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6 Febbraio 2022
Ultima modifica: 7 Febbraio 2022 ore 11:56

Scegliere la vita, sempre

Voci dal webinar "Tu sei prezioso ai miei occhi" organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in occasione della Giornata per la Vita
Scegliere la vita, sempre
Nella disabilità, nella malattia, nella maternità difficile. Dove la vita è più fragile e vulnerabile spesso assume più forza, tenacia, ricerca di senso. Le testimonianze
Una tempesta di emozioni positive. Tante testimonianze di vita vissuta che lasciano senza parole, riempiono di speranza e di stupore allo stesso tempo. Queste sono le impressioni che ha lasciato il webinar “Tu sei prezioso ai miei occhi!”, che si è tenuto venerdì sera 4 febbraio. Un evento organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in occasione della Giornata per la Vita 2022. Un seminario a cui già 200 persone hanno assistito.

Guarda il webinar "Tu sei prezioso ai miei occhi"


Una vita gioiosa, piena, ricca di senso si trova spesso nel posto dove meno la andremmo a cercare, cioè nelle persone che hanno malattie e disabilità, che riempiono la loro vita di limiti e di ostacoli, per cui nessun giorno è scontato, perché potrebbero non arrivare al giorno dopo, e in chi vive al loro fianco. O in chi di fronte a una maternità imprevista sceglie di accogliere il nuovo arrivato. 

100 donne al mese chiedono aiuto per la loro maternità

Miriam Granito, una delle operatrici del numero verde per le maternità difficili della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha condiviso le storie delle tante mamme che chiamano il numero 800 035 036 o scrivono via whatsapp al numero 342 745 7666. Sono mediamente 100 le donne che si rivolgono a questi numeri ogni mese.
Il rapporto con le mamme è di ascolto ed accoglienza. Nel dialogo non c’è mai un atteggiamento giudicante, né forzature, ma si aiuta la donna a rendersi conto della vita che è presente in lei, e che chiede solo di essere accolta.  
«Alle donne che incontriamo noi prospettiamo un oltre, un possibile, cerchiamo di andare al di là del problema pur grande e complicato, prospettiamo loro che la situazione può cambiare, malgrado tutto - ha detto Miriam -. Così facendo proponiamo un’alternativa che la società non dà. Una scelta non può essere libera se non hai tutte le alternative. Poi loro sono libere».
Un approccio che rispetta sia la donna che il bambino, e che viene apprezzato dalle donne, al punto che in tanti casi  nasce una relazione, un’amicizia che dura nel tempo. Tante raccontano la gioia che dà loro il bambino.

La storia di Mariangela, sopravvissuta all'aborto

Altre donne invece proseguono verso l’aborto. Ma a volte, soprattutto quando questo avviene a gravidanza avanzata, capita che il bambino abortito sopravviva all’intervento. A raccontare una di queste storie ci ha pensato Marina Birollo, mamma di una casa famiglia della Comunità. 15 anni fa Marina ha accolto la piccola Mariangela, abortita dalla madre a 22 settimane e 5 giorni in quanto gli esami prenatali avevano riscontrato l'assenza dei bulbi oculari. In quella fase della gravidanza l’aborto avviene inducendo un parto pretermine. La bimba è sopravvissuta a questo aborto, ma una nascita così prematura non ha dato tempo ai suoi organi di formarsi completamente. Quando è nata pesava 562 grammi! «Io scherzando la chiamavo "il mio mezzo chilo di zucchero" - ha raccontato Marina -. Inizialmente ci avevano detto che la sua aspettativa di vita era minima, non avrebbe raggiunto i due anni e sarebbe rimasta allo stato vegetativo. In realtà Mariangela ha iniziato a reagire agli stimoli, a relazionarsi con le persone della casa, riconoscendole. Mariangela ha suscitato un grande amore a prima vista, attirava tutti per la sua simpatia, i suoi baci erano i più ambiti in casa». Nonostante la sua salute precaria (che l’ha poi portata a una morte prematura nel 2011, a 5 anni) sorrideva sempre, dando forza a tutte le persone intorno. Un sorriso che nasceva dal fatto di sentirsi amata ed accolta da tutti. «Mariangela è stato un raggio di paradiso per la nostra casa», ha concluso Marina. 

Una legge per favorire il suicidio?

Anche quando si parla di persone nella fase finale della loro vita, le cose non cambiano. Però c’è chi vorrebbe invece favorire il fatto che chi è in una situazione difficile tolga rapidamente il disturbo.
Ci ha pensato Eugenia Roccella, giornalista e già sottosegretario alla Salute a chiarire il quadro.
Il Parlamento in questi mesi sta discutendo un Disegno di legge sul suicidio assistito. Infatti nel 2019 la Corte Costituzionale, interessata a riguardo del caso Cappato (l’esponente radicale che aveva accompagnato una persona disabile, DJ Fabo, a morire in Svizzera), ha stabilito che il suicidio assistito sia possibile se ricorrono 4 condizioni:
  1. autonomia della scelta
  2. presenza di trattamenti di sostegno vitale
  3. una patologia irreversibile
  4. sofferenze intollerabili
La Corte Costituzionale ha quindi invitato il Parlamento a fare una legge al riguardo (anzi in realtà l’invito l’aveva già fatto un anno prima ma il Parlamento colpevolmente non è intervenuto). Ma il Disegno di Legge Bazoli, che nei prossimi giorni andrà in aula alla Camera, allarga molto i limiti posti dalla Corte, e rende il suicidio assistito un diritto esigibile. 
Contemporaneamente sta avanzando la richiesta di referendum per abolire il reato di omicidio del consenziente (il 15 febbraio la Corte Costituzionale deve decidere se il referendum è ammissibile). 
Il rischio quindi che suicidio assistito ed eutanasia si diffondano nel nostro Paese è forte. Ma cosa succede nei paesi in cui queste pratiche sono legali già da molti anni? Lo ha spiegato Pierapolo Flesia, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII che da diversi anni è missionario in Olanda, paese in cui l’eutanasia è legale dal 2001. Una missione che nasce per testimoniare la gioia di vivere in paesi in cui c’è una grande povertà sociale, in cui mancano le relazioni, le persone vivono sempre più da sole.
In Olanda eutanasia e suicidio assistito vengono ormai vissuti come una scelta tra le altre. Un video del Ministero della Salute olandese presentato nell’incontro ha illustrato la freddezza e l’approccio burocratico con cui oggi la questione viene trattata. Alcuni anni fa Pierpaolo con la sua famiglia ha incontrato una donna che aveva già l’autorizzazione all’eutanasia; a questa donna, che aveva problemi psichiatrici ed un passato di dipendenze e cleptomania, hanno proposto un percorso terapeutico professionale, ma non sono riusciti a superare la resistenza dei genitori che spingevano per terminare la vita della figlia e alla fine sono riusciti nel loro intento.

Ramonda: ripensare ai nostri stili di vita e ripartire dagli ultimi

Paolo Ramonda, responsabile generale della Comunità, ha concluso l’incontro ricordando che la crisi che stiamo vivendo ci deve portare a un ripensamento dei nostri stili di vita, a comprendere l’interconnessione di ognuno di noi col creato, e quindi a passare dall’individualismo, dalla visione dell’io prima del noi, al camminare insieme come popolo. 
Occorre sviluppare un nuovo umanesimo, una civiltà dell’amore (come già diceva Paolo VI). La nostra società ha bisogno di fatti, di eventi di accoglienza e di condivisione, come quelli che portano avanti i fratelli della Comunità nelle loro scelte di accoglienza, nel farsi carico dei migranti, dei carcerati, delle persone con dipendenze. Poi occorre trasformare questo in proposte legislative. In Italia abbiamo già uno stato sociale sufficientemente adeguato, ma al suo interno ci sono dei “buchi neri”, come sull’aborto. 
«Occorre ripartire dagli ultimi: don Oreste diceva che un popolo è tale se sta al passo degli ultimi, se no è un accozzaglia di gente dove ognuno si fa i fatti propri, o si serve degli ultimi»  ha concluso.