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4 Luglio 2026
Ultima modifica: 4 Luglio 2026 ore 08:44

La rivoluzione dei The Sun: «Il nostro Fuoco dentro è uno schiaffo che risveglia»

Il frontman Francesco Lorenzi ripercorre il buio, la crisi e la rinascita della band vicentina che ha cambiato tutto senza perdere la propria forza.
La rivoluzione dei The Sun: «Il nostro Fuoco dentro è uno schiaffo che risveglia»
Foto di The Sun
Un'intervista intensa: dal veleno degli eccessi alla crisi che ha stravolto la band, fino all'incontro con Papa Leone XIV e alla responsabilità verso i giovani. «Le nostre canzoni? Feritoie in cui passa la grazia».
C’è stato un tempo in cui i The Sun Eats Hours riempivano i palazzetti tra Europa e Giappone a colpi di punk rock, collezionando centinaia di concerti e suonando insieme a grandi band internazionali del calibro dei The CureThe OffspringMisfits, Muse, giusto per citarne alcune. «Band di cui avevo il poster in camera quando ero bambino», racconta Francesco Lorenzi, frontman della band vicentina dei The Sun.
Nel 2004 vengono premiati come miglior punk band italiana nel mondo: un sogno fatto di eccessi e una rabbia generazionale che sembrava non bastare mai. Poi, nel 2007, all’apice del successo internazionale, qualcosa si rompe. Francesco Lorenzi, classe 1982, sperimenta il vuoto profondo di una vita che gli sta scivolando via. E poi quella domanda: «Ma io, ho mai amato qualcuno davvero?» non segna la fine della band, ma l'inizio di una resurrezione.
Una metamorfosi profonda che lo stesso Lorenzi ha poi raccontato nei suoi libri “La strada del Sole” e “I segreti della Luce” (ed. Rizzoli/BUR).

Oggi i The Sun sono tra le più importanti realtà nel panorama della Christian Music italiana, anche se non amano rientrare in questo “recinto”. Hanno abbracciato la fede e hanno trasformato il rock in uno strumento di testimonianza e risveglio delle coscienze.
Il loro ultimo album, Fuoco dentro, il quarto dopo il cambiamento, non fa sermoni, ma condivide un cammino «che porta calore e speranza». Abbiamo incontrato per i lettori di Semprenews ,Francesco Lorenzi per capire come si possa, oggi, tornare ad accendere il cuore.
 
Foto di The Sun
 
Nel 2004, come The Sun Eats Hours, eravate la miglior punk rock band italiana nel mondo: palazzetti pieni, tour internazionali e molti eccessi. Che sapore aveva quel successo e in quale momento ha iniziato a diventare tossico?
«Il successo dei Sun Eats Hours sapeva di adrenalina, di sogni d’adolescenza realizzati, di tanta fatica e spirito di abnegazione, ma anche della sensazione illusoria di poter fare quasi tutto quel che si voleva. Vivere quel grande sogno, suonare più all’estero che in Italia e girare tanti Paesi era incredibile, ma quel sapore è diventato tossico quando la musica ha smesso di essere condivisione, semplicità, amicizia, ed è diventata un mezzo per raggiungere altro. Il veleno è subentrato silenziosamente, quando eccessi con alcol, droghe e in generale una vita superficiale, si stavano prendendo il meglio di noi.»
 
Nel 2007, nel bel mezzo di un tour da oltre cento date, qualcosa si è incrinato. Cosa si è rotto dentro di te mentre eri sul palco? Come gestivi la schizofrenia tra l'idolo acclamato dal pubblico e l'uomo nel privato?
«Durante la tournée in supporto all’album The Last Ones (102 concerti in 10 stati tra Europa e Giappone), dopo i clamori degli inizi, provai una solitudine spaventosa.
Si stava palesando ai miei occhi un inganno: capii che stavo idealizzando un'immagine di felicità fasulla. Gestivo quella schizofrenia sdoppiandomi: sul palco ero uno che ci sapeva fare mantenendo l’identità del proprio ruolo punk rock, ma appena scendevo e tornavo in hotel, restavo attanagliato tra domande e un senso di vuoto. Ero diventato schiavo della maschera che indossavo, come tanti altri colleghi, d’altronde. Iniziò a farsi largo in me la consapevolezza che avevo una responsabilità educativa verso i più giovani, che però stavo rifiutando. Quello fu l’inizio di una grande e benedetta crisi.»

DAL SILENZIO ALLA RISCOPERTA DELLA FEDE

Nel 2008 arriva la decisione radicale: stop all’inglese, stop agli eccessi e il riavvicinamento al cristianesimo. Come è avvenuta questa “trasfigurazione”?
«La "trasfigurazione" non è stata un colpo di fulmine, ma un processo di costante cesellatura cercando sempre più di guardarmi dentro con l’obiettivo di incontrare me stesso autenticamente, avendo come meta anche un più solido livello di onestà intellettuale ed esistenziale. Ero arrivato al punto di non ritorno: o cambiavo o rischiavo di distruggermi. Ho deciso di fermarmi, di fare silenzio e di guardare in faccia quel vuoto. Il riavvicinamento al cristianesimo è nato dalla riscoperta della Parola: divenne trampolino di vera libertà e di vita piena che parlava direttamente alle mie ferite. Lasciai che il Signore potesse operare in me, e questo avvenne per mezzo di una nuova apertura alla preghiera, giorno dopo giorno.»
 
Tutta colpa di tua mamma? Cosa ha toccato le tue corde più profonde in quella riscoperta della fede? E cosa inizi a fare?
«Lei è stata uno strumento della Provvidenza. Non mi ha giudicato, mi ha accolto e mi ha semplicemente suggerito di andare a fare un'esperienza. Nel teatro della parrocchia dove andai quella sera, con mia grande sorpresa incontrai ragazzi e ragazze con una vita semplice, ma luminosa, vera, senza dubbio più autentica della mia. Quella gioia pulita ha toccato le mie corde più profonde. Ho iniziato a fare le cose più semplici, cercando di seguire l’esempio di chi mi pareva avesse qualcosa da insegnarmi senza dover usare molte parole: frequentare i sacramenti, leggere il Vangelo, pregare ogni giorno e vivere un’ora di Adorazione eucaristica settimanale, il tutto coltivando amicizie fraterne. Gesù iniziò a mostrarmi con chiarezza le catene che io stesso mi ero inflitto divenendo schiavo di varie cose, e mi diede anche i mezzi e la volontà per uscire da tante situazioni ambigue che mi toglievano libertà, quella autentica.» 

The Sun 2023 in concerto a Bergamo
Foto di The Sun

LA REAZIONE DELLA BAND E IL PREGIUDIZIO ITALIANO

Davanti a un cambiamento così drastico, come hanno reagito gli altri membri della band?
«Inizialmente hanno pensato che fossi letteralmente impazzito. Discograficamente avevamo un futuro roseo di fronte a noi con la possibilità di andare finalmente anche negli Stati Uniti, ma io stavo bloccando tutto. C'è stata tensione e paura. La scelta di scrivere in modo differente mi mise in una posizione di debolezza e fragilità: niente più disco in uscita, niente tournée, l’imbarazzo di colleghi e agenti. Fu nella preghiera che trovai la forza di una chiamata lucida: ho semplicemente testimoniato loro cosa stavo vivendo e perché stavo cambiando, lasciando anche che vedessero gli effetti di quella trasformazione e liberazione, la pace che stavo ritrovando e la fine dei miei atteggiamenti distruttivi. La coerenza e l'amore fraterno hanno fatto breccia, e uno alla volta hanno iniziato il loro personale cammino.»
 
Nel 2009 nascono ufficialmente i The Sun.  I media vi ha spesso etichettati come "rock cristiano", perché in Italia se si canta di fede si viene subito confinati in un recinto. All’estero non mi sembra sia così…
«In Italia c'è un forte pregiudizio ideologico, un retaggio culturale per cui la fede viene vista come qualcosa di bigotto, antico o privo di qualità artistica. Se sei un musicista che vive da cristiano, vieni subito catalogato come "sfigato" o confinato in un circuito parrocchiale. Ve lo vedete Bono degli U2 o Johnny Cash venire etichettati sbrigativamente così? Eppure, è quello che sarebbe accaduto loro se fossero nati in Italia. All'estero, specialmente nel mondo anglosassone, si può essere cristiani e musicisti senza timore di essere subito esclusi dai circuiti mainstream. Inoltre, nel particolare, la Christian Music è un genere musicale di serie A, con produzioni enormi e rispetto professionale. Ci tengo al contempo a sottolineare che noi rifiutiamo il “recinto” e la stretta definizione di un genere, perché facciamo una musica rock di speranza, parliamo alla vita di tutti (credenti e non) e la nostra musica è uno spazio aperto, non un club privato.»
 
Passare dai tour mondiali all'incomprensione dell'industria discografica italiana. Qual è stato il prezzo più alto che avete pagato per rimanere fedeli a questa svolta?
«Il prezzo più alto è stato l'ostracismo iniziale di gran parte dell'industria discografica italiana e dei media mainstream, che ci consideravano "fuori target" e scomodi. Passare dai tour in Giappone alle porte chiuse in faccia è stato un bagno di umiltà enorme. Abbiamo dovuto reinventare tutto da indipendenti, accettando che molti ex fan ci voltassero le spalle. Ma quel prezzo lo abbiamo pagato volentieri in cambio della nostra totale libertà e coerenza interiore che oggi ci porta qui, con una lunga lista di “frutti” inestimabili che testimoniano la bontà della strada intrapresa.»
 
Che ruolo ha la preghiera nella vostra quotidianità e nel processo creativo?
«La preghiera per noi è il carburante, l'ossigeno della giornata: una relazione viva con Dio. Prima di salire sul palco, in studio o durante i viaggi, preghiamo sempre insieme. Nel processo creativo, la preghiera pulisce il canale: mi aiuta a svuotare l'ego per mettermi in ascolto e scrivere canzoni che nascono dallo Spirito.»
 
Siete una band unita da valori forti e condivisi. Però la convivenza in tour è dura per chiunque: come si gestiscono i conflitti e i momenti di stanchezza all'interno del gruppo?
«Siamo umani e la convivenza prolungata nei furgoni o negli hotel può mettere a dura prova. Poi oltre noi della band ci sono tecnici, staff ecc. Piccole scaramucce possono nascere, ma la differenza rispetto al passato è il modo in cui le affrontiamo. Abbiamo fatto un patto di verità tra noi: ci diciamo le cose con franchezza, stando nella verità, facendolo anche da una prospettiva di comprensione e amore, nell’ascolto e nell’immedesimazione. Quando c'è stanchezza o un malinteso, ci fermiamo, ci guardiamo negli occhi e ci chiediamo scusa. Il nostro legame si fonda sul perdono cristiano e sulla consapevolezza che la band è una missione comune, non una sfilata di personalismi.»

Foto di The Sun

L'INCONTRO CON PAPA LEONE XIV 

Avete suonato in diverse GMG e avete avuto l'opportunità di incontrare anche Papa Leone XIV. Che impressione ti ha lasciato? In questi continui richiami alla pace e di parole spesso disarmate, vedi una Chiesa davvero in evoluzione?
«Essere la prima band al mondo ad aver incontrato privatamente Papa Leone XIV è stata un'emozione forte e un segno di conferma per il nostro cammino. Il suo sguardo è pieno di speranza e la sua forza spirituale, così mite, sposta le montagne. Nelle sue parole e nei suoi gesti vedo una Chiesa profondamente ancorata alla testimonianza apostolica, che non ha paura di uscire sul campo e tornare a incarnare il linguaggio della verità, che si fonda su Gesù Cristo. È un Papa che accorcia le distanze e che rimette al centro l’amicizia, il cammino insieme verso la verità che rende liberi, da vero Agostiniano.»
 
Come è cambiato, concretamente, il modo di scrivere canzoni dopo che il Vangelo ha trasformato la vostra vita? C'è un volto o una ferita specifica incrociata sulla strada che è diventata un brano che porti sul palco?
«Ce ne sono molti. La scrittura, comunque, è cambiata nei contenuti e nelle intenzioni: oggi scrivo per portare luce, speranza e risposte di senso a partire dalle mie tante esperienze personali e dalla loro rielaborazione alla luce di Dio. Il Vangelo ti costringe ad avere uno sguardo contemplativo sulla realtà, a cogliere che siamo spirito, che la materia è conseguenza del pensiero, della volontà, del cuore, e che l’uomo e l’universo sono un tutt’uno in relazione. Ogni canzone del repertorio attuale porta con sé volti e storie vere incontrate sulla strada. Ferite, storie, volti, che sul palco, attraverso le canzoni, si trasformano in feritoie da cui passa la Grazia.»

“FUOCO DENTRO": UN SOUND POTENTE CONTRO IL NICHILISMO

Parliamo del vostro ultimo album, “Fuoco dentro”, prodotto artisticamente da Damiano Ferrari che ha lavorato con Cesare Cremonini e Nek. Che tipo di calore e di luce vuole portare questo disco in questo momento storico?
«Lavorare con Damiano Ferrari ci ha permesso di dare all'album un sound potente, internazionale e curato nei minimi dettagli. In questo momento storico segnato da guerre, incertezze e un forte cinismo sociale, “Fuoco dentro” è uno schiaffo che risveglia, ma anche un abbraccio che porta calore e speranza. Vuole ricordare a chi ascolta che dentro ognuno di noi c'è una scintilla divina che nessuna oscurità esterna può spegnere, serve solo il coraggio di alimentarla, di farla respirare e vivere.»
 
Tu incontri ogni anno migliaia di ragazzi. Di cosa hanno bisogno oggi che il mercato musicale standard non riesce – o non vuole – dare loro?
«I ragazzi oggi hanno un enorme bisogno di autenticità, di relazioni vere e di testimoni, non di idoli. Una parte di loro ne è consapevole, una parte lo ignora. Il mercato musicale standard spesso propone loro modelli tossici legati al nichilismo, ai soldi facili, alla droga o alla svalutazione del proprio corpo e delle proprie emozioni. Troppi colleghi nel mondo della musica se ne fregano totalmente degli effetti di ciò che propongono. Quando invece un sano senso di responsabilità artistica farebbe un gran bene a tutti, all’intera società. Perché la musica è un mezzo potentissimo: può servire il bene comune o servire l’ego e l’oscurità. I giovani cercano qualcuno che dica loro: "Tu vali, la tua vita è un dono immenso e puoi vivere un cammino pieno di senso se ti apri alla bellezza e alla verità, con fiducia e coraggio". Serve un senso, non intrattenimento anestetizzante.»
 
Per chiudere: a un giovane che oggi si sente al buio, schiacciato dall'ansia per il futuro, cosa diresti per aiutarlo ad accendere quel "fuoco dentro"?
«Gli direi: "Il vuoto che talvolta senti non è una condanna, ma è il segno che il tuo cuore è fatto per cose grandi. Elimina ciò che è fasullo e vuoto dalla tua vita, nel concreto. Chiediti: questo desiderio, questa relazione, questa canzone, questo oggetto, questo film, questo obiettivo… mi rendono una persona migliore? Che bene portano nella mia vita e all’intera comunità umana? Allora, accenderai il segreto della voce interiore che sa indicarti dove è il bene". Gli direi poi di cercare un confronto sincero con qualche adulto “solido”, realizzato, un direttore spirituale, e di fare il primo piccolo passo verso la bellezza attraverso un cammino di incontro e confronto per scoprire le profondità del proprio cuore.
Il "fuoco dentro" si accende quando smetti di guardare solo le tue fragilità e accetti di lasciarti amare e guidare da qualcuno che ti ha creato per sperimentare la gioia piena.»
 
 
 

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