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6 Giugno 2020

La sintonia tra papa Francesco e don Benzi

In un recente intervento il Pontefice mette in guardia le organizzazioni ecclesiali dall'autoreferenzialità.
Non progetti a tavolino ma spazio all'azione dello Spirito Santo. Papa Francesco non perde occasione per richiamare la Chiesa all'autenticità dell’annuncio cristiano. E vengono in mente temi che don Benzi sollevava profeticamente già trent'anni fa.
Autoreferenzialità, ansia di comando, elitarismo, isolamento dal popolo, astrazione: sono alcune delle insidie che secondo papa Francesco occorre evitare nella vita missionaria della Chiesa. Ne ha parlato diffusamente in un messaggio, del 21 maggio scorso, alle Pontificie Opere Missionarie. Un intervento che in realtà è rivolto a tutta la Chiesa, in profonda sintonia con il manifesto programmatico del pontificato, l’Evangelii Gaudium.  
Per chi ha qualche famigliarità con i giudizi e le preoccupazioni che don Oreste Benzi esprimeva sul futuro della Chiesa, non sarà stato difficile cogliere sintonie e assonanze. Ciò che trent’anni fa sottolineava don Benzi, spesso in solitudine dentro la comunità ecclesiale, è oggi rilanciato con forza da Francesco. Leggendo il testo del papa viene in mente il capitolo di Con questa tonaca lisa dedicato a “Una Chiesa assediata e disarmata”, dove esprimeva concetti ripresi anni dopo in una intervista, La Chiesa che vorrei, riportata nel recente volume edito da Sempre, Ribellatevi
Partiamo dalle insidie descritte da Francesco, le paragoniamo con quelle rilevate da don Benzi, per poi approdare al metodo corretto che entrambi indicano per la missione cristiana. 

Attenti all’autoreferenzialità

Francesco osserva che «a volte capita che istituzioni e organismi sorti per aiutare le comunità ecclesiali, servendo i doni suscitati in esse dallo Spirito Santo, col tempo pretendano di esercitare supremazie e funzioni di controllo nei confronti delle comunità che dovrebbero servire». Aggiunge che «organismi e realtà legate alla Chiesa, quando diventano autoreferenziali, perdono il contatto con la realtà e si ammalano di astrazione. Si moltiplicano inutili luoghi di elaborazione strategica, per produrre progetti e linee-guida che servono solo come strumenti di autopromozione di chi li inventa». Il papa cita espressamente la conferenza dell’allora cardinale Joseph Ratzinger al Meeting di Rimini del 1990, quando mise in guardia dal rischio dell’autoreferenzialità, dal primato degli apparati e dall’idea che è uno sia più cristiano quanto più partecipa di comitati e organismi ecclesiastici. «Una Chiesa che ha paura di affidarsi alla grazia di Cristo e punta sull’efficientismo degli apparati – conclude Francesco - è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “autooccupati” dovessero durare ancora per secoli».
Già nel 1991 don Benzi sosteneva che «si controlla, si mandano ordini, quasi che ancora esistesse una cristianità da dirigere, mentre la cristianità non c’è più. Lo sforzo che fa la Chiesa è di tipo direzionale, mentre in realtà non dirige nessuno». E ancora «si danno molte direttive, si producono circolari, ma non si suscitano apostoli affascinati da Cristo». Lo spunto polemico da cui nascevano le considerazioni di don Benzi erano le difficoltà che le esperienze carismatiche, i movimenti, le comunità come la Papa Giovanni XXIII, spesso incontravano in una Chiesa che si concepiva come istituzione autoreferenziale e faticava ad accogliere l’azione dell’imprevedibilità dello Spirito. Il sacerdote chiedeva invece con insistenza che si passasse dal primato dell’organizzazione, dei piani pastorali decisi a tavolino, alla valorizzazione di ciò che lo Spirito Santo suscita nella comunità cristiana. 

L’esempio delle prime comunità cristiane

Se il discorso di don Benzi riflette la dialettica fra istituzione e libertà dello Spirito (tributaria delle tensioni dell’epoca), Francesco indica la prospettiva secondo cui «nella Chiesa anche gli elementi strutturali permanenti – come i sacramenti, il sacerdozio e la successione apostolica – vanno continuamente ricreati dallo Spirito Santo». Era comunque una prospettiva presente anche in don Benzi, considerato che indicava come metodo per la sintesi fra istituzione e carisma l’esperienza della Chiesa primitiva «quando gli apostoli convocavano la comunità, ascoltavano e poi decidevano potendo dire “lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso” (At,15,28)». Secondo il sacerdote dalla “tonaca lisa” il punto era che tutta la chiesa, istituzione e carismi, obbedisse al richiamo dello Spirito. Oggi Francesco ama ripetere che negli Atti degli Apostoli si vede come la Chiesa, anche nei suoi aspetti istituzionali, sia frutto dell’azione dello Spirito Santo.
Nel messaggio alle Pontificie Opere Missionarie, il papa sottolinea che «Il mistero della Redenzione è entrato e continua a operare nel mondo attraverso un’attrattiva, che può avvincere il cuore degli uomini e delle donne perché è e appare più attraente delle seduzioni che fanno presa sull’egoismo, conseguenza del peccato». È il cuore del metodo missionario suggerito da Francesco. E don Benzi diceva: «Lo scopo è che la Chiesa diventi prossima a ogni persona attraverso comunità missionarie che, salvate da Cristo, diventano contagiose per gli altri, riescono a far innamorare di Cristo». La consonanza è enorme.

L’evangelizzazione per trapianto vitale

Il papa evidenzia che «Gesù ha incontrato i suoi primi discepoli sulle rive del lago di Galilea, mentre erano intenti al loro lavoro. Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio. Da sempre, l’annuncio di salvezza di Gesù raggiunge le persone lì dove sono e così come sono, nelle loro vite in atto».  Don Oreste a sua volta insisteva: «Questo è il grande compito: trasformare in Cristo tutta la realtà, fare di Cristo il cuore del mondo.  Trasformare in Cristo non solo i rapporti umani, ma tutte le situazioni in cui l’uomo vive. (…) La pastorale, insomma, deve essere un popolo che vive e crea, non progetti o piani studiati a tavolino. L’evangelizzazione si fa per trapianto vitale». 
Si può legittimamente pensare che don Oreste Benzi avrebbe fatto sua l’espressione usata da Francesco per indicare il metodo dell’annuncio cristiano: «un corpo a corpo con la vita in atto».