Enesi, una bambina zambiana, è stata strappata alla morte per fame grazie ai centri nutrizionali del progetto Rainbow, che salvano la vita a migliaia di bambini
«Enesi aveva occhi grandi e vestiti troppo ampi. Stava in braccio alla nonna e non aveva la vivacità di una bimba di 3 anni. Visitandola al centro nutrizionale di Nkwazi, abbiamo capito che le sue condizioni erano molto gravi. Aveva un edema di terzo livello, che le aveva causato ulcere sulle gambe. Non c’era tempo da perdere, siamo saltati in macchina e l’abbiamo portata in ospedale.»
Il volto della malnutrizione
Siamo nel 2012, ci troviamo a Ndola, in Zambia, e la nutrizionista Stefania Moramarco ha da poco iniziato a collaborare con il Progetto Rainbow, modello di intervento a sostegno dei bambini orfani dell'AIDS e di altri minori in situazione di vulnerabilità.
Ha meno di 25 anni ed è la prima volta che si trova davanti un caso di malnutrizione così grave. I libri non l’avevano preparata a questo. Inizia a sperare che i medici riescano a salvarla. Dopo dieci giorni di ricovero, Enesi viene dichiarata fuori pericolo.
La strada per il pieno recupero è però solo all’inizio: ora deve ricominciare a prendere peso.
Viene così ammessa nel programma del centro di Nkwazi. Insieme alla nonna, inizia a frequentare le attività del protocollo nutrizionale una volta a settimana. Viene pesata regolarmente e le viene misurato il MUAC, un braccialetto dai diversi colori consigliato dall’UNICEF che serve per definire il livello di malnutrizione misurando la circonferenza del braccio a metà strada tra la spalla e il gomito.
Insegnare a nutrire significa salvare vite
La nonna partecipa a dimostrazioni di cucina per imparare ricette semplici e bilanciate preparate con ingredienti locali e frequenta lezioni sull’igiene, perché le infezioni possono avere conseguenze molto gravi su un fisico già debilitato. Riceve anche un supplemento alimentare per preparare i pasti a casa, perché Enesi ha bisogno di mangiare sempre, non solo quando è al centro.
Con il passare delle settimane i suoi parametri migliorano e dopo circa 4 mesi viene dimessa. Resta però una bambina a rischio, soprattutto per la situazione familiare.
Spesso bisogna mettere da parte la teoria dei libri per costruire un percorso su misura
Malnutrizione: un intreccio spietato
Perché la malnutrizione raramente ha una sola causa. Nasce dall’intreccio tra povertà, insicurezza alimentare, scarso livello di istruzione di chi si occupa dei bambini, servizi sanitari inadeguati, mancanza di igiene e scarso accesso all’acqua pulita. Un circolo vizioso difficile da interrompere: intervenire su uno solo di questi fattori non garantisce che un bambino sia fuori pericolo.
Quando Stefania e l’operatrice locale Maxildah si recano a casa della famiglia per verificarne le condizioni di vita, la povertà salta prepotentemente ai loro occhi. L’abitazione è piccola, priva di acqua e di elettricità, la latrina è esterna. Parlando con la nonna, scoprono una verità finora nascosta: in realtà lei non è la nonna, ma la nuova moglie del nonno, ed entrambi hanno problemi di dipendenza dall’alcol.
L'abbandono
Enesi, inoltre, non è orfana, come inizialmente raccontato, ma la sua mamma non vuole più saperne di lei perché si è risposata e ora ha una nuova famiglia. Del padre non si hanno notizie.
In un contesto del genere, una ricaduta nella malnutrizione è altamente probabile. Si decide così di iscrivere la bambina alla scuola materna, dove può almeno mangiare un pasto completo e bilanciato al giorno.
Quando il nonno muore, la nonna acquisita comunica a Stefania e Maxildah che non vuole più prendersi cura di Enesi.
I centri nutrizionali di Rainbow in Zambia salvano vite, ecco la storia di Enesi.
Foto di Archivio Condivisione fra i Popoli
I centri nutrizionali di Rainbow in Zambia salvano vite, ecco la storia di Enesi.
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Nei centri nutrizionali in Zambia si usa il MUAC, un braccialetto graduato e colorato per misurare la circonferenza del braccio sinistro e valutare rapidamente lo stato nutrizionale dei bambini
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Il momento del pasto in uno dei centri nutrizionali del Progetto Rainbow in Zambia
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Una nuova mamma per Enesi
Vengono allertati i servizi sociali, ma i tempi burocratici sono così lenti che loro stessi suggeriscono a Maxildah di prendere in custodia la bambina.
Con una semplice dichiarazione della polizia, Enesi si trasferisce da lei. Ha 9 anni e porta le ferite dell’abbandono addosso, ma è viva e giorno dopo giorno inizia a chiamare “mamma” sia Maxildah che Stefania. Qui in Zambia mamma è chi si prende cura di te.
Il tempo passa, oggi Enesi ha 16 anni. È un’adolescente riservata e abbastanza ribelle, che sta facendo i conti con il suo passato. Frequenta il penultimo anno delle superiori e conosce l’inglese. Sa come prendersi cura della casa, una competenza molto importante per la cultura locale. Sogna un futuro diverso.
Un modello virtuoso
Negli anni Stefania ha incontrato tante storie come quella di Enesi e ognuna – con i suoi volti, le sue fragilità e le bellezze di questa terra – ha rafforzato in lei il desiderio di approfondire la conoscenza della malnutrizione e di verificare l’efficacia del Progetto Rainbow. Dopo 8 anni sul campo come nutrizionista iscritta all’albo zambiano, nel 2020 rientra in Italia e prende un dottorato in salute pubblica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Oggi coordina a distanza gli 11 centri nutrizionali del Progetto Rainbow nelle città di Ndola e Kitwe: punti di riferimento preziosi per le comunità locali che ogni anno assistono circa 1.200 bambini dai sei mesi ai cinque anni di età con una percentuale di cura superiore al 97% e una mortalità inferiore all’1% (il resto dei bambini si trasferisce o abbandona il programma). Risultati migliori di quelli richiesti dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’UNICEF, ottenuti grazie alla stretta collaborazione con le strutture sanitarie locali e alla fiducia delle mamme, che spesso usano il passaparola per sensibilizzare e informare sulle attività dei centri.
Accanto al coordinamento, Stefania supervisiona le pubblicazioni scientifiche che studiano l’efficacia del programma nutrizionale, la sua sostenibilità e l’ipotesi della sua riproducibilità in altri contesti.
Oltre ai protocolli
Collabora inoltre alla formazione degli studenti delle facoltà mediche che, grazie a una convenzione con l’università, svolgono tirocini sul campo. Un’esperienza che spesso orienta le scelte di vita e li aiuta a comprendere perché sia ancora difficile debellare la malnutrizione e perché la cura chieda prima di tutto il mettersi in gioco con una grande umanità.
Quando, per esempio, arriva un bambino affetto da disabilità che è impossibile curare nei quattro mesi previsti dai protocolli internazionali, non si può far finta di niente. O quando arriva una mamma che non sa cosa abbia suo figlio e non ha nemmeno idea di cosa sia una diagnosi, non ci si può girare dall’altra parte.
Spesso è necessario mettere da parte la teoria dei libri e dei protocolli per costruire un percorso su misura: un supporto alimentare extra, la fisioterapia, il sostegno scolastico, l’ascolto di una mamma in difficoltà.
Un'attenzione speciale per ogni bimbo
Grazie a questo approccio attento ai bisogni del singolo bambino e alla formazione di operatori locali competenti che oggi gestiscono le attività in autonomia, garantendone la sostenibilità, dal 1998 ad oggi il Progetto Rainbow ha salvato migliaia di vite: non numeri, ma volti e storie che con la loro unicità non smettono mai di stupire. Anche Stefania, che ormai ne ha viste tante.
3 gemelli che lottano per la vita
I 3 gemellini salvati dalla malnutrizione dai centri nutrizionali del progetto Rainbow in Zambia
Foto di Archivio Condivisione fra i Popoli
E così a gennaio 2026 è arrivato l’ennesimo caso speciale nel centro nutrizionale di Chipulukusu: Adrian, Ariana e Anabel, ben 3 gemelli di quattro mesi. Piangevano e mangiavano già il porridge con il biberon perché la mamma non aveva latte.
Gli operatori locali hanno pagato per loro il trasporto per una visita all’ospedale pediatrico della città Arthur Davidson, ma qui non avevano il latte in polvere necessario per curarli e così la nutrizionista ha chiesto aiuto al Progetto Rainbow, anche se non avevano ancora compiuto sei mesi. Oggi ne hanno dieci e stanno lottando. Grammo dopo grammo, centimetro dopo centimetro. Proprio come Enesi quattordici anni fa.
E mentre la storia va avanti, noi ci auguriamo che anche per loro ci sia una possibilità.