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14 Novembre 2019

Perché non serve minacciare i figli

La violenza e la minaccia non possono essere linee pedagogiche
Foto di Jenko Ataman
Educare è un lavoro difficile, un'arte difficile. La quasi certezza di sbagliare scoraggia molti genitori. Ma avere delle linee chiare e funzionali può essere utile non tanto per non sbalgliare mai, ma per orientare il proprio comportamento consapevole e riorientarlo quando si fanno degli errori.

Come si fa a convincere un bambino piccolo a non fare capricci? Ad ascoltare? A smettere un comportamento pericoloso per sé o per gli altri? I genitori se le inventano tutte, dal contenimento fisico (ti impedisco di correre in mezzo alla strada trafficata tenendoti forte la mano) alla distrazione (di fronte ad un negozio di dolciumi attiro l’attenzione su un bel gioco da fare insieme).
Mezzi leciti, che rischiano di sconfinare nello sconveniente quando diventano minacce.

Se piangi ancora le prendi

L'abbiamo sentito un milione di volte, ma forse non ci siamo mai soffermati a pensarci a fondo, come ci suggerisce una lettrice, pedagogista, che ci invita a parlare «dell’assurda minaccia a bambini molto piccoli, […] della minaccia di una punizione fisica, dell’abbandono. […] una modalità perversa e violenta».
E ha ragione la cara amica, nonostante usi un linguaggio dai toni forti.
Ha ragione perché quando parliamo di bambini piccoli non abbiamo la certezza che il livello di maturazione cognitiva permetta loro di comprendere realmente quello che gli adulti dicono o pretendono da loro. Ciò che capiscono è un tono di voce minaccioso, elevato, concitato. Capiscono quindi solo l’aspetto emotivo della comunicazione.
Per quelli che capiscono – effettivamente – la minaccia di una punizione corporale ha un che di perverso: un genitore premedita di fare violenza al figlio. Ora, un conto è che sul momento scappi uno sculaccione (sculaccione, mai ceffone, mi raccomando!), un altro è che pre-mediti di farlo. Sono due cose molto differenti, nell’adulto che lo esercita e nel bambino che deve spiegarselo.

La ricerca del successo immediato

Forse si ottiene un successo immediato, ma con il terrore, e non certo per una buona interiorizzazione della regola.
Come abbiamo sostenuto altre volte l’eccesso di zelo in campo educativo può essere giustificato solamente da una situazione di emergenza: è evidente che se devo impedire che mio figlio vada sotto un’auto può starci che lo prendo con energia da un braccio.

Mai minacciare l'abbandono

Una categoria ancora più “perversa” è quella della minaccia di abbandono. Sembra impossibile ma c’è ancora chi la usa, forse memore (e non del tutto consapevole) di un’infanzia non proprio felice. «Se fai così la mamma va via» detta ad un bambino è terrorizzante. Già Bowlby sosteneva che la minaccia di abbandono può risultare altamente traumatica.

Responsabili del proprio equilibrio emotivo

Rispetto a questo campionario di antipedagogia, il consiglio ai genitori, può essere quello di prendersi cura, oltre che dei figli, anche del proprio equilibrio. L'equilibrio, per sua definizione, non è mai statico, mai raggiunto del tutto. Va guadagnato e riguadagnato sul campo, nelle fatiche e nelle soddisfazioni della vita, dell'esperienza, anche quella educativa.
Essere padri e madri necessita di molta energia. L'energia non è inesauribile e nemmeno possiamo magicamente pensare di crearla dal nulla; ma, come fa un atleta, l’energia va allenata, immagazzinata, conservata, e adattata alle sfide concrete che ogni figlio pone.