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4 Novembre 2022
Ultima modifica: 14 Novembre 2022 ore 15:32

Perché le navi delle ONG aiutano i migranti

Con i primi interventi del governo Meloni torna al centro dell'agenda politica l'emergenza migranti nel Mediterraneo e il ruolo delle ONG. Ecco quello che c'è da sapere.
Perché le navi delle ONG aiutano i migranti
Foto di Sea-Watch e.V. - Lisa Hoffmann
Cosa sono le Organizzazioni Non Governative, chi le finanzia, qual è il loro ruolo nel salvataggio dei migranti, perché li portano in Italia anche se il Governo non vuole.
Nel suo primo discorso alla Camera per chiedere la fiducia, la futura premier italiana Giorgia Meloni aveva preannunciato l'intenzione di intervenire a livello europeo per «recuperare la proposta originaria della missione Sophia» nella fase, mai attuata, che prevedeva «il blocco delle partenze dei barconi dal nord Africa», intervento che andrebbe accompagnato «dalla creazione sui territori africani di hotspot, gestiti da organizzazioni internazionali, dove poter vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto ad essere accolto in Europa da chi quel diritto non ce l’ha».


Temi che Meloni ha portato nel suo primo viaggio a Bruxellex per incontrare i vertici dell'Unione Europea.
Nel frattempo l'emergenza umanitaria procede senza aspettare i tempi della poltica e le cronache riportano l'attenzione sulle navi delle ONG cariche di migranti, alla ricerca di un porto sicuro in cui farli attraccare.
Le Organizzazioni Non Governative (ONG) operano da molti anni in vari settori dell’intervento umanitario, ma il grande pubblico ha scoperto solo da poco la loro esistenza, grazie proprio all’opera di salvataggio dei migranti nel Mar Mediterraneo. 
Perché intervengono? Chi le finanzia? Perché, se sono organizzazioni internazionali, hanno comunque issata la bandiera di una nazione e perché non portano i migranti nello Stato indicato dalla loro bandiera e chiedono invece di attraccare in altri Stati?
Per capire come stanno veramente lo cose, lo chiediamo all’avvocato Laila Simoncelli, che da anni cura i report sul rispetto dei diritti umani per l’ufficio di rappresentanza della Comunità Papa Giovanni XXIII presso le Nazioni Unite.


Anzitutto, cos'è una ONG?

«È un’Organizzazione Non Governativa privata, senza scopi di lucro e – come la definizione stessa dice – indipendente dagli Stati e dai Governi, che ottiene la parte più significativa dei propri introiti da fonti private, per lo più donazioni. 
Pur essendo indipendenti, le ONG possono collaborare con le istituzioni pubbliche e ricevere – a seconda delle normative nazionali – contributi e/o finanziamenti per svolgere le loro attività statutarie. Le ONG perseguono diversi obiettivi di utilità sociale, cause politiche o di cooperazione allo sviluppo. Gli ambiti di intervento sono vari: tutela dell’ambiente e del territorio, protezione delle minoranze, difesa dei diritti umani, ambiti di sviluppo e protezione specifici per alcune categorie di persone.
Le ONG possono avere diverse forme giuridiche a seconda delle legislazioni nazionali. La maggior parte sono costituite sotto forma di associazione o fondazione. 
In Italia al marzo 2019 erano circa 227 le organizzazioni iscritte nell’apposito elenco gestito dall’AICS, Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo».

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Perché le ONG si occupano di migranti?

«Essendo associazioni transnazionali private, che con un apparato organico stabile perseguono fini altruistici in maniera pacifica, anche la tutela delle persone migranti ed il salvataggio in mare rientrano tra i loro vari possibili scopi statutari in quanto attività funzionali alla protezione dei diritti umani ed in particolare del diritto alla vita e ad essere salvati se in pericolo di morte.
Fu dopo i grandi naufragi – su tutti quello di Lampedusa del 3 ottobre 2013, con 368 morti accertati – che la società civile, sconvolta e inorridita da queste morti, iniziò ad organizzarsi per le azioni di salvataggio. In contemporanea nacque anche Mare Nostrum, la rete di salvataggio ideata e gestita dal Governo italiano. Dopo l’arretramento dei governi e le nuove stragi del 2015, i privati hanno svolto un ruolo di supplenza raccogliendo inizialmente riconoscimenti, encomi e premi».

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Come fanno le ONG ad avere una nave? Chi le finanzia?

«Ogni ONG con nave ha origini diverse  e si finanzia in modo diversificato, per lo più con donazioni regolamentate dalle legislazioni nazionali della sede legale. Ne cito alcune.
MOAS (Migrant Offshore Aid Station), con sede a Malta, è stata la prima organizzazione non governativa ad operare nel Mediterraneo. I suoi fondatori, Christopher e Regina Catrambone, hanno avviato questo progetto nel 2013, in seguito al disastroso naufragio del 3 ottobre prima citato. Il progetto, completato nel 2014, è completamente finanziato da privati e si avvale di professionisti internazionali nel settore umanitario e della sicurezza, di personale medico ed esperti ufficiali della marina. Il MOAS si avvale dell’utilizzo di due navi, la Phoenix  e la Topaz Responder.
SOS Mediterranee: l’uomo che ha ideato il progetto, fondato l’associazione e suo attuale presidente è Klaus Vogel, capitano di marina mercantile. Il progetto, di partenza tedesco, è stato appoggiato in Francia da Sophie Beau e in Italia da Valeria Calandra, ed è interamente finanziato da privati. L’organizzazione è operativa dal febbraio del 2016 con l’obiettivo primario di organizzare il salvataggio dei migranti in pericolo di vita nel Mar Mediterraneo; l’Aquarius è una delle sue navi.
Medici senza frontiere è un'organizzazione internazionale non governativa, fondata nel 1971 da alcuni medici francesi, che si prefigge lo scopo di portare soccorso sanitario ed assistenza medica nelle zone del mondo in cui il diritto alla cura non sia garantito. L’organizzazione è finanziata grazie a donazioni private e dal 2015 è presente nell’area. Sue sono le navi Bourbon Argos e Dignity I.
Sea-Watch e.V. è stata fondata nel 2014 dal tedesco Harald Höppner ed è interamente finanziata con fondi privati. Attiva dal 2015 nell’area del Mediterraneo, inizialmente si avvaleva di una sola nave, dal marzo del 2016 l’organizzazione ha acquisito più grandi imbarcazioni.
Sea-Eye e.V. è stata fondata nell’autunno 2015 dall’imprenditore Michael Buschheuer di Ratisbona, in Germania, con un gruppo di familiari e amici. Dall’aprile del 2016 la nave di cui si è dotata l’ONG, la Sea-Eye 225, opera fra Malta e la zona al largo delle coste libiche con fondi interamente privati.
 


Jugend Rettet è nata nell’aprile del 2015 per volontà di nove ragazzi berlinesi, tra i 20 e i 29 anni, i quali hanno avviato una raccolta fondi per acquisire un vecchio peschereccio olandese e inviarlo nella zona del Mediterraneo centrale. L’imbarcazione che ne costituisce l’asse operativo in mare è la Juventa.
Proactiva Open Arms ha iniziato ad operare nel Mar Egeo, a Lesbo, nel settembre del 2015 con un gruppo di Lifeguards che prestavano soccorso direttamente da riva e senza nessun equipaggiamento. Successivamente l’organizzazione si è dotata di una barca a vela, l’Astral 231, poi della nave Golfo Azzurro e della Open Arms. Per problemi di fondi, alla data del marzo 2018 solo quest'ultima è pienamente operativa.
Mediterranea è una nave e un progetto italiano, “una piattaforma di realtà della società civile” nata con lo scopo di denunciare e testimoniare quello che accade nel Mediterraneo.Banca Etica ha concesso il prestito per avviare la missione e per l’acquisto della nave. Inoltre sta supportando il crowdfunding per sostenere tutti gli aspetti economici. Le navi usate sono la Mare Jonio e la Alex».

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La navi delle ONG hanno la bandiera di uno Stato. Cosa significa e che responsabilità ha lo Stato rispetto a quello che fa l’ONG con la nave?

«Con il termine nazionalità o bandiera si designa un criterio di collegamento della nave con l'ordinamento giuridico di uno Stato. La nazionalità della nave comporta che a bordo della stessa si applichi la legislazione e la sovranità dello Stato di bandiera. Il comandante della nave pertanto dovrà comportarsi rispettando le leggi nazionali dello Stato di bandiera a bordo e rispettare le norme internazionali ed i trattati relativi al diritto del mare durante la navigazione e nell’interazione con acque nazionali di altro Stato. 
Uno Stato può legittimamente concedere la sua bandiera se esiste un "legame  sostanziale" tra la nave e l'ordinamento nazionale. Sotto l'aspetto pratico uno Stato attribuisce la propria nazionalità a una nave attraverso la registrazione della stessa in appositi registri».

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Uno Stato può vietare alla nave di una ONG di effettuare un salvataggio di migranti in mare?

«Non esiste né potrebbe esistere una norma che impedisca a chi conduce una nave di operare dei salvataggi in mare, infatti nei vari trattati internazionali e norme nazionali, è previsto l’obbligo di salvare le vite in mare come adempimentodi un dovere e come valore da sempre riconosciuto nel diritto del mare di tutti gli Stati (articoli 1113 e 1158 del codice della navigazione italiano).
Sono poi regolamentate da un particolare trattato internazionale, il SAR (Search And Rescue) le modalità di messa in salvo e disimbarco dei naufraghi una volta operato il salvataggio e individuato il cosiddetto safety place porto sicuro. La competenza a giudicare le eventuali violazioni del comandante in acque nazionali di uno Stato diverso da quello di bandiera sono regolate dalle norme sulla giurisdizione di diritto internazionale».

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Come fa una ONG a sapere dove andare a prendere i richiedenti asilo? Da chi viene avvisata? 

«Le navi delle ONG semplicemente monitorano le acque internazionali di fronte e nei pressi delle coste libiche, luoghi dove sono avvenuti numerosi naufragi di barconi o gommoni di migranti con tragiche morti, ed intervengono nei casi di avvistamento di natanti allertando le autorità responsabili (Referenti Guardia Costiera Nazionale) della relativa zona di ricerca e salvataggio (zona Sar) definite dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). 
Possono anche intervenire su segnalazione/avvistamento da parte di altri natanti, anche commerciali o di altro genere, e a seguito di richieste di soccorso pervenute da allarmi specifici lanciati tramite telefoni privati e numeri di emergenza. Nel corso degli anni sono stati attivati, oltre ai numeri pubblici delle autorità costiere degli stati rivieraschi, strumenti di allarme come ad esempio Alarm Phone per chiedere aiuto».

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Ci può essere una qualche forma di collaborazione con i trafficanti di esseri umani?

«La possibilità che le ONG abbiano una qualche forma di collaborazione con i trafficanti è stata ripetutamente esclusa da molteplici indagini della magistratura italiana e da indagini parlamentari ed extraparlamentari. È in sostanza una considerazione assolutamente smentita dai fatti».

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Perché, nonostante un Governo vieti di approdare sulle proprie coste, le navi delle ONG continuano a voler attraccare?

«Il comandante che operi un salvataggio è tenuto giuridicamente a rispettare le norme del trattato SAR e a condurre i migranti al porto sicuro più vicino. Quando questo porto sicuro, ad esempio, è l’Italia, le navi ed il comandante è lì che sono tenuti a operare lo sbarco nei tempi più rapidi possibile. Giuridicamente gli obblighi del nostro Governo, qualora per le norme di legge sia identificato come safety place, potrebbero essere superati solo a seguito di una disponibilità volontaria di altri porti di altri Stati. Ma se non c’è disponibilità volontaria di altri, il Comandante compierebbe un atto illegittimo andando in altro porto di sua iniziativa, violando così le norme internazionali, mentre agirebbe nel compimento di un dovere recandosi in Italia pur non rispettando divieti imposti dalle autorità italiane; ovviamente in questo ultimo caso si possono aprire dei contenziosi rispetto ai quali spetta alla magistratura operare il giudizio.


Quando poi le condizioni di salute dei “salvati” sono difficili o in aggravamento nell’attesa o nel ritardo, una eventuale inottemperanza ai divieti imposti integrerebbe un vero e proprio stato di necessità perché, se il comandante non operasse al più presto lo sbarco, potrebbe essere sottoposto a procedimento penale per non aver messo in sicurezza i naufraghi secondo legge internazionale».

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Perché le navi non riportano i richiedenti asilo sulle coste dei Paesi da cui sono partiti, ad esempio la Libia?

«È stato ampiamente documentato in molti rapporti delle Nazioni Unite e delle ONG che i migranti in Libia sono soggetti a diverse violazioni dei diritti umani, tra cui il traffico di persone, prolungate detenzioni arbitrarie in condizioni disumane, torture e maltrattamenti, uccisioni illegali, stupri e altre forme di violenza sessuale, lavori forzati, estorsioni e sfruttamento. Pertanto, la Libia non può essere considerata un posto sicuro ai fini dello sbarco dei migranti. 
Ciò è chiaramente dimostrato in un recente rapporto  -  "Disperata e pericolosa: Rapporto sulla situazione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia” - datato 20 dicembre 2018, preparato congiuntamente dall'Ufficio dell'Alto Commissariato ONU per i diritti umani (OHCHR) e dalla Missione di Supporto dell’ONU in Libia (UNSMIL)».

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L’attenzione mediatica è sulle navi delle ONG mentre continuamente arrivano sulle nostre coste molte barche di richiedenti asilo di cui quasi nessuno parla. Ci sono dati?

«Il fenomeno degli sbarchi cosiddetti fantasma, ossia autonomi, non è cosa nuova ma a causa della loro natura, non esistono dati certi. Stime approssimative parlano di una forbice da circa 3.500 a 5.000  persone all’anno, ma in realtà quanti siano nessuno lo sa esattamente».

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È corretto ritenere che, se non ci fossero le ONG a soccorrerli, meno migranti deciderebbero di imbarcarsi su barche o gommoni di fortuna e quindi diminuirebbe il numero di morti in mare?

«Questa affermazione è stata oggetto di un fact checking sin dal 2015 è si rivelata completamente infondata. Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, che ha analizzato tutti i dati raccolti dalla Guardia costiera italiana, dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) dal gennaio del 2016 all’ottobre del 2018, afferma che i dati parlano chiaro: il pull factor non esiste

Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, aveva già affermato nel massimo momento di flussi nel 2017 che non solo “la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione”, ma “parlare di pull factor è fuorviante”, perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori “tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi”.
Ancora in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, aveva ampiamente spiegato che l'area di ricerca e soccorso “non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire”.
Ricordiamo poi, oltre alla sua audizione al Comitato Shengen, l’audizione parlamentare del 3 maggio 2017 dal Contrammiraglio Nicola Carlone, Capo del III reparto Piani e Operazioni del Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia costiera. Egli ha affermato esplicitamente: “Tengo a precisare comunque che la presenza delle Ong non comporta quello che viene detto un fattore di attrazione, spesso non dà impulso alle partenze … il fenomeno è governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali”.
In definitiva è evidente che le ONG presenti in mare non solo non incentivano gli sbarchi ma contribuiscono soltanto a salvare vite che diversamente alimenterebbero il tragico “cimitero” del Mediterraneo».

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In alternativa alla politica dei porti chiusi, quale soluzione ci potrebbe essere per fermare i trafficanti di esseri umani?

«Occorre affrontare la questione in maniera ampia, strutturale, anziché in modo emergenziale e privo di una visione d’insieme e di prospettiva. 
Solo favorendo canali legali di migrazione per fare dell’Europa un ambiente inclusivo in grado di facilitare l’integrazione dei migranti nella società, riconoscendo la realtà dell’interdipendenza tra i popoli, si porrà un freno al traffico illegale di esseri umani.
La pace e la prosperità, infatti, sono beni che appartengono a tutto il genere umano, sicché non è possibile goderne correttamente e durevolmente se esse vengono ottenute a danno di altri popoli e nazioni, violando i loro diritti o escludendoli dalle fonti del benessere.
Certamente occorre promuovere i Corridoi umanitari come un modello di inclusione sociale basato sulla partecipazione di reti solidali sparse su tutti i territori nazionali e introdurre la sponsorship come canale di migrazione ed ingresso regolare nel continente europeo ed in Italia rivedendo in tal senso la Legge Bossi-Fini.
Fondamentale è poi la revisione progressista del regolamento di Dublino superando la regola del primo approdo per la competenza delle domande asilo e con la previsione di un’equa e solidale ripartizione nella redistribuzione dei migranti, prevedendo sanzioni efficaci per gli Stati che non ottemperano a loro obblighi. 
Anche il nostro Paese poi dovrebbe al più presto implementare il Global Compact for a Safe, Orderly and Regular Migration (GCM ) preparato sotto gli auspici delle Nazioni Unite
In ogni caso la costruzione di soluzioni strutturali non potrà mai prescindere dal presidio dei valori imprescindibili della civiltà europea ed in particolare italiana, e cioè  salvare la vita delle persone in pericolo in mare o in altri luoghi dove siano nel bisogno di soccorso e  tutelare ed offrire accoglienza e rifugio alle vittime dalle violenza bellica, da qualunque soggetto essa provenga.
In tal senso è urgente e necessario liberare al più presto i rifugiati sottoposti a torture, trattamenti inumani e degradanti e a schiavitù intrappolati in Libia».

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Tutti i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno invitato l’Europa ad affrontare in maniera unitaria il problema dei richiedenti asilo. Cosa ha impedito di farlo?

«In Europa in realtà le proposte di riforma strutturale dei regolamenti – in particolare il Regolamento di Dublino – per gestire e governare i flussi migratori sono state oggetto da diversi anni di un serrato confronto e negoziato tra gli Stati membri.
Il Parlamento europeo nel novembre 2017 aveva approvato un testo della riforma che prevedeva la cancellazione della norma relativa al “Paese di primo ingresso”. Il testo del Parlamento – considerato da molti “innovativo”– riformava la materia sulla base dei principi di solidarietà, con un’equa distribuzione fra i Paesi membri, e introduceva per la prima volta anche i “legami significativi” (familiari o esperienze passate di studio e formazione) con uno specifico Stato membro. 
La bozza, frutto di un lavoro di quasi due anni da parte di una maggioranza trasversale, si è però arenata. Il fallimento è stato determinato soprattutto per l'opposizione di Paesi come la Repubblica Ceca, l'Ungheria, la Polonia e la Slovacchia, che ritenevano lo “status quo” soddisfacente e si opponevano ai ricollocamenti obbligatori e alle sanzioni in caso di mancato adempimento. In quel contesto (giugno 2018) anche l’Italia col nuovo Governo decise di allinearsi con Ungheria, Polonia e Austria che rifiutavano la distribuzione.  
Per superare questo stallo, la Commissione europea ha pubblicato nel settembre del 2020 un documento di proposte normative e di altre iniziative per un nuovo corso in materia di politica di migrazione e di protezione internazionale, il c.d. nuovo patto sulla migrazione e l'asilo.
Il 27 aprile di quest’anno, la Commissione ha quindi presentato un pacchetto di proposte specifico e da ultimo, il 7 settembre 2022, il Parlamento europeo e cinque Presidenze del Consiglio dell'UE a rotazione (Repubblica Ceca, Svezia, Spagna, Belgio, e Francia) hanno sottoscritto un accordo con il quale si sono impegnati a collaborare per adottare la riforma in materia di migrazione e asilo prima delle elezioni europee del 2024.

Nella dichiarazione comune si sottolinea la necessità che l'adozione dell'intera riforma rispetti i principi (stabiliti dall'articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell'UE) di solidarietà e di equa distribuzione della responsabilità tra gli Stati membri.  
In realtà a distanza di oltre due anni dal Patto EU sulla migrazione - peraltro criticato dalla società civile nelle proposte di riforma per la contrazione dei diritti dei cittadini stranieri in cerca di protezione - ci sono stati pochissimi avanzamenti e principalmente riguardanti: l’aggiornamento del sistema “Eurodac” per i controlli di ingresso e la trasformazione dell’EASO (Ufficio europeo per l'asilo) nella nuova Agenzia dell'UE per l'asilo mediante il regolamento (UE) 2021/2303.
Nel discorso sullo Stato dell’Unione nel 2022 al Parlamento Europeo, inevitabilmente permeato dalle conseguenze della guerra in Ucraina, Ursula Von der Leyen (Presidente Commissione UE) ha chiaramente affermato che “dobbiamo essere all'altezza delle nuove sfide che la storia ci pone sempre davanti. Proprio come hanno fatto gli europei quando milioni di ucraini sono venuti a bussare alla loro porta. Questa è l'Europa al suo meglio” ma “questa determinazione e questa spinta alla solidarietà mancano ancora nel nostro dibattito sulla migrazione”».


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Il nuovo presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni nel suo discorso alla Camere per chiedere la fiducia si era detta intenzionata a «recuperare la proposta originaria della missione navale Sophia dell’Unione Europea che nella terza fase prevista, anche se mai attuata, prevedeva proprio il blocco delle partenze dei barconi dal nord Africa». Di che cosa si tratta? È una strada percorribile?

«Per rispondere a questa domanda occorre innanzitutto ricordare da dove prende il nome la c.d. operazione Sophia. Nel 2015 il Consiglio Europeo, a fronte della crisi libica, aveva reagito con un forte impegno al fine di evitare tragedie umane nel Mediterraneo, di fatto predisponendo l’operazione navale “EUNAVFOR MED - Sophia” (26 ottobre). Il nome deriva da quello della bambina nata sulla nave intervenuta a soccorso dei naufraghi e che aveva salvato la madre il 22 agosto 2015 al largo delle coste libiche.
In realtà la terza fase che la Presidente del Consiglio Meloni ha citato prevedeva l'adozione di misure operative contro le navi e le relative risorse sospettate di essere utilizzate per il contrabbando o il traffico di esseri umani all'interno del territorio degli Stati costieri. In cosa dovessero consistere queste misure non è mai stato definito; dal punto di vista legale era però esplicitamente previsto che queste misure dovessero in ogni caso rispettare il diritto internazionale, compresi i diritti umani, il diritto umanitario e dei rifugiati e il principio di "non refoulement" (non respingimento) oltre al fatto che per potersi adottare avrebbero comunque richiesto una pronuncia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il consenso dello Stato in questione. Non è possibile, infatti, intervenire nel territorio di un altro Stato senza il suo consenso/richiesta o che vi sia una esplicita Risoluzione ONU (Consiglio di sicurezza). In ogni caso vanno rispettati tutti i diritti umani compreso il diritto di asilo e quello del soccorso in mare».

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Nel citato intervento Meloni ha anche proposto la «creazione sui territori africani di hotspot, gestiti da organizzazioni internazionali, dove poter vagliare le richieste di asilo e distinguere chi ha diritto ad essere accolto in Europa da chi quel diritto non ce l’ha»

«Questa idea non è affatto nuova e che già nel 2018 l’Unione Africana (UA) aveva espresso perplessità (anche di legittimità) su questo tipo di richieste dell’Unione Europea: diversi Stati nord africani erano stati categorici nel rifiuto in merito (Libia, Tunisia, Marocco, Mauritania). Diversamente, sono già previste un po' in tutti i documenti di indirizzo europeo - dalle politiche di asilo (New Pact on Migration and Asylum) a quelle di cooperazione per migrazione e mobilità umana (Towards a comprehensive Strategy with Africa) - le  strategie di partenariato e cooperazione riguardo i flussi migratori».

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Molti si chiedono: perché i migranti non prendono l’aereo anziché affidarsi ai trafficanti di esseri umani? Farebbero un viaggio più sicuro e spenderebbero meno.

«La questione è molto semplice: non esiste la possibilità di entrare regolarmente negli Stati europei con un visto per richiesta di asilo: per poter fare domanda di protezione internazionale bisogna già essere in Europa. Non resta dunque molta scelta, poiché senza visto non si può salire in un aereo o attraversare le frontiere, e altri tipi di visti - che in ogni caso richiedono molte risorse economiche e di altro tipo - raramente vengono concessi.
Le condizioni di estrema vulnerabilità e povertà in cui si trovano profughi e rifugiati li vede pertanto costretti, non essendoci altre possibilità di ingresso legale, a trovare qualsiasi tipo di espediente per mettersi in salvo, anche a rischio della vita».

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