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4 Gennaio 2022

In Guinea tra i figli dei cercatori d'oro

I minatori affrontano pericoli e fatiche pur di inseguire il miraggio offerto dai giacimenti auriferi della loro terra.
Foto di Gianluca Uda
Un viaggio tra la popolazione Malinké, dove la vita è scandita dai ritmi di lavoro nelle miniere. Il sogno di arricchirsi spinge tante famiglie a un lavoro rischioso che il più delle volte si rivela poco redditizio, costringendole a una vita di stenti.
Guinea: un piccolo Stato dell’Africa occidentale baciato dal sole, la cui terra è ricca di giacimenti di diamanti, smeraldi, bauxite, quarzo, oro. Però è un Paese anche stritolato dalle carestie, martoriato da Ebola, malaria e ora anche dal Covid.
Sono stato a fianco di questo popolo per 7 mesi, lavorando per Medici Senza Frontiere. Abbiamo riso e sofferto insieme, anche se poi io avevo il biglietto di ritorno e loro no. Ho condiviso con loro il piatto di riso e mi sono lasciato guidare nelle strade polverose che entrano nella savana occidentale. La miseria, la povertà dei villaggi era in contrasto con questa voglia di condividere e di donare anche se poco. Ogni volta che rientravo da una missione fuori, ritornavo alla base carico di frutta o altri prodotti della terra. Erano i Malinké che mi donavano questi regali e che io dovevo accettare, anche se sapevo che avrei tolto qualcosa a loro. 
«Nous sommes ensemble», questa era la frase che come una sorta di mantra sentivo ripetermi costantemente dai colleghi e dagli abitanti dei villaggi limitrofi.
«Noi stiamo insieme»: nella cultura Malinké il sostenersi a vicenda è fondamentale. «Tu aiuti noi e questo è il minimo che possiamo fare», così mi dicevano. A volte non era semplice trattenere le lacrime davanti a quello che vedevo: ospedali pieni di bambini che non si sapeva se sarebbero sopravvissuti alla notte e quelle mamme che da dietro le zanzariere con un fare dignitoso ti offrivano da mangiare e tu lì, inerte di fronte al dolore del mondo. L’unica cosa che potevo fare era mangiare quel riso insipido dietro le zanzariere insieme a quelle mamme.

Una febbre che contagia tutti

I Malinké sono una delle etnie che da secoli popolano le aree dell’alta Guinea. Vivono in una regione ricca di risorse minerarie dove le compagnie minerarie straniere hanno messo le mani sui terreni e da anni li sfruttano. La febbre dell’oro è esplosa nei primi anni del duemila, quando le grandi compagnie minerarie hanno abbandonato l’estrazione degli altri minerali preziosi, intuendo che le risorse aurifere del Paese erano molto più redditizie. Questa febbre ha contagiato anche gran parte della popolazione locale: i Malinké hanno deciso di estrarre il metallo giallo per provare a ricavarne un profitto. Siccome però le risorse della popolazione locale sono minime rispetto alla potenza delle grandi società, i guadagni dei minatori locali non sono lontanamente paragonabili a quelli delle grandi compagnie.
Il miraggio di un futuro migliore si infrange contro la realtà di un lavoro molto faticoso, pericoloso e che si rivela poco redditizio. 
I minatori che ho incontrato nelle zone attigue alla città di Kouroussa, vivono una vita di stenti e pericoli. Ogni giorno centinaia di uomini, donne e bambini si affrettano ad entrare nelle viscere della terra con la speranza di trovare un po’ di oro, inseguendo un sogno, una luce in fondo al tunnel verso il riscatto tanto atteso e desiderato. 

Miniere e bambini
Miniere in Burkina. I bambini dei minatori vengono lasciati molte ore a casa da soli. Sono spesso malnutriti e vittima della malaria e altre malattie dovute alle scarse condizioni igieniche in cui vivono.
Foto di Gianluca Uda
Famiglia minatori in Burkina
Migranti d'oro in Burkina. Questa famiglia fa parte delle popolazioni che vivono e si spostano in base alle terre ritenute più ricche d’oro. Vivono in villaggi fatiscenti dove mancano anche i servizi più basilari.
Foto di Gianluca Uda
Miniera oro in Burkina
In Burkina ogni giorno centinaia di uomini, donne e bambini si affrettano ad entrare nelle viscere della terra con la speranza di trovare un po' di oro.
Foto di Gianluca Uda

Uomini e donne in miniera per cercare l'oro

Negli ultimi decenni sono nate delle vere e proprie popolazioni fluttuanti che vivono e si spostano in base alle terre ritenute più ricche d’oro. Vivono in villaggi ai margini dei grandi città, dove i servizi essenziali sono pressoché inesistenti. Senza acqua potabile, senza energia elettrica e molto spesso non c’è nulla da mangiare. I bambini che popolano questi villaggi non vanno a scuola e molto spesso passano le giornate da soli, ai bordi della savana. Sono loro che si occupano delle faccende domestiche e i più grandi si occupano dei fratelli minori. I loro genitori vivono del lavoro alle miniere e quindi ogni mattina lasciano l’accampamento per dirigersi nei bacini auriferi.
Uomini e donne hanno ruoli diversi nelle miniere. Gli uomini sono quelli destinati a entrare nei piccoli cunicoli, che verticalmente sprofondano nella terra per circa 10 metri. Tunnel che si estendono verticalmente per poi ramificarsi orizzontalmente. Non ci sono assi che possano sostenere e proteggere dalle frane. La mancanza di sicurezza aumenta enormemente gli incidenti e molte volte gli uomini per farsi coraggio ed entrare nel cuore della terra, fanno uso di sostanze alcoliche e medicinali psicoattivi, che poi causano molti comportamenti malsani che minano la serenità del gruppo.
Alle donne invece viene dato il compito di spaccare le pietre o i cumuli di terra o quello di pulire con l’acqua la terra per separare l’oro. L’oro presente in queste terre rosse è prevalentemente polverizzato; il lavaggio deve separare ed escludere tutto tranne che l’oro. Una volta raccolte queste microparticelle d’oro bisogna riunirle insieme. Per farlo serve il fuoco e il mercurio, grazie ai quali gli uomini riescono a solidificare tutte le piccole schegge d’oro raccolte. L’utilizzo del mercurio è fondamentale per poter compattare l’oro, ma molte volte questo processo avviene vicino ai fiumi e le scorie vengono gettate nell’acqua causando danni ecologici all’ambiente circostante. 

Anche la salute dei bambini è a rischio

L’aspetto più triste della vita in miniera è quello relativo alla salute. Oltre ai vari incidenti legati all’attività mineraria, ci sono molti incidenti domestici dove le vittime sono i bambini lasciati soli per lungo tempo. La malaria è un altro fardello che ogni anno, in una sorta di ritualità, appare durante la stagione delle piogge: lavorando vicino alle riserve idriche del territorio, la diffusione di questa malattia è molto elevata. I bambini sono i più vulnerabili e molto spesso non sopravvivono. 
Sono ancora i bambini ad essere colpiti maggiormente dalla malnutrizione e dalla diarrea. Nei villaggi nati dalle attività minerarie, dove l’acqua potabile è inesistente, molti bambini devono bere l’acqua piovana - quando c’è - e molti di loro soffrono di disidratazione e malattie della pelle. Una vita durissima che per molti è l’unica possibile.
Per questo il «nous sommes ensemble», diventa fondamentale. Quell’aiutarsi a vicenda, quel sostenersi è vitale. 
Questo è l’insegnamento che ho ricevuto dai Malinké: tutti noi siamo figli della stessa terra, che con le sue stagioni e con i suoi umori ci guida lungo un percorso misterioso e a volte difficile. L’unico modo per andare avanti è quello di sostenersi a vicenda. È questo il fondamento se vogliamo essere chiamati uomini.

Guinea: uno sguardo alla situazione attuale

Il 2021 non è stato un anno facile per la Guinea. Questo piccolo stato dell’Africa occidentale ha dovuto fronteggiare numerosi problemi, sia sul piano sanitario che politico. Dopo un colpo di Stato avvenuto il 5 settembre 2021 a opera del leader golpista Mamandy Doumbouya ai danni dell’ex presidente Alpha Condé, gli assetti politici del Paese sono radicalmente cambiati. La situazione attualmente sembra stabile ma c’è ancora, da parte della popolazione locale, un forte timore.
 
Un altro aspetto molto delicato è quello relativo alla sanità pubblica. Durante l’ultimo anno, la Guinea ha dovuto affrontare dei casi di Ebola e di Marburg (un’altra febbre emorragica molto simile all’Ebola) fortunatamente i casi erano isolati e il virus non ha avuto modo di replicarsi ed espandersi. Purtroppo però questo non è nient’altro che la punta dell’iceberg di una situazione ben più complicata.
La mortalità infantile in Guinea è elevatissima: a esserne più colpiti sono i bambini nella fascia dei 0-5 anni, tutto questo per una serie di ragioni sociali, economiche e di mal gestione della salute pubblica.
L’età media del Paese si aggira sui 17 anni, e malattie come la malaria, la malnutrizione, la diarrea ed il morbillo sono ancora letali.
I bambini sono i più colpiti e l’accesso non gratuito alle cure e ai vaccini di base non aiuta a sconfiggere malattie che sarebbero curabili.
 
L’unità e la fratellanza del popolo guineano hanno radici molto antiche che si perdono nelle storie di vecchi miti e caste famigliari che hanno creato l’assetto attuale della mentalità guineana.
L’Islam è arrivato da relativamente poco tempo e quindi la base culturale del Paese è ancora fortemente tradizionale. Una radice che vede l’uomo indissolubilmente legato alla terra e allo scorrere delle stagioni, sia quelle climatiche che quelle della vita.