In Ucraina, tra bombardamenti e vita quotidiana, l'aiuto umanitario assume il volto della presenza: restare accanto alle persone diventa un gesto concreto di pace.
«Cosa vuoi fare?»
La domanda era semplice. La risposta, molto meno.
S. aveva davanti due possibilità: rimanere in Ucraina, con il rischio di essere arruolato contro la sua volontà, oppure andare via.
«Vorrei andare via.»
Da quel momento abbiamo iniziato a cercare insieme una strada possibile.
Ripensando oggi a quella conversazione, mi sono resa conto che, forse, racconta meglio di qualsiasi definizione cosa significhi fare aiuto umanitario.
Quando se ne parla, il pensiero corre subito ai camion carichi di viveri, alle medicine, alle tende, ai soccorsi dopo una situazione emergenziale. È un’immagine vera, ma incompleta. Perché esiste un aiuto che non si misura in tonnellate di beni distribuiti, ma nel tempo condiviso, nella vicinanza, nella scelta di non lasciare sole le persone.
In questi mesi trascorsi in Ucraina con
Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, ho capito che l’aiuto umanitario può avere il volto della presenza.
Nelle città di Mykolaïv e Kherson la guerra è una costante. I droni attraversano il cielo, gli allarmi interrompono le giornate, le esplosioni fanno da sottofondo alla vita quotidiana. Eppure, proprio lì dove tutto sembra parlare di morte, ho incontrato persone che continuano ostinatamente a scegliere la vita.
Una sera eravamo tutti seduti a tavola. Avevamo preparato pasta alla puttanesca e, come dolce, il famoso tiramisù che ai ragazzi piace tanto. Si rideva, ci si prendeva in giro, qualcuno raccontava un episodio della giornata. Però, continuavano a sentirsi le esplosioni. Ricordo di aver pensato che la guerra stava provando a farsi spazio anche in quegli attimi, ma non ci stava riuscendo. In quel momento ho capito che aiutare significa anche custodire questi frammenti di normalità, perché sono proprio quelli che la guerra cerca di cancellare.
L’aiuto umanitario è certamente rispondere ai bisogni concreti: distribuire cibo, sostenere chi ha perso tutto, ricostruire ciò che viene distrutto. Ma è anche qualcosa di più profondo. È restituire alle persone la certezza di non essere sole.
È quello che vedo ogni giorno nella comunità di Kherson. Mentre i bombardamenti continuano, preparano pasti per chi non può permettersi altro. E, con quello che hanno, stanno costruendo insieme ai ragazzi uno spazio all’interno della Casa della Cultura, dove possano ritrovarsi, giocare, crescere. Potrebbero aspettare tempi migliori. Invece scelgono di agire adesso. Perché la guerra può distruggere gli edifici, ma non deve riuscire a distruggere una comunità.
Operazione Colomba sceglie di vivere proprio così: condividendo la vita delle persone. Non arrivando per qualche ora e ripartendo, ma rimanendo. Ascoltando prima di parlare. Costruendo relazioni che, con il tempo, diventano fiducia.
Forse è questa la differenza tra assistere qualcuno e condividere la sua vita. L’assistenza risponde a un bisogno. La condivisione crea una relazione. E da una relazione possono nascere cose che nessun intervento, da solo, riuscirebbe a costruire.
Ripenso a S. e a quella risposta. Non ci stava chiedendo soltanto un aiuto. Ci stava affidando la speranza che un’altra strada fosse ancora possibile. Forse è anche questo fare comunità: camminare accanto alle persone nei momenti più difficili e cercare insieme una possibilità di pace, anche quando tutto intorno sembra parlare soltanto di guerra.
In un tempo in cui il rumore delle armi sembra occupare tutto lo spazio, la presenza è un gesto profondamente controcorrente. Significa scegliere di non distogliere lo sguardo. Significa dire, con la propria vita, che nessuno dovrebbe affrontare la guerra in solitudine.
Non possiamo fermare i droni. Non possiamo far tacere i cannoni.
Possiamo però scegliere di
restare accanto alle persone. E, a volte, è proprio questo il primo passo per costruire un’alternativa alla guerra.