A un anno dall'elezione di Leone XIV, il Papa visita il Santuario di Pompei per la Supplica alla Madonna. Tra le opere di carità, la testimonianza di Renata Trzepizur, che gestisce una casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII. Il suo racconto del suo cammino dalla Polonia alla missione italiana ispirata da don Oreste Benzi.
L'8 maggio 2025 il cardinale statunitense Robert Francis Prevost veniva eletto 267º papa della Chiesa cattolica, assumendo il nome di Leone XIV. Quel giorno, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, chiese alla folla di pregare insieme a lui la Madre di Dio nel giorno della Supplica della Madonna di Pompei. Ad un anno esatto dalla sua elezione, il Pontefice ha deciso di recarsi in visita pastorale proprio presso il Santuario di Pompei per rendere omaggio alla Madonna.
L'8 maggio è un giorno solenne durante il quale migliaia di fedeli si riuniscono per la recita della Supplica alla Madonna del Rosario, un'ardente preghiera scritta nel 1883 da San Bartolo Longo, il fondatore del Santuario, delle Opere di carità e della stessa nuova Città di Pompei, canonizzato dal Papa lo scorso 19 ottobre.
A pochi passi dai famosi scavi, tra le opere di carità del Santuario ci sono anche due case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII. Renata Trzepizur, polacca, gestisce da 10 anni una delle case famiglia.
«Mi ero appena laureata in pedagogia – racconta – e volevo viaggiare per l'Europa. Così nel 2004, tramite il servizio volontario europeo giunsi a Catania nella casa famiglia di Domenico e Chiara D'Antonio. Questa realtà della casa famiglia mi incuriosiva». Durante il suo primo incontro comunitario incontrò una realtà che non si sarebbe mai aspettata. «Vidi un popolo che mi sconvolse. Anziani, giovani, vidi un bambino senza gambe che giocava felice. Non pensavo potesse esistere un posto così. Anche in casa famiglia mi colpiva la diversità: piccoli, disabili, stranieri. Durante il giorno tante attività, un gran caos, ma quando si cenava insieme tutto diveniva armonioso. Io non capivo l'italiano ma capivo le emozioni».
Don Oreste Benzi insieme a Renata Trzepizur nel 2006Poi l'incontro con don Oreste Benzi. «Non sapevo chi fosse, non c'era internet. Nell'attesa dell'incontro ero molto emozionata, lui era il fondatore e mi aspettavo una persona importante con una bella macchina importante, che si sarebbe presentata con delle belle scarpe. Invece arrivò con una macchina mezza rotta e la tonaca stropicciata. Lui è quello importante? Ero scioccata. Era notte tardi e, mentre gli parlavo, lui dormiva sempre. Alla fine mi guardò e mi chiese “perché non rimani qui?”. Io venivo da un piccolo paese povero della Polonia e volevo solo viaggiare gratis. Ma il Signore era più furbo».
Renata di fronte a questa provocazione rimane spiazzata. «Non capivo bene la lingua, ma ricordo don Oreste che mi diceva “se apri l'armadio e trovi due giacche, allora la seconda non è tua”. Questa frase così semplice mi sconvolse e continuò a rintronarmi dentro. Così come mi sconvolsero tutti i piccoli accolti, come Giuseppe, un bimbo con la spina bifida adottato dai genitori della casa famiglia».
Alla fine dell'anno tornò a casa in Polonia, ma dopo una settimana decise di rientrare in Italia per altri sei mesi per assistere una signora rumena accolta in casa famiglia che era malata terminale di cancro. «Prima di partire mia madre mi guardò e mi disse “Tu non torni più”».
Nel 2008 Renata aprì una casa famiglia a Catania. «Accolsi Kostantin, un bimbo ospedalizzato di 13 mesi che aveva già subito 16 interventi. Per operarlo avremo dovuto andare al Meyer di Firenze, ma il direttore sanitario era contrario. Lo considerava uno spreco di risorse per un caso disperato. Riuscimmo ad incontrare un giudice che stava uscendo dal Tribunale, tornò in ufficio e dispose un decreto urgente per operare il bimbo in una clinica specializzata. Ma non potendo farlo in Sicilia, finii in Campania».
Foto di Renata Trzepizur
Foto di Renata Trzepizur
Foto di Renata Trzepizur
Don Oreste Benzi insieme a Renata Trzepizur nel 2006
Oggi Renata gestisce, insieme ad Anna, la casa famiglia “Santa Maria del cammino” all'interno delle Opere di carità, un complesso a fianco del Santuario, composto da cinque case famiglia di tre associazioni differenti. Di queste cinque case famiglia, due sono gestite dalla Giovanni XXIII.
«In casa c'è Kostantin, che doveva vivere tre mesi e ora ha 18 anni, Stefano, un ragazzo autistico con ritardo mentale, Francesco che era sulla strada con una gamba rotta, Ivan che viene dall'Argentina, Vittoria, trovata in stazione a Napoli sulla sedia a rotelle, che porterà la sua testimonianza al Santo Padre, Sara che fa il servizio civile e Anna. Pochi mesi fa ci ha lasciato Taras, un uomo ucraino con una vita piena di dolori che dopo una lunga malattia è morto lo scorso febbraio».
Alla porta della casa famiglia bussano molte persone senza fissa dimora.
«Questa è una terra difficile e noi ci sentiamo in missione. Le storie delle persone che incontriamo sono tutte difficili, chi viene ha un carico grande». Un peso che Renata pone ai piedi della Madonna.
«Io vengo da un paese vicino Częstochowa dove c'è la Vergine Nera, un'icona che secondo la tradizione fu dipinta da San Luca su un asse di legno proveniente dal tavolo della Sacra Famiglia. Per me è come ritrovarmi a a casa. La vicinanza con la Madonna è quello che ci salva».