi panni, ringraziarla per la sua condivisione e anche augurarle il meglio per il suo futuro».
Ascoltare storie vere, senza filtri, cambia il modo di vedere il mondo. E rafforza l’urgenza di azioni concrete per cambiare rotta.
Saran invita anche a fare di più nelle istituzioni. Specie a scuola. «A scuola si dovrebbe parlare di più di non violenza… vediamo come sta crescendo oggi il tasso di femminicidio. In città diverse, verso donne di ogni cultura, età ed estrazione sociale. «Bisogna dare più spazio alla prevenzione e anche alla educazione affettiva. Nel mio percorso scolastico per esempio, non mi è mai capitato di assistere a una lezione in cui si trattavano questi temi».
Una sfida aperta.

Social sì, ma vanno usati bene

Uno degli aspetti più vincenti del progetto di prevenzione a cui la giovane maliana ha preso parte con entusiasmo riguarda i social. Saran non è una creator, lo dice chiaramente. «Non sono una persona che per esempio posta tanto o scrive commenti su ogni post. Sono per lo più una spettatrice come moltissimi miei coetanei».
Ma riconosce il potere dei social e quanto siano importanti per diffondere rispetto e dignità di ogni persona. «Molti giovani si informano proprio attraverso i social tutti i giorni, e per questo, secondo me, è molto importante condividere contenuti sui comportamenti dannosi contro le donne e soprattutto sulla cultura del rispetto e della non violenza tra pari. Ecco perchè riguardo alla comunicazione social è molto importante il modo in cui lo si fa. Non con impulsività e con modalità aggressive o uno stile che punta il dito. «Il nostro gruppo di giovani peer cerca di usar bene Instagram: prima ci formiamo sui temi che vogliamo trattare e poi, col supporto di esperti di comunicazione, prepariamo contenuti che non solo raccontino le varie forme di violenza ma anche che lancino messaggi per cambiare comportamenti e linguaggio costruendo rispetto, positività e consapevolezza nei rapporti tra ragazzi e ragazzi».
E in un tempo in cui molto spesso si parla spesso sopra i giovani, Saran e gli altri giovani - impegnati in questo anno insieme a lei a prevenire la violenza - dimostrano che quando si dà loro spazio, sanno cosa fare. Anche online.


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