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17 Luglio 2026
Ultima modifica: 17 Luglio 2026 ore 08:15

«Sono morto, ma sono carico!»: la lezione di felicità di Federico Bazzan

A quasi vent'anni dalla scomparsa del giovane animatore polesano, la sua storia diventa un libro
«Sono morto, ma sono carico!»: la lezione di felicità di Federico Bazzan
Foto di Caterina Balocco
Dall'incontro con don Oreste Benzi alle missioni in Zambia con la Comunità Papa Giovanni XXIII, la storia di Federico rivive nelle pagine del libro "Le stagioni della felicità". Nelle parole della moglie e degli autori Liut e Fiocchini, il ritratto di un ragazzo normale capace di trasformare la malattia in servizio al bene e in una contagiosa carica di speranza.
Ci sono storie che entrano nel cuore di chi le incontra. Quella di Federico Bazzan ora è diventata un libro. Che cosa ha di speciale questa storia? Forse niente, forse tutto.
La moglie Sara, parlando di questo libro e del perché consiglierebbe di leggerlo, rivela che parla di una vita ordinaria che ha vissuto il Vangelo. Afferma: «Federico amava tanto Gesù e ogni cosa che faceva era per la gloria di Dio, ha vissuto in pienezza ogni momento. Mi auguro che chi legge questo libro possa assaporare una vita bella e unica come quella di ogni persona, e che attraverso questo libro possa imparare a vivere appieno e a scoprire la propria originalità».

Chi era allora Federico Bazzan? Un ragazzo normale, nato il 3 luglio 1981 e cresciuto a Granzette, un piccolo paese della provincia di Rovigo, impegnato in parrocchia e nel volontariato, che, poco più che ventenne, scopre di avere un melanoma.  Da subito affronta la malattia con grande coraggio e forza d’animo. Sogna una famiglia e la costruisce con Sara, che sposa il 10 settembre 2005. I 3 agosto 2007, all'età di ventisei anni,  terminerà la sua battaglia con la malattia e inizierà il suo viaggio in Paradiso. In tutti quelli che lo hanno conosciuto e soprattutto nei ragazzi di cui è stato animatore, rimane il ricordo di una persona positiva che ha saputo affrontare ogni difficoltà.

La nascita del libro "Le stagioni della felicità"

 
Dopo quasi vent’anni, i ricordi sono diventati testimonianze scritte perché il bene che Federico ha costruito e ha lasciato possa essere conosciuto da tanti, anche oltre Rovigo e Oppeano, dove ha vissuto dopo il matrimonio.
 
Sara racconta che l’idea di creare un libro a partire dalle testimonianze è stata di fra’ Massimo Ezio, un cappuccino che non ha conosciuto direttamente Federico, ma che è entrato in contatto con le opere che sono nate dopo la sua morte. Ha approfondito la storia e ha lanciato l’idea impegnandosi nella raccolta di ricordi, approfittando dell’anniversario di matrimonio dei genitori di Federico. Alcune testimonianze sono state poi raccolte da don Francesco Todeschini, parroco di Oppeano. Per la stesura del testo sono stati poi contattati i giornalisti Matteo Liut di Avvenire, che ha poi coinvolto la collega Emilia Fiocchini.
Dopo un intenso lavoro, è nato il libro Le stagioni della felicità. Il titolo riprende quello di un’opera che Federico aveva scritto ex novo in occasione di uno spettacolo teatrale, realizzato dai ragazzi di un’associazione di cui faceva parte, che ripercorreva le età della vita, dal bambino all’adulto all’anziano, appunto le stagioni della felicità.

L'incontro con la Papa Giovanni XXIII e don Oreste Benzi

Nell’ultima parte del libro si parla del rapporto tra Sara e Federico con la Comunità Papa Giovanni XXIII e del loro viaggio in Zambia. Sara ci racconta di esserci stata due volte, prima da sola e poi, dopo aver conosciuto Federico, anche con lui. In entrambe le occasioni sono state esperienze importanti, dove ha potuto vivere il Vangelo in pienezza e stare accanto a don Oreste Benzi, conoscere il suo modo di stare a fianco agli altri, di prendersene cura, lasciandosi ispirare dal suo esempio. Il tempo trascorso in missione ha dato l’impronta alla loro famiglia.

Federico Bazzan con don Oreste Benzi
Foto di Caterina Balocco


C’è un episodio legato a don Oreste che è rimasto nel cuore di Sara: «L’8 giugno 2006 Federico aveva invitato don Oreste a Oppeano per un incontro con i ragazzi in parrocchia, la serata conclusiva di un percorso in cui si era riflettuto sul tema delle dipendenze. Quel giorno però Federico non si sentiva bene perché aveva fatto la chemio e aveva deciso di non partecipare all’incontro. Una volta saputolo, don Oreste è venuto a casa nostra per incoraggiare Federico ad esserci e a un certo punto gli ha dato una benedizione speciale: ricordo, come fosse ieri, Federico inginocchiato davanti a lui. Quel momento di preghiera, breve e intenso, ha dato a Federico la forza di partecipare alla serata. Per noi è stata una grazia».
 
La storia di Federico ha colpito molto anche gli autori del libro: Matteo Liut ed Emilia Fiocchini, che si sono lanciati con impegno in questa avventura, pur non avendo conosciuto direttamente il protagonista. Li abbiamo raggiunti al telefono per una breve intervista.

L'intervista agli autori: la scelta di accettare la sfida

 
Cosa ha significato a livello professionale scrivere un libro su una persona che non conoscevate e perché avete accettato la sfida?
Liut: «Nel mio lavoro, da anni ho a che fare con testimoni della fede e persone che vivono la propria umanità come un’occasione per celebrare la vita e la sua forza. Sia le voci che ho conosciuto tramite scritti e immagini, sia quelle che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo, hanno lasciato segni preziosi sul mio cammino personale e professionale. Ho accettato la sfida di raccontare la storia di Federico Bazzan perché fin da subito, quando mi è stata presentata, ho intuito la potenza della sua eredità e di tutto quello che ha fatto nella sua esistenza. E questa prima impressione ha trovato tutta una serie di conferme, strada facendo. Il lavoro è stato lungo e rallentato da una serie di fattori esterni legati al mio lavoro e poi a ciò che succedeva attorno a noi. Ma questo tempo mi ha permesso di maturare la certezza della fecondità dell’esempio di Federico. E mi ha aiutato anche a riflettere sul mio ruolo di comunicatore: portare alla gente storie come queste è un servizio al bene, un modo per trasmettere un po’ di luce in questo mondo troppo spesso segnato da fatiche e ferite.»
Fiocchini: «In realtà, a livello professionale, non mi capita mai o quasi mai di scrivere di persone che ho davvero conosciuto. Ho accettato la proposta che è arrivata da Matteo e, ancora prima, da Thomas Paparella, amico di Federico, per la mia sensibilità verso storie che ancora oggi, anche a distanza di anni, hanno lasciato un segno in chi le ha vissute. Riconosco, ammetto, che la mia reazione iniziale è stata un po’ di sufficienza. Pensavo che quella di Federico fosse una delle tante storie che circolano anche oggi tra gli ambienti cattolici: un bravo ragazzo che si ammala giovane e perde la vita. Lavorandoci e conoscendo sempre meglio la vicenda, mi sono appassionata alla sua storia e mi sono impegnata perché quella di Federico non fosse dimenticata, com’è la sorte di tante storie.»

Una testimonianza di santità nella vita quotidiana

Cosa vi ha colpito di più della storia di Federico?
Liut: «La luce che emana ancora oggi a quasi 20 anni dalla scomparsa: è il segno di un “di più”, che solo chi vive una vita accogliendo Dio nel proprio cuore può lasciare. Conoscendolo un po’ alla volta, devo dire che la cosa che più mi è piaciuta del suo stile è proprio questa sua capacità di portare la luce sempre e ovunque. Una capacità che viveva senza buonismi o facilonerie, ma sempre relativizzando le difficoltà per far spazio al bene. Sapeva cogliere tutti quei nodi e ostacoli che, nella sua vita e in quella degli altri, sembravano essere insormontabili, non li nascondeva, ma poi dirigeva lo sguardo, il suo e quello degli altri, verso ciò che più conta. Vivendo questa sua missione nel nome del Dio, di Gesù Cristo, che ha attraversato la morte per portare la luce vera nel mondo, non ho paura di dire che Federico ha lasciato una testimonianza di santità. Perché essere santi non significa essere perfetti, ma fare della propria umanità uno spazio attraverso il quale la vita divina si fa presente nella storia quotidiana delle persone e del mondo.»
Fiocchini: «Di Federico mi hanno colpito soprattutto la poliedricità e la trasversalità. La sua capacità di cogliere tutte le sfide e di cercare sempre nuovi stimoli. Come, ad esempio, la scelta di uscire dalla parrocchia e cercare nuove risorse per diventare sempre più credibile agli occhi dei suoi ragazzi e non di meno la decisione di lasciarsi mettere in discussione dopo l’incontro con Sara, di cui si è innamorato. Mi viene in mente poi la scelta di partire con Sara per l’Africa e di lasciarsi trasformare e cambiare dall’incontro con i don Oreste Benzi e dall’esperienza con la Papa Giovanni XXIII; non si può poi non citare la grande sfida con il melanoma, la grave malattia che l’ha colpito e che ha affrontato con grande forza. Mi ha colpito anche prendere consapevolezza che, dopo quasi vent’anni dalla sua morte, tutte le persone di cui ho sentito la testimonianza abbiano un ricordo positivo di lui: mi sembrava quasi impossibile, ma mi sono fidata e oggi ci credo anch’io.»
 
Perché consigliereste questo libro?
Liut: Perché riempie il cuore di speranza e questo, se ci pensiamo, è un paradosso: raccontiamo la storia di un giovane morto per una grave malattia ma il senso che lascia il libro è solo di gioia e di luce. Ovviamente il merito non è del libro in sé, ma della voce di Federico, che in queste pagine parla in prima persona e attraverso le parole dei tanti testimoni che abbiamo ascoltato. È un libro che fa bene al cuore e, soprattutto, fa guardare ai giovani con gli stessi occhi con cui li guardava Federico: pieni di amore, capaci di cogliere le loro fragilità e le loro contraddizioni, ma sempre pronti a vedere in loro il meraviglioso albero della vita che cresce.»
Fiocchini: «Perché è la dimostrazione che il bene fa star bene. È un'idea di cui Federico era straconvinto e che ha continuato a raccontare ai suoi ragazzi, ai suoi amici e anche ai colleghi di lavoro in tantissimi modi fino all'ultimo. Diceva al collega Massimiliano Piovan: "Sono morto, ma sono carico!". Era letteralmente a un passo dalla morte, ma aveva ancora una carica di energia e di vitalità da trasmettere. Questa carica, secondo me, è il maggior elemento per cui Federico deve essere ricordato, deve essere conosciuto. Ci sono tante altre storie che circolano, ma la sua è unica e irripetibile, ed è per questo che io e Matteo ci siamo impegnati tanto per farla conoscere.»
 

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