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24 Maggio 2024
Ultima modifica: 15 Giugno 2024 ore 06:54

Matteo Fadda: «Missionari credibili nel far west digitale»

Al via il 25 e il 26 maggio alla fiera di Cesena l'Assemblea generale della Comunità Papa Giovanni XXIII. Matteo Fadda, ad un anno dalla sua elezione a responsabile generale, traccia la rotta per il futuro.
Matteo Fadda: «Missionari credibili nel far west digitale»
Foto di Elisa Pezzotti
Giovani, pace, missionarietà, nuovi media. Una vocazione, quella della Apg23, aperta al mondo. Una due giorni generale in cui l'associazione di don Benzi si confronterà sulle sfide che sta affrontando in Italia e nel mondo.

È passato un anno da quando l'Assemblea generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, il 28 maggio 2023, ha eletto Matteo Fadda come nuovo responsabile generale. In quell’occasione gli avevamo chiesto, a caldo, quali fossero le sue priorità. La sua preoccupazione, ci aveva risposto, era quella di «non spegnere lo Spirito», di dare ascolto e spazio a tutti, partendo dal basso e dai giovani. E poi la missionarietà, per vivere in pieno il fatto che si tratta di una Comunità internazionale. 

Assemblea generale APG23: "Rinnoviamo la nostra scelta apostolica, con i poveri con gioia alla sequela di Cristo, per essere luce che attrae"

 
In vista dell’Assemblea generale 2024, fissata per il 25 e 26 maggio alla Fiera di Cesena, lo abbiamo ricontattato per fare il punto su questo percorso. 

Partiamo però da un altro tema di estrema attualità, che gli sta particolarmente a cuore: la pace.
«Questo non è uno dei temi – precisa – ma il tema dal quale oggi non si può prescindere».

Serve una strategia costruttiva

Rispetto all’acuirsi dei conflitti, in particolare tra Russia-Ucraina e Israele-Hamas, riesci a intravedere una soluzione? 

«Non ho una soluzione, ma una certezza: che non si risolve il conflitto con strumenti di guerra; altrimenti, con tutti gli investimenti che si fanno per prepararsi alla guerra, i conflitti sarebbero stati già risolti, invece aumentano. Al contrario la scelta del dialogo, da entrambe le parti o anche da una parte sola alzando bandiera bianca, come ha proposto papa Francesco, non è stata ancora pienamente provata.» 

La Comunità in questo campo ha una lunga esperienza attraverso Operazione Colomba, il corpo civile di pace che interviene nei conflitti in modo nonviolento.  

«Noi sperimentiamo che si possono abitare i conflitti senza usare strumenti di violenza, senza reagire alle provocazioni. In Palestina senza lanciare sassi, in Colombia senza imbracciare i fucili, con molta fatica si cerca di portare avanti una strategia costruttiva per proteggere la popolazione e la terra. In Ucraina sosteniamo la cultura della pace non come pausa tra una guerra e l’altra ma come condizione per costruire una nuova umanità, e quando ci chiedono soldi per acquistare armi noi invece portiamo depuratori per l’acqua. È una strategia che funziona ma si scontra con forti interessi, di chi gestisce il mercato delle armi, oppure di chi utilizza il conflitto per vantaggi economici per appropriarsi di territori e risorse.» 

Un linguaggio che tocca la sensibilità e la spiritualità dei giovani

Arriviamo ai giovani. Qual è la visione della Comunità rispetto a loro?

«È difficile parlare di una visione della Comunità. Posso parlare di quello che penso io. La difficoltà di far comunicare diverse generazioni non è una novità, forse oggi è più difficile trovare un terreno comune in cui si possa svolgere questa comunicazione. Noi, ad esempio, siamo una comunità di matrice religiosa, e dobbiamo trovare il modo di risintonizzarci con un linguaggio che tocchi la sensibilità e la spiritualità dei giovani di oggi. Ci sono ragazzi che cercano e trovano un senso per la loro vita: dobbiamo metterci in ascolto, partendo magari da quelli che hanno già scelto di camminare con noi, nel volontariato, nel servizio civile, nelle nostre attività lavorative, e chiedere a loro cosa si aspettano da noi adulti. Alcuni giovani hanno già iniziato questo processo.»

La Comunità, così come era stata pensata dal suo fondatore don Benzi, era nata proprio per rispondere al bisogno di far fare un “incontro simpatico con Cristo” ai giovani, che già allora erano in crisi nei confronti della fede e sempre più distaccati dalla Chiesa. Oggi questa disaffezione sembra inarrestabile. 

«La disaffezione nei confronti del sentimento religioso penso sia più sviluppata nel cosiddetto primo mondo, meno nel secondo e nel terzo. L’individualismo, il consumismo consuma le coscienze, invece la povertà, la consapevolezza di essere nella precarietà, mantiene vivo il senso dell’assoluto presente in tutti e anche nei giovani. Dobbiamo rimuovere le cause che determinano questo impoverimento delle coscienze. Più che tante parole o prediche, che sono tipiche dell’adulto nei confronti del giovane, ciò che attrae è l’impegno, la vita. Un tempo eravamo una comunità di giovani che parla ai giovani, oggi siamo una comunità prevalentemente di adulti che testimonia con la vita che un altro mondo è possibile.»

Don Oreste i giovani andava a cercarli nei loro luoghi di aggregazione, nelle discoteche, nei pub, e invitava i suoi collaboratori ad andare.

«Sì, bisogna cercare i giovani là dove sono, ma con delle proposte concrete. Bisogna però tener conto del fatto che oggi i giovani, più che in discoteca, si incontrano nei nuovi luoghi di aggregazione virtuali.» 

I tre temi chiave: dimensione missionaria, ringiovanimento interiore e autenticità della testimonianza

Se ne parlerà anche all’Assemblea generale di quest’anno? Quali sono i punti che verranno affrontati e come vi state preparando?

«Stiamo lavorando su tre punti: la dimensione missionaria, il ringiovanimento interiore, l’essere testimoni autentici. La fede è vera se è missionaria, dice papa Francesco. Ma quali sono gli orizzonti? Dobbiamo sviluppare pienamente la nostra identità di comunità internazionale e non solo di comunità italiana con aperture internazionali: l’Italia come uno dei punti di vista e non come centro. L’altro aspetto è il ringiovanimento, non tanto dal punto di vista anagrafico ma nel tenere la nostra azione al passo con i tempi, evitando di irrigidirci in strutture e modalità operative destinate ad invecchiare. Per questo dal 23 al 24 maggio, prima della Due giorni generale, è in corso un incontro preparativo riservato ai giovani tra i 20 e i 30 anni, si confronteranno tra loro e porteranno poi le loro proposte all’Assemblea generale.»  

Anche la Chiesa in questi ultimi anni ha dovuto rinnovarsi nel modo di incontrarsi e di comunicare, e il Covid con relativo lockdown ha imposto una accelerazione. Pur rimanendo fondamentale e insostituibile la bellezza dell’incontro fisico con l’altro, l’evangelizzazione passa sempre più anche dal digitale. Stiamo assistendo ad un proliferare di nuovi evangelizzatori: preti social, app di preghiera… Come vedi questa evoluzione? 

«Per noi adulti, immigrati digitali, è una terra di frontiera. Dobbiamo viverla come un approccio a nuovi mondi, che non è detto siano geografici. Oggi c’è bisogno di nuovi missionari disposti a lasciare luoghi conosciuti per inoltrarsi in queste nuove terre digitali, che per certi versi sono un far west. Pensiamo a quello che ha fatto il cristianesimo nell’era medioevale, dove i monasteri sono diventati luoghi di custodia e promozione dei valori evangelici in un clima di imbarbarimento generale. Anche nei mondi digitali c’è molta barbarie e bisogna inserirsi creando luoghi virtuali in cui testimoniare il Vangelo, che è sempre la risposta ai bisogni profondi dell’uomo.» 

Evangelizzazione digitale? Una terra di frontiera

Pescatori di uomini e donne, dunque, anche negli oceani del digitale?

«Mi verrebbe da dire di sì. Fa parte del Dna della nostra Comunità essere nel mondo. Noi non abbiamo un monastero in cui viviamo tra noi ma siamo immersi nella vita di tutti. Quindi anche nel mondo digitale. Con una attenzione: oggi si parla molto di intelligenza digitale, ma non è una espressione corretta. Gli algoritmi non sono intelligenti, stiamo dando un valore a uno strumento che non ha questo valore, lo simula. Non dobbiamo temere lo strumento, ma le intelligenze che ci sono dietro. L’esempio è la bomba atomica: la scienza ha portato allo sviluppo dell’energia atomica, che ha potenzialità incredibili per lo sviluppo dell’umanità, ma anche conseguenze devastanti se usate per la distruzione. Per questo dobbiamo esserci.»