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16 Maggio 2020

L'incredibile storia di Ramatu, da Ebola al Covid-19

Sopravvissuta alla guerra dei diamanti, dopo molti anni in Italia ha raggiunto il marito a Brighton, ma anche là è arrivato il Coronavirus
Don Benzi la salvò dalla guerra in Sierra Leone inviando un elicottero. La famiglia del marito fu poi decimata da Ebola. Ora combatte il Covid nel Regno Unito. Una storia di coraggio e determinazione.
Ramatu ha lasciato da qualche mese l'Italia con i figli, per raggiungere a Brighton, in Inghilterra, il marito Michael che ha ottenuto l’insegnamento in Project Management with Innovation Studies all’Università di Sussex
Michael, in Sierra Leone, faceva l’ingegnere meccanico, e quando Ramatu, nel gennaio del 1999, è scappata dal paese per trovare rifugio in Italia, lui si trovava in Kenya per lavoro. Solo alla fine del 2000 i due hanno potuto finalmente ricongiungersi. In Italia, prima che gli riconoscessero la laurea ha fatto il meccanico, poi l’impiegato tecnico, fino a diventare ricercatore all’università di Padova in ingegneria aziendale. Ed ora la bella soddisfazione di insegnare all’Università nel Regno Unito. Da poco  ha ottenuto anche una borsa di studio “Marie Curie” dell'Unione Europea per condurre una ricerca sull'imprenditorialità dell'economia circolare in Danimarca. 

Ramatu a Brighton ha trovato lavoro come Operatore Socio Sanitario (OSS) in una Casa di cura, in cui vivono persone adulte con diverse problematiche di demenza. Il Covid è arrivato anche lì e la vita non è più la stessa. 
È difficile raggiungerla al telefono, perché si trova in prima linea in piena emergenza Covid-19 e non ha più orari al lavoro. Il Regno Unito, oramai, detiene il triste primato europeo di vittime per Covid. Dall’inizio dell’epidemia ad oggi, ci sono stati 32.692 decessi superando i 31.106 dell’Italia. 
Tutti i giorni fa turni dalle 7 del mattino alle 7 della sera, ma ci sono le eccezioni a cui Ramatu non sa sottrarsi. «La situazione qui è tristissima. Ieri ho iniziato a lavorare alle 7 e sono tornata alle 21 – mi ha raccontato una settimana fa, quando finalmente stava godendo del giorno di riposo –, ma se mi chiamano per un’emergenza devo scappare». 

Lavorare in una casa di cura a Brighton ai tempi del Coronavirus

Ramatu con mascherina


Con il Covid-19 qualcosa è cambiato al lavoro. Parte del personale è assente per malattia, perciò Ramatu ha rinunciato ai turni di riposo per garantire che ci sia sempre qualcuno a seguire gli ospiti: «Io non so dire di no, anche se sono stanca. Anche oggi se mi chiedevano di andare, andavo. Soffro tanto nel sapere che c’è della gente che ha bisogno. Non voglio abbandonarli.» 
Al lavoro sente si respira un’aria di paura. «All’inizio avevamo a disposizione solo i guanti e le mascherine per proteggerci, non c’era la protezione completa.» Nel frattempo alla casa di cura sono morti alcuni ospiti. «Pregate per me e anche per loro – chiede –. Solo ad alcuni di quelli che stavano male è stato fatto il tampone per accertare se avevano contratto il virus, per quelli che sono già morti non sappiamo la causa del decesso.»  

Il Covid risveglia il passato di Ramatu

Ramatu parla perfettamente l’inglese ma non ha perso la cadenza veneta assimilata negli anni in cui ha vissuto ad Arzignano, in provincia di Vicenza, dove ha lavorato in una cooperativa sociale della Comunità Papa Giovanni XXIII.  
Per sua natura è una persona affettuosa, solare e positiva, ma l’entusiasmo scompare quando mi racconta di quei corpi chiusi nei sacchi neri che ha visto sfilare, qualche giorno fa, davanti ai suoi occhi, mentre venivano portati via dalla casa di cura. 
Con la voce rotta dal pianto dice: «Sto rivivendo tutto. Vedendo quei corpi non riesco a togliermi dalla testa l’Ebola. Ho perso persone della mia famiglia. È dura». Anche la fila per accedere al supermercato rispettando le misure di sicurezza le fa tornare in mente drammi vissuti, la guerra dei diamanti in Sierra Leone, quando non si trovava niente da mangiare:  «Oggi sono uscita per andare a comperare il termometro e la mascherina, ma non c’era più niente».
Il Covid-19 è solo l’ultima delle prove dolorose che questa splendida donna originaria della Sierra Leone ha dovuto affrontare nella sua vita, rimaste indelebili nella sua memoria.

L’Ebola stermina la famiglia

Nel 2014 lei si trovava in Italia quando Ebola contagiò la Sierra Leone, sua terra d’origine. Negli ultimi tempi l’epidemia dava segni di regressione, perciò il Governo sierraleonese aveva dettato disposizioni, volendo fare un paragone con quello che stiamo vivendo in Italia, di avviare una sorta di "fase 2", togliendo i posti di blocco che impedivano alle persone di circolare da città a città che erano state precedentemente introdotte per contenere la possibilità di estensione del contagio. Ed è così che successe la tragedia. Una sorella del marito, parrucchiera, andò a Freetown per acquistare i prodotti che le servivano per il suo salone di bellezza. Inconsapevolmente rimase contagiata portando a casa il virus. Ramatu e il marito persero ben 18 persone della famiglia.  

Ramatu scappa dalla guerra in Sierra Leone

Ma prima lei stessa ha dovuto affrontare la guerra. Ramatu che al suo villaggio faceva la maestra, nel 1999 dovette scappare dalla Sierra Leone. Imperversava la guerra dei diamanti. I ribelli arrivarono anche a Freetown, città in cui aveva aperto una casa famiglia con il marito dopo aver conosciuto don Oreste Benzi. «Scappai nei boschi dove vissi per un anno – racconta come se fosse ancora là –.  Di notte vedevo gli occhi scintillanti degli animali selvaggi, ma più che di loro avevo paura dei ribelli». Ed fu don Benzi a mettere in salvo lei e alcuni bambini mandandoli a prendere con un elicottero e portandoli in Italia, ottenendo l’asilo politico.
La vita di Ramatu potrebbe veramente essere lo spunto per la sceneggiatura di un film. Sognava di tornare un giorno nella sua terra e invece è andata a finire a Brighton dove sta fronteggiando il Covid. 
La sua è una storia di speranza, di forza e coraggio. Una storia che può aiutarci in questo momento, a superare lo smarrimento dettato dall’imperversare del Covid-19 nelle nostre vite.

Li curiamo come se fossero parte della famiglia

Anche se oggi non andava a lavorare, Ramatu si è alzata come al solito alle 5 «perché – dice – non sono più capace di dormire. Seguo gli orari del lavoro». In questo periodo va a lavorare a piedi, 20 minuti andata e 20 minuti ritorno, perché le scuole sono chiuse e l’autobus non passa.
Dal momento che arriva alla Casa di cura, indossa tutte le protezioni a disposizione del personale e si dedica totalmente ai residenti, come vengono chiamati, perché quella è diventata a tutti gli effetti casa loro. «Faccio di tutto per loro. Mi occupo della cura della loro persona. Noi OSS li alziamo, li laviamo, li cambiamo, gli diamo da mangiare. Adesso che c’è il Coronavirus li lasciamo in camera per evitare eventuali contagi. Li curiamo come cureremmo un nostro famigliare a casa». 
Tra il personale c’è la paura di ammalarsi ma i residenti, tranne alcuni, «credo che non capiscano cosa stia succedendo.  
Anche Ramatu ha paura. «Ultimamente mi sono presa cura di una persona che subito non si sapeva avesse il Covid, perché il tampone è stato fatto solo dopo due giorni che stava male e purtroppo è morta». Teme di infettare la sua famiglia perché anche a lei non è stato fatto il tampone, «forse perché non ce ne sono abbastanza, non so». 
I rapporti tra le persone sono cambiati da quando c’è il Covid. «La gente quando si incontra è costretta a tenere la distanza di 2 metri. Ma in che mondo stiamo vivendo? Nessuno si avvicina più. Anche al lavoro ognuno sospetta che l’altro abbia il Coronavirus. Non è tanto carino. Prima eravamo tutte amiche, lì dentro. Lo siamo ancora ma da lontano. Abbiamo tutti paura. È una malattia di restrizione». 

La gestione del Covid in Gran Bretagna

Il premier Boris Johnson ha fatto marcia indietro rispetto alla gestione iniziale della pandemia da Covid-19 nel suo Paese. Se all’inizio parlava di immunità di gregge, preparando i britannici alla perdita anticipata dei propri cari, dopo che anche lui ha contratto il virus e le morti nel Paese sono aumentate vertiginosamente, è diventato più cauto. Ora invita i britannici in maniera decisa, a rimanere tutti a casa e di spostarsi solo per le cose essenziali come cibo, medicine e lavoro. «Per fortuna che non ho la televisione» – dice con rassegnazione Ramatu. Poi però si lascia sfuggire che ha paura delle scelte del premier come quelle di alcuni populisti italiani o di Trump… «Io sono straniera qui. Italiana ma straniera. Ho paura del “Corona” e di loro».

Una nuova prova di vita per Ramatu

È un momento di sofferenza per Ramatu. «Non volevo che tornasse tutta questa roba. Soprattutto non mi aspettavo che accadesse nei paesi sviluppati dove c’è tutto: sanità e pulizia». Ricorda un episodio che l’ha fatta veramente indignare: «Una signora in Italia mi disse che se in Africa avevamo l’Ebola era perché eravamo sporchi. Ma non sapeva che era appena morta una signora a Roma nella sporcizia. Mi auguro che non sorgano pregiudizi del genere. Pensa che ho le mani che mi fanno male, sono crepate a forza di lavarle».
Il virus intanto si sta diffondendo anche in Africa. «E lì è un vero dramma. Dove può andare la gente? Non ci  ci sono ospedali, non c’è niente». A Ramatu non resta che confidare nel buon Dio. «My God». E spera che finisca tutto. 
Brighton è una città interculturale, la gente è cordiale e si sta bene. «All'inizio mi fermavano e mi chiedevano: "How are you?".  Adesso si vive a distanza e «per me che sono africana e che ho l’abitudine di abbracciare e stare vicino alla gente, è una sofferenza. Affronto tutto con tanta difficoltà, ma lo affronto». 
Questa è la Ramatu che conosco: una donna che sa ripartire, sempre.