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6 Ottobre 2026

I medici internisti premiano la Papa Giovanni XXIII

I medici internisti premiano la Papa Giovanni XXIII
Il Premio SIMI Solidarietà è stato consegnato a Rimini durante il 127° Congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Interna. Sul palco la dr.ssa Maria Mercedes Rossi, infettivologa e laica consacrata, vent'anni in Zambia: «La solidarietà è un determinante di salute». Nello stesso Congresso, il riconoscimento internazionale al direttore di The Lancet.
«La solidarietà non è un sentimento vago o un'opzione morale facoltativa, ma un vero e proprio determinante di salute». A dirlo, sabato 3 ottobre, dal palco del Palacongressi di Rimini e davanti a una platea di medici, è stata la dr.ssa Maria Mercedes Rossi, nel momento in cui la Comunità Papa Giovanni XXIII riceveva il Premio SIMI Solidarietà della Società Italiana di Medicina Interna «per l'impegno costante nel rispondere ai bisogni dei più fragili, dando risposte concrete a situazioni di emarginazione».
 
Il contesto è quello del 127° Congresso nazionale della SIMI, la più antica società scientifica medica italiana, fondata nel 1887. Dal 2 al 4 ottobre oltre duemila internisti hanno discusso di multimorbilità, fragilità e cronicità. Nel corso dei lavori si sono accesi i riflettori su un dato che interpella da vicino chi vive nelle case famiglia: le persone con disabilità hanno un'aspettativa di vita inferiore di circa vent'anni.
 
Nello stesso Congresso la SIMI ha conferito il SIMI International Award a Richard Horton, direttore di The Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, che ha parlato di una scienza come ricerca aperta e libera da pregiudizi.
 
Mara Rossi
Mara Rossi, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII
A prendere la parola per la Comunità è stata la dr.ssa Maria Mercedes Rossi, detta Mara, medico infettivologo, laica consacrata,  che ha speso vent'anni nel servizio medico missionario in Zambia, di fronte alla devastazione dell'epidemia di HIV/AIDS, per poi portare la voce degli ultimi alle Nazioni Unite di Ginevra, come rappresentante della Comunità presso il Consiglio dei Diritti Umani.
 
Ha ringraziato anche a nome del responsabile generale Matteo Fadda, e ha spiegato perché quel riconoscimento, arrivato dalla medicina, pesa. «Ricevere un riconoscimento da un'istituzione scientifica e accademica di così alto profilo come la Società Italiana di Medicina Interna non rappresenta per noi soltanto un motivo di onore, ma costituisce un segnale culturale e professionale di straordinaria rilevanza». L'internista, ha ricordato, è il medico della visione d'insieme. Ma il paziente non vive nel vuoto. Solitudine cronica, emarginazione strutturale, barriere burocratiche e culturali, uso tossico delle piattaforme digitali sono le nuove patologie sociali che colpiscono chi vive ai margini. E ha aggiunto: «Quando una persona vive nell'abbandono, la sua risposta biologica allo stress e alle patologie peggiora drasticamente».
 
Da qui il richiamo alle radici. Nel 1968 don Oreste Benzi intuì che le cause dell'emarginazione si rimuovono condividendo la vita con gli ultimi, sotto lo stesso tetto e alla stessa mensa. Dalle case famiglia, in oltre cinquant'anni, sono nate le comunità terapeutiche, l'accoglienza dei senza fissa dimora, delle vittime di tratta e dei migranti, le Comunità educanti con i carcerati, le cooperative, la presenza in oltre quaranta Paesi.
 
E sul fronte sanitario: il Progetto Rainbow per i bambini colpiti dall'HIV/AIDS in Africa e il poliambulatorio La Filigrana, nato nel 2013 nel Riminese, dove i professionisti donano il proprio tempo e chi arriva dà ciò che può. Con una regola che è anche un programma: chi ha poco paga poco, chi ha molto paga anche per gli altri.
 
Ai medici la dr.ssa Rossi ha affidato tre suggerimenti: umanizzare le cure, garantire la continuità tra ospedale e territorio per i pazienti fragili e senza dimora, fare ricerca nei contesti di marginalità.
 
«Desidero dedicare questo premio – ha concluso Mara Rossi – a tutte le mamme, i papà, i volontari e gli operatori della Comunità Papa Giovanni XXIII che ogni giorno aprono le porte delle proprie case agli ultimi, facendosi carico di ferite fisiche e spirituali spesso invisibili. Un pensiero speciale va a don Oreste Benzi, che ci ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi dei poveri e a credere che un mondo diverso sia non solo necessario, ma possibile».
 
Infine, parafrasando don Benzi, la dr.ssa Rossi, cercando il punto in cui medicina e casa famiglia si incontrano, si è rivolta ai medici: «L'uomo non è il suo errore e l'uomo non è la sua malattia».

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