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3 Aprile 2020

Care figlie, papà è al fronte

Dentro la vita familiare degli operatori sanitari. La storia di Elisabetta e Vito
Che succede quando un membro della famiglia - per lavoro - è continuamente esposto al virus? Quali sono le implicazioni emotive? Lo abbiamo chiesto a chi sta vivendo questa prova sulla propria pelle
«Mi chiamo Elisabetta, vivo in provincia di Sassari, e sono sposata con Vito da 7 anni. Insieme abbiamo due figlie: Teresa di 5 anni e Caterina di 2. Proveniamo da un cammino di fede che ci ha fatto incontrare, conoscere e innamorare, e dopo alcuni anni di fidanzamento ci siamo sposati perché volevamo costruire e condividere un progetto di vita assieme. Io nel 2011 sono diventata membro della Comunità Papa Giovanni XXIII grazie all’incontro con una realtà del mio paese che porta avanti un centro diurno con i disabili, incontro che mi ha portato a scegliere di diventare un educatore in questo campo, e dal 2009 lavoro presso la cooperativa sociale San Damiano».

E tuo marito?
«Vito da sempre ha coltivato la passione per la medicina e ha studiato tanto per essere medico, specializzato in malattie infettive e dall’anno scorso lavora presso la Clinica di Malattie Infettive di Sassari».

L'arrivo del Covid-19

Come avete vissuto l'arrivo di questo virus?
«La nostra famiglia ha dovuto subito fare i conti con tutta la vicenda covid-19, da quando dalla Cina, nelle nostre tv, apparivano le sconcertanti prime immagini di dolore e morte che questo virus stava portando.  Da fine Gennaio la clinica ha attivato la formazione: sono iniziate le esercitazioni, gli orari di lavoro di mio marito si sono dilatati, sono cresciute la tensione e le paure riguardo a questo “sconosciuto” contagiosissimo e invisibile virus, la paura per l’esito di ogni tampone che veniva fatto perché quello poteva essere “l’ultimo” abbraccio che avremmo potuto darci. E le domande: "E se arrivasse un caso in clinica? Cosa ne sarebbe della nostra famiglia?" Dei nostri equilibri di coppia, di genitori, di singoli?»
Elisabetta e Vito decidono da subito  che se il virus fosse arrivato in clinica Vito non avrebbe potuto mettere piede in casa, con due bimbe piccole il rischio da correre sembrava grande.

E come è andata?
«Dall’8 Marzo, giorno in cui si è registrato il primo ricovero di un paziente positivo al covid a Sassari, viviamo da “separati”, e tutto è cambiato: io ho preso il carico della famiglia e lui... beh... lui è "in trincea", come lo definisco a chi mi chiede: turni lunghissimi, ore ed ore in biocontenimento a stretto contatto con i pazienti covid, e poi tornare a casa in una casa…vuota».

Lavorare "in trincea"

«Devo dire che, e di questo ne vado orgogliosa, Vito non è mai stato un medico “ad ore”, la passione per il suo lavoro è sempre andata oltre gli orari standard, l’ha sempre portata anche a casa con tutto il carico che questo ha comportato. Certo adesso questo carico è cresciuto, abbiamo dovuto spiegare alle bambine, soprattutto alla più grande, che babbo per un po’ di tempo non potrà tornare a casa e che quando lo vediamo dobbiamo evitare gli abbracci e i contatti ravvicinati, e lui deve portare una mascherina per la nostra sicurezza».

Come è cambiata in pratica la vostra vita?
«Dal giorno del primo ricovero è andato a vivere altrove. Prima nella casa della nonna nel nostro paese, che è vuota, poi in un monolocale a Sassari, perché è capitato più volte che - una volta finito il turno - sia stato richiamato per qualche urgenza. Se qualche volta ha una giornata libera viene a casa nostra e pranza ad un tavolino nella stessa stanza, a qualche metro da noi».

Una decisione dettata più dal "medico", che conosce le modalità di trasmissione, o dalla tua paura?
«È stata una decisione condivisa. Le prime settimane sono state molto difficili, il giorno in cui è uscito di casa con la sua valigia è stato molto triste soprattutto perché non c’è una data di fine, non sappiamo quando torneremo alla vita di prima, e la mia paura più grande non è tanto e solo il contagio ma come ci cambierà questo virus? Questa esperienza così forte come una guerra... so come è partito ma non so come il mio “soldato” tornerà, soprattutto il suo cuore».

Si sente molto coraggio nelle tue parole, e anche un po' di speranza
«Speranza: bella parola… non è facile sperare oggi per me... cosa sperare? Che questa situazione finisca presto, che possiamo tornare tutti ad una vita più vicina possibile a quella che abbiamo temporaneamente lasciato. Fino ad oggi ho sempre sperato in cose concrete, definite, sperare per un tempo indefinito non riesco, non è semplice...

Mi dicevi del vostro cammino di fede... ti aiuta?
«Tutti i giorni chiedo al Signore di sostenermi, di sostenere mio marito, i miei cari, chi sta facendo più fatica, la speranza è per me azione: lo sforzo più grande lo sto facendo nei confronti dell’oggi, nel sorridere anche se non ne ho voglia, nel giocare con le mie figlie per offrire loro una visione il più possibile “normale” di questa vicenda. E mentre io spero e prego Vito e tanti suoi colleghi indossano una tuta da astronauti e continuano a fare il loro lavoro, come tutti i giorni, per aiutare gli altri, alleviare le loro sofferenze, combattendo una battaglia, oggi, più che mai molto complessa».