Con la legge regionale dell'Emilia-Romagna il suicidio medicalmente assistito entra nella prassi sanitaria, mentre resta irrisolta la questione di una normativa nazionale. Ma trasformare la richiesta di morte in una prestazione rischia di indebolire la tutela delle persone più fragili e di lasciare soli malati, familiari e caregiver.
La recente approvazione, anche in Emilia Romagna, di una legge regionale sul Suicidio Medicalmente Assistito (ormai sdoganato l’acronimo SMA) segna un ulteriore passo indietro nella cura dei più fragili. Come già in Toscana e Sardegna la parola d’ordine è garantire il diritto e fare in fretta. Questa volta non si pongono scadenze temporali, così da riuscire a dribblare le sentenze della Corte costituzionale che hanno recentemente contestato alle due Regioni di definire in modo troppo stringente motivazioni e tempi di attuazione. Abbondantemente scaduti i termini previsti: siamo ancora in attesa delle istruzioni tecnico-operative ad attuazione della legge emiliano romagnola. Se nel 2008 il Ministero della salute lanciava un allarme sul rischio di suicidio nelle strutture sanitarie, offrendo validi strumenti operativi per la sua prevenzione, ora il suicidio lo si organizza a carico delle stesse.
Dalla prevenzione all’organizzazione della morte
Il passaggio cruciale da delitto a diritto non è transitato dai consueti passaggi democratici, ma da una sentenza della Corte costituzionale che ha ritenuto discriminatorio poter accettare il sopraggiungere della morte col rifiuto di un trattamento sanitario e non poter contestualmente scegliere di concludere la propria vita mediante l’assunzione di una sostanza letale fornita da un medico.
Se nel primo caso la persona accetta di morire della propria malattia ritenendo soggettivamente sproporzionato il trattamento medico proposto, nel caso del suicidio la morte è voluta e direttamente provocata. Fino ad ora raramente si considerava il suicidio fra le scelte liberamente attuate dall’individuo. Per questo veniva considerato un dovere comune prevenirlo e mettere in atto tentativi di salvataggio anche estremi e talvolta pericolosi per gli stessi soccorritori. La preoccupazione pressoché unanime per l’aumento dei suicidi in carcere –come anche fra i giovani e fra i disoccupati – è messa oggi in discussione quando si tratta di persone malate o con disabilità.
Cambiare il Codice Penale riguardo all’aiuto al suicidio impone un cambio di direzione, un mutamento interpretativo sul valore della vita umana, delle persone fragili, di quelle che si trovano in una fase della loro vita in cui non vedono una via di uscita. Il parapetto da scavalcare è stato abbassato, sono state legalmente creati dei varchi di accesso, attentamente confezionati, per congedarsi da questa vita.
La soglia dell’accesso si abbassa
Dal 2018 ben 7 pronunce della Corte costituzionale hanno progressivamente allargato la possibilità di accedere all’assistenza sanitaria gratuita nell’intenzione di suicidarsi. Tre regioni hanno legiferato per proceduralizzare l’esecuzione della richiesta suicidaria come una prestazione sanitaria.
Nel 2019 la Corte definiva i requisiti di accesso: non è necessario trovarsi in condizioni di fine vita, né bisogna essere affetti da patologia grave, ma basta che la malattia sia irreversibile. L’ISTAT stima vi siano 25 milioni di persone in Italia con patologie croniche. Oltre la metà degli ultra 55enni soffre di patologie cronico-degenerative. Non è necessario dimostrare di aver bisogno di antidolorifici, è sufficiente dichiarare di avere sofferenze fisiche o psicologiche soggettivamente intollerabili. La scelta di ricorrere al Suicidio Medicalmente Assistito deve essersi formata liberamente, e la persona deve essere capace di prendere decisioni libere e consapevoli: questo è il requisito aggiuntivo rispetto alla possibilità di permettere il sopraggiungere della morte rifiutando o sospendendo terapie salvavita. Tale vincolo è stato motivato a più riprese dalla Corte come necessario alla tutela del rischio di abusi con indebite pressioni o condizionamenti su persone deboli e vulnerabili. Si tratta di una preoccupazione poco presente nelle leggi regionali recentemente approvate, così come nei lavori parlamentari.
Fragilità, caregiver e responsabilità della società
È questa invece la maggiore preoccupazione per chi ha scelto di stare accanto alle persone più fragili, quelle che spesso vengono considerate un peso, che talvolta chiedono scusa di esistere. Sono tante le persone che necessitano di un accudimento impegnativo, che mettono a dura prova la resistenza dei caregiver, dei propri cari, spesso lasciati soli dalle istituzioni. Il senso di colpa può facilmente portare alla scelta di farsi da parte.
Il requisito della necessità di sostegno vitale, percepito inizialmente dalla popolazione come un vivere attaccato alle macchine, di sentenza in sentenza è oggi scemato a tal punto da comprendere persino alcuni atti di accudimento famigliare, compresi farmaci o presidi sanitari prescritti, ma non ancora strettamente necessari.
Con questo quadro il numero di coloro che potrebbero avere il diritto alla prestazione del Suicidio Medicalmente Assistito è potenzialmente enorme. Pochissimi quelli in condizione di fine vita, spesso impossibilitati ad esprimersi. Nella maggior parte dei casi sarebbe sufficiente dichiarare di soffrire psicologicamente in modo insopportabile. Ma per che cosa? Per esaudire al criterio, basterà dichiarare di soffrire per la patologia irreversibile in atto, ma se si pensa a tutte le motivazioni per cui ci si suicida oggi, allora la rosa, anzi il crisantemo sarà completo.
Sarà al contempo più difficile far capire ad un giovane che la vita può continuare anche senza quel legame affettivo, ad un imprenditore senza la sua azienda, ad un anziano senza quel progetto di vita. Ogni forma di suicidio si avvia ad essere non più un gesto di disperazione da prevenire, ma l’esercizio di una libera autodeterminazione da assecondare. Se l’aiuto al suicidio era un delitto, ora rischierà di essere perseguito chi tenterà di scongiurarlo.
Tuttavia il problema non ricade tutto sulle persone con patologie irreversibili o con qualche fragilità e sui loro famigliari. Amministrare la morte come strumento di liberazione dalla sofferenza, piuttosto che accompagnare alla sua dolorosa venuta facendo di tutto per alleviare sofferenza fisica e psicologica ha un ché di disumano. Chi prepara la miscela mortale, chi la prescrive e chi la porge mette a repentaglio la sua umanità, la sua dignità.
Due legislature di opposti schieramenti non sono riuscite ad approvare una legge nazionale. Evidentemente hanno scelto di non farlo. L’iter sta procedendo con grande cautela nella consapevolezza che si tratta di un argomento troppo scottante, di troppa vitale importanza.