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20 Giugno 2020

La mia vita in Bangladesh

Come trascorre la giornata un missionario in Bangladesh? Come il coronavirus influenza la vita di chi vive in questo Paese asiatico? Ecco la testimonianza di Antonio Urbinati missionario in Bangladesh da più di 10 anni.
Sono le 5:30 di un giorno qualunque.
Nella casa famiglia di Antonio suona la sveglia.
Lui si alza subito, non c’è tempo da perdere. In casa sono in 18 e c’è sempre tanto da fare.
Un aiuto ai ragazzi disabili e poi i bambini da preparare per la scuola.
Inizio di giornata frenetico, preludio di tanti impegni che lui però affronta sempre con il sorriso di chi ha fatto della condivisione diretta la propria scelta di vita.
 
«Quando una cosa ti piace, non ti pesa» ammette candidamente. «Non vado mai a letto pensando “Oggi ho fatto una gran fatica”. E la mattina non vedo l’ora di alzarmi».

 
Originario di Rimini, dopo una gioventù un po’ strana, come lui stesso la definisce, Antonio conosce l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII nel 2006 e 2 anni dopo parte per un’esperienza di volontariato in Bangladesh.
«All’epoca qui non c’era niente - racconta - e con la prospettiva di questo niente sono partito. Da allora sono passati più di 10 anni».
 
Il “qui” è Chalna, villaggio molto isolato nel sud del Paese.
«Chalna è lo scarto del Bangladesh - prosegue Antonio - tecnicamente è circondato dall’acqua, è un’isola».
Negli anni la missione si è poi ampliata tanto che oggi accoglie circa 80 persone, offrendo anche numerosi servizi alle persone più povere che vivono nell’area.
 
«Abbiamo un doposcuola per gli studenti, un asilo per i più piccoli che altrimenti trascorrerebbero il tempo per le strade e diverse classi di cucito e cartapesta per i bambini e i ragazzi disabili. Abbiamo anche una mensa che distribuisce 1.000 pasti al giorno. Una volta a settimana i bambini possono frequentare una scuola calcio».

La missione mi ha aiutato a vedere il lato positivo delle cose
Antonio Urbinati

 
Molto significativo è anche l’aiuto che viene dato in ambito sanitario.
«Tante persone vengono da noi con le ricette mediche - confida Antonio – e noi le aiutiamo a comprare le medicine perché qui non c’è la mutua come in Italia. Nel nostro centro di fisioterapia, invece, curiamo gratuitamente chi ha bisogno. Ci sono tanti bambini cerebrolesi e noi cerchiamo di creare per loro biciclette o carrozzine personalizzate».

A costruirle è quasi sempre lui. Portato per i lavori manuali, si è appassionato alla realizzazione di mezzi di trasporto che possano rendere autonomi questi piccoli. A partire da Gabriel, uno dei bambini a cui sta facendo da papà.
«È arrivato che aveva quasi 4 anni - ricorda Antonio - senza gambe e con un braccio solo, il sinistro. Per prima cosa abbiamo creato per lui una bicicletta a tre ruote con un pedale al contrario. L’anno scorso gli abbiamo invece progettato una macchina. Per ultimarla ci abbiamo messo un anno, ma ora vedessi come si diverte!».
 
Questa è solo una delle tante attività di cui Antonio si occupa quando è libero dai numerosi impegni di casa famiglia.
Oltre agli ausili, segue anche le adozioni a distanza e i lavori di manutenzione alle 4 case famiglia e alle numerose casette della missione.

Bambino in carrozzina
Nel centro di fisioterapia a Chalna in Bangladesh viene curato gratuitamente chi ha bisogno. Antonio Urbinati, missionario della Comunità Papa Giovanni XXIII, crea per i bambini disabili delle biciclette o carrozzine personalizzate

 
«Fin da quando avevo 14 anni ho fatto tanti lavori – ricorda - anche perché per campare dovevo lavorare. Mi è sempre piaciuto imparare. Imparavo un lavoro e poi cambiavo. Non mi sono specializzato, ma qui sono 40 anni indietro rispetto all’Italia, quindi le mie conoscenze sono lusso!»
 
Verso le 11 di mattina arrivano poi a casa i ragazzi disabili e da “Mastro Geppetto” Antonio torna a fare il papà.

«Li laviamo e diamo loro da mangiare. Poco dopo è la volta dei bambini. Nel pomeriggio i primi tornano nelle classi speciali, i secondi vanno al doposcuola. Quando tutti sono a posto vado a riposarmi un paio d’ore, anche perché fino all’1:30 di notte non riesco mai ad andare a dormire».

Come il coronavirus ha cambiato la vita in Bangladesh

Da quando il coronavirus è arrivato in Bangladesh, la sua vita, come quella degli altri missionari, è diventata ancora più intensa.

«Abbiamo chiuso la missione quasi subito, prima che uscissero i provvedimenti governativi», racconta Antonio. «È stato necessario per proteggere i tanti disabili accolti che hanno problemi respiratori. Dei 100 operai che abbiamo in missione, sono rimaste con noi solo 8 donne che ci aiutano nella mensa.
Di difficoltà io ne vedo sempre poche perché tutto si risolve. Al momento la difficoltà maggiore è vivere tutti insieme 24 ore su 24. Devi fare qualcosa e hai i bambini attorno... io però do loro un cacciavite per giocare e vado avanti!»

Antonio parla della sua vita con una semplicità e una positività disarmanti.
«La missione mi ha aiutato a vedere il lato positivo delle cose», dice convinto. Una positività che sta trasmettendo ai suoi figli.
«In missione abbiamo un piccolo allevamento di capre. I bambini si divertono, danno loro da mangiare e da bere. Pochi mesi fa sono nati due capretti e sapete come li hanno chiamati? Corona e virus!».
Il suo è un modo per stemperare la preoccupazione, aspettando che questo momento particolare passi.

Puoi aiutare la missione in Bangladesh

«Per finire voglio rassicurare tutte le persone che ci stanno aiutando con le adozioni a distanza. Anche se i vari progetti sono stati sospesi, noi continuiamo a distribuire generi alimentari. Il vostro è un aiuto fondamentale e per questo vi ringraziamo di cuore. Se potete continuate a sostenerci!».