Laura, perché hai scelto di tradurre questo libro?
«È stato uno dei primi romanzi che ho letto per imparare la lingua svedese e mi ha subito colpita per l’universalità dei temi trattati. Stefan Einhorn è un medico e professore di oncologia al Karolinska Institutet, l’ospedale universitario di Stoccolma, e da anni si occupa di etica. Quando ho letto questo romanzo, era già noto per un saggio tradotto in 17 lingue e pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo “Essere buoni conviene. L’etica nella vita di tutti i giorni”».
Senza spoilerare troppo, raccontaci qualcosa della trama.
«Il romanzo parla di Hanna, una giovane ebrea polacca sopravvissuta al campo di concentramento di Ravensbrück che arriva in Svezia nel 1945 con uno degli Autobus Bianchi usati per recuperare i sopravvissuti. È molto provata e denutrita. Ha perso tutta la sua famiglia, ma riesce a sopravvivere fisicamente e si forma come assistente all’infanzia. Tramite un’amica, trova lavoro in una famiglia per occuparsi di Andreas, un bambino di due anni. Hanna lo ama come se fosse suo figlio, ma l’idillio finisce quando il padre le confessa di provare dei sentimenti per lei. Per decisione della moglie, viene quindi licenziata».
Poi cosa succede?
«L’autore dà vita a un intreccio dalla suspense crescente. Che cosa è successo nell’infanzia di Hanna nel ghetto polacco di Łódź? È sopravvissuto qualcuno della sua famiglia? Perché la famiglia di Andreas ha un legame indissolubile con lei? Chi è davvero Hanna?
Il lettore lo scopre pagina dopo pagina attraverso la voce di sette persone che raccontano la propria versione della storia, ciò che hanno compreso e le motivazioni delle proprie scelte.
Anche Hanna trova voce attraverso una lettera. È una storia terribile, come quella di ogni sopravvissuto, che parla di coraggio e tradimento, dell’oscurità della Shoah e del prezzo della sopravvivenza».
Quali interrogativi apre questo libro?
«Il romanzo costringe a confrontarsi con interrogativi difficili. Chi è soltanto malvagio e chi soltanto buono in un momento storico in cui l’essere umano viene spogliato della dignità, dell’umanità e del ruolo sociale?
Cosa è possibile giustificare in nome delle buone intenzioni? Si ha il diritto di sacrificare qualcun altro per salvare i propri figli?
Esistono situazioni in cui possiamo ritenere lecito collaborare con il nemico? Che cosa accade a una persona che, senza opporre resistenza, consegna un proprio caro per sopravvivere?
L’autore non cerca di risolvere questi enigmi, li presenta come questioni etiche da discutere.
Il lettore è quindi chiamato a interrogarsi su diversi temi tra cui il tradimento, la riconciliazione, le strategie di sopravvivenza, la ripercussione del trauma sulle generazioni future e la responsabilità di educare i propri figli».
Cosa hai apprezzato di più?
«Il romanzo affronta tematiche a me care, di cui parlano molti pensatori e attivisti della nonviolenza. Come il monaco buddhista vietnamita Thích Nhất Hạnh: ricorda che dentro ognuno di noi ci sono dei semi sia di bene che di male e che la direzione che la nostra vita prenderà dipende dai semi che scegliamo di annaffiare.
Pur essendo frutto della fantasia, la storia è ben documentata dall’autore, figlio di ebrei sopravvissuti. E invita il lettore a non dare giudizi affrettati e a guardare la complessità della situazione.
Il romanzo lascia spazio alla speranza. In una situazione di disumanizzazione come quella raccontata, l’essere umano appare nudo, in tutta la sua fragilità e nei suoi aspetti peggiori, come il desiderio di essere quello che sopravvive e che non viene sacrificato. Eppure, anche qui, dove meno ce lo aspettiamo, emerge chiaramente la possibilità che ognuno ha di essere grande nelle proprie scelte».
Anche in un contesto così difficile è possibile parlare di riconciliazione?
«Sì, però bisogna raccontare la verità ed essere aperti all’ascolto dell’altro e delle sue motivazioni.
Ciò che diventa male nelle conseguenze non lo è sempre nelle intenzioni e quando non possiamo agire nel bene, perché le circostanze sembrano non lasciare spazio al bene, possiamo sempre scegliere l’empatia e riconciliarci interiormente.
Per ricostruire pace dopo tanta violenza, è necessario affrontare il trauma sia da parte di chi la subisce sia di chi la esercita, raccontarlo e riviverlo non solo come fatto individuale ma collettivo.
Se un trauma non riaffiora nella narrazione, si manifesta come patologia, con danni enormi per l’individuo e per l’intera società».
A chi consiglieresti questo libro?

Fino alla fine lascia un po’ sulle spine: è come un mosaico, le cui tessere vanno al loro posto pagina dopo pagina.
Credo sarebbe utile proporlo alle scuole medie e superiori perché invita a rileggere la storia alla luce di quello che viviamo oggi, e in mezzo a così tanta violenza ce n’è davvero bisogno».
Un romanzo che non offre risposte, ma costringe a guardare in profondità l’animo umano e le ferite della Storia, spingendo il lettore a chiedersi: e tu, cosa avresti fatto?
“Non chiedere agli angeli” di Stefan Einhorn è pubblicato da Fernandel ed è disponibile qui:
https://www.fernandel.it/catalogo/collana-fernandel/stefan-einhorn-non-chiedere-agli-angeli
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