Odv, Aps, Ets, Ef, Enc, e un registro dal nome che sembra un grugnito: Runts! A scorrere le sigle del cosiddetto “Terzo settore” sembra di essersi imbattuti in una lingua aliena. Eppure si tratta di una realtà ormai radicata nella società, che dal 1°gennaio 2026 ha acquisito piena dignità grazie a una Riforma di cui si parla da anni, e finalmente trova piena applicazione.
E chi più del prof. Stefano Zamagni, ispiratore di molte di queste norme, può aiutarci a capire il significato e le implicazioni pratiche di ciò che sta avvenendo?
Concordiamo l’intervista, e, fin dalle prime risposte del professore, scopriamo che ciò che è entrato in vigore dal 1° gennaio sono le nuove disposizioni fiscali per gli enti del Terzo settore: un aspetto certamente significativo ma, a suo dire, non il più importante. Mentre c’è un punto fondamentale che ancora attende di trovare piena applicazione.
Ma andiamo con ordine.
«L’espressione è stata inventata dagli americani nel 1973, per far riferimento a tutte quelle iniziative che vengono collocate, appunto, al posto numero tre: il primo settore è il mercato, il secondo lo Stato, e infine queste organizzazioni di volontariato, di associazionismo vario, il cui compito è facilitare l'attività e il lavoro svolto dagli altri due settori. La concezione americana di Terzo settore è di tipo residualista: vuol dire che se queste organizzazioni se ci sono, bene, però la società potrebbe funzionare anche senza di loro.»

Della riforma del Terzo settore si parla da molti anni, la legge delega risale al 2016, poi il Codice del 2017, quindi l’iter dei vari decreti attuativi. Cosa succede dal 1° gennaio 2026?
«È entrato in vigore il nuovo regime fiscale per gli enti del Terzo settore. Ma ci sono aspetti ben più importanti che molti non colgono.»
«La novità più significativa è l’art. 2 in cui per la prima volta si dice che lo Stato riconosce gli enti di Terzo settore. Si è passati dal regime concessorio al regime del riconoscimento. Questa è la grande portata che molti non hanno capito. Prima di allora in Italia era lo Stato che dava la possibilità, a te associazione di volontariato o impresa sociale, di agire. Per cui, ad esempio, poteva capitare che una stessa organizzazione venisse autorizzata da un prefetto e non autorizzata da un altro. Questo scandalo, dopo il 2017, è finito. Don Oreste avrebbe gioito di questo risultato, perché ci ha sempre insegnato che per fare il bene non bisogna chiedere il permesso a nessuno.»
«Sì, perché in Europa c'era qualcuno che diceva: se questi enti producono beni o servizi e li vendono, allora sul ricavato devono anche loro pagare le tasse. Questo principio ora è stato in sede europea modificato, considerando che se l'ente vende per finanziare le proprie attività e i propri scopi istituzionali, su quello non paga le tasse. E sono vantaggi che vanno bene, certo, però sono piccola cosa rispetto a un punto che ritengo fondamentale: applicare la sentenza della Corte costituzionale n.131 del 26 giugno del 2020. Sono passati ormai cinque anni e molti ancora non si rendono conto della sua portata rivoluzionaria.»
«Che nell'area del welfare bisogna applicare il principio della co-programmazione, cioè l'ente pubblico deve mettersi al tavolo con le espressioni della società civile e decidere assieme. La sentenza è di cinque anni fa ma manca ancora una normativa che ne dia piena attuazione Questa è la vera battaglia, non tanto gli sgravi fiscali, pur importanti! Obiettivi, priorità, risorse da decidere assieme, allora le cose cambieranno davvero.»
«Sì, ma non bisogna confondere la co-progettazione con la co-programmazione. Nel primo caso l’ente pubblico decide e poi ci si confronta su come attuare, nel secondo si decide assieme.»

Foto di Caterina Balocco

Foto di Foto di Gerd Altmann da Pixabay
«Iscriversi non è obbligatorio, ma è necessario se si vogliono ottenere i benefici fiscali previsti dalla legge. C’è però un significato più profondo: l’iscrizione serve a rendere trasparente l’azione di questi enti, vuol dire mettersi in rete per cui qualunque cittadino può andare a verificare la composizione sociale e anche il bilancio. Un’altra regola da rispettare riguarda la democrazia interna, tra cui l’alternanza delle cariche. È una questione di trasparenza. Chi non si iscrive vuol dire che ha degli scheletri nell’armadio. Quello che bisognerebbe fare, però, è ridurre gli adempimenti burocratici, per agevolare questo percorso. Oggi, comunque, più della metà degli enti sono già iscritti.»
«Gli enti ecclesiali sono regolati da un regime diverso, frutto di accordo tra Stato e Chiesa cattolica. Le diocesi non sono enti del Terzo settore, possono però dare vita ad associazioni o cooperative che si iscrivono al Runts. Io auspico inoltre che anche le diocesi arrivino a rendere pubblico il proprio bilancio, anche se non sono costrette, sull’esempio della diocesi di Padova che già lo fa. È importante che si sappia come vengono utilizzate le offerte raccolte. I fedeli lo chiedono. Non bisogna avere paura della verità.»
«Pesa molto, l’Italia è il Paese europeo che ha la più alta presenza di enti del Terzo settore, che determinano dal 9 al 10% del PIL e danno occupazione a circa 3 milioni di persone, tra cui molti soggetti svantaggiati. Ma il contributo più importante è il fatto che queste organizzazioni creano l’amicizia civile di cui parlava già Aristotele, diffondono la cultura del bene comune. Sono un elemento di aggregazione sociale, senza il quale la situazione sarebbe disastrosa, soprattutto per le persone più deboli.»
«Questa è la concezione americana, che non ci appartiene. Lo Stato invece deve accettare la co-programmazione. I responsabili degli enti, però, devono prepararsi, studiare, per incidere su questi tavoli dove si attua la co-programmazione. Se tu, ente del Terzo settore, capisci che puoi incidere sul processo decisionale in ambito sanitario, scolastico, assistenziale, troverai un motivo in più per riorganizzarti al tuo interno e aumentare il tuo tasso di presenza, anziché mantenerti in una posizione residualista. Allora succederà una vera rivoluzione»
«La Società del gratuito intuita e proposta da don Oreste sta avendo un nuovo rinascimento. Se noi togliamo il dono come gratuità, la società va verso il declino. Don Oreste non era contro lo Stato o il mercato: questi due elementi ci vogliono ma non bastano, vanno completati con la diffusione del principio di gratuità, che investe il mondo delle relazioni.»
«Il dono non va confuso con la donazione: la donazione è un oggetto, il dono è una relazione interpersonale. Don Oreste quando incontrava i poveri li avvicinava e li abbracciava, poi dava anche delle cose, ma il primo approccio è il riconoscimento dell’altro come fratello: nella donazione questo non avviene. La filantropia è nata dentro il mercato, i grandi filantropi sono i grandi ricchi. Don Oreste invece diceva già nel 1981, in un articolo pubblicato proprio su questo giornale, che bisogna combattere le strutture di peccato. Un concetto ripreso da Giovanni Paolo II con la Sollecitudo rei socialis del 1987, che don Oreste aveva anticipato di sei anni. Per questo dico che le idee di don Oreste stanno conoscendo un nuovo rinascimento e il mondo del Terzo settore dovrebbe prenderle maggiormente in considerazione, perché lui è stato un vero profeta, capace di leggere in anticipo quello che ora sta accadendo.»
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