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6 Luglio 2021
Ultima modifica: 6 Luglio 2021 ore 10:09

La provocazione di Sandra Sabattini secondo don Roberto Battaglia

Perché le chiese si svuotano? Di quale segno hanno bisogno le persone per credere? Qual è il senso della beatificazione di Sandra? Parla don Roberto Battaglia, parroco a San Girolamo di Rimini in cui la ragazza riminese è cresciuta.
«Quando qualcuno incontra, come è accaduto a Sandra, un'esperienza all'altezza dei desideri del proprio cuore, vive una pienezza altrimenti impensabile.»
In questo tempo di crisi – sanitaria, economica, psicologica, educativa – che è anche una «crisi ecclesiale», come ha riconosciuto il Papa (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2020), la Beatificazione della nostra Sandra Sabattini (1961–1984), già prevista per il 14 giugno 2020, rimandata a causa della pandemia ed ora nuovamente fissata per il prossimo 24 ottobre, suggerisce uno sguardo diverso alla situazione che stiamo vivendo.
 
«Tante volte anche le nostre analisi ecclesiali – ha osservato Francesco – sembrano racconti senza speranza», e «una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica».

Il segno di Sandra Sabattini

Siamo in un tempo di crisi. Lasciandoci mettere in crisi da ciò che accade, possiamo, tuttavia, scoprire che sta fiorendo «una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio», imprevista e imprevedibile: «una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo», secondo la dinamica di un continuo «nuovo inizio» (Ibid.).
Il cristianesimo è sempre, per sua natura, un «nuovo inizio», e la testimonianza di Sandra ci provoca a guardare dove e come riaccade la freschezza di un’esperienza come la sua.
Si tratta di essere, secondo il recente invito del Santo Padre, disponibili ad «accogliere l’imprevisto», per «restare docili allo Spirito» (Discorso al Consiglio nazionale di Azione Cattolica, 30 aprile 2021), altrimenti si finirà per perdersi in analisi e progetti su un tronco ormai secco, senza lasciarsi sorprendere dalla «novità che germoglia dal vecchio».
L’esperienza di una giovane della nostra terra e del nostro tempo, la cui vita è stata riempita dall’ideale cristiano al punto da donarla tutta, è, innanzitutto, una provocazione ad accogliere «il bisogno di infinito che è dentro di noi e che non possiamo far finta di ignorare», come Sandra stessa scriveva pochi giorni prima di compiere vent’anni, sottolineando che «l’infinito è lì che ci aspetta ogni volta che cadono le “posticce” risposte che abbiamo dato al suo bisogno» (Il Diario di Sandra, 7 agosto 1981).

Chiese vuote o chiese piene. È questa la questione?

A questo bisogno infinito, che ci siamo tutti sorpresi addosso nel dramma imprevedibile della crisi che stiamo vivendo, col venir meno di ciò in cui avevamo riposto la nostra consistenza, possono rispondere delle “iniziative clericali”, il “tornare come prima della pandemia” o “una chiesa piena”?
 
Per tutti, nella Chiesa come nell’intera società civile, è urgente quello che Sandra domandava: «Signore non darmi la possibilità di “tirarmi su”, ma fammi sentire ancora di più il vuoto della mia umanità, […] per risalire e farmi gustare a fondo la bellezza della mia umanità, dell’essere giovane, di essere nel mondo» (Il Diario di Sandra, 27 gennaio 1981).
Quanto tempo si perde, di fronte alle “chiese vuote”, nell’elaborare strategie per tornare a riempirle, mentre, invece, l’esperienza di Sandra Sabattini testimonia come la vera questione sia una proposta che possa prendere sul serio fino in fondo il «vuoto della mia umanità».
Se le chiese, come la vita delle associazioni ecclesiali o delle parrocchie, sono piene di attività per il tempo libero o di una devozione estranea al grido che emerge nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, presto si svuoteranno del tutto.

Le parole non bastano

Nella circostanza in cui viviamo non mancano giovani e adulti che si riavvicinano all’esperienza ecclesiale. Quando accade non è per una consonanza ideologica o per una condivisione dei temi etici, ma solo per l’esperienza di una corrispondenza col proprio desiderio, quella che la dodicenne Sandra ha vissuto nel suo primo campo, assieme a ragazzi disabili, presso la Casa Madonna delle Vette a Canazei, dal quale tornò a casa entusiasta dicendo decisa alla madre: «Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai».
In quel primo istante c’era già tutto, la promessa di una totalità, riconosciuta nella carne di volti umani precisi.
Quando qualcuno incontra, come è accaduto a Sandra, un’esperienza all’altezza dei desideri del proprio cuore, vive una pienezza altrimenti impensabile.
Solo per questa sovrabbondanza di vita si riempiono le chiese e si esce dalle sacrestie, disposti a fare un tratto di strada con tutti, poiché la questione decisiva è totalmente laica ed umanissima, quella posta dalla domanda, che fiorisce in ogni brandello della nostra umanità, circa il senso dell’esistenza.

Il nuovo inizio

Sono parroco a San Girolamo, la parrocchia di Rimini in cui crebbe la stessa Sandra, vivendo nella canonica con lo zio don Giuseppe Bonini assieme alla sua famiglia, nella quale iniziò tutto, a partire dal suo incontro con don Oreste Benzi.
Nel mio ministero sono profondamente colpito da tanti rapporti, in cui riconosco che quando un uomo e una donna si sorprendono attratti dall’esperienza cristiana – e qui non c’è differenza tra “praticanti” o “non praticanti” – accade sempre per un incontro umano, nel quale si percepisce un abbraccio intero alla propria umanità, uno sguardo capace di comunicare il calore che ridesta la possibilità di un’affezione a sé stessi.
Questo è il «nuovo inizio», la stessa esperienza di Zaccheo e Matteo, della Maddalena e della Samaritana.
L’esperienza di Sandra ci richiama precisamente al fatto che l’unica vera chance della Chiesa, oggi come duemila anni fa, è la capacità di Cristo di attrarre totalmente la nostra umanità, fino al riconoscimento che Egli è tutto, come lei stessa scriveva: «Ora si tratta di una cosa sola: scegliere. Ma cosa? Dire: sì Signore scelgo i più poveri; ora è troppo facile, non serve a niente se poi quando esco è tutto come prima. No, dico: scelgo Te e basta» (Il Diario di Sandra, 26 febbraio 1978).
Possiamo accontentarci di meno, per noi stessi e per i nostri fratelli e sorelle, uomini e donne del nostro tempo?