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1 Agosto 2026

Una serata per capire la legalità dalla testimonianza dei protagonisti

Una serata per capire la legalità dalla testimonianza dei protagonisti
Foto di Riccardo Ghinelli
Un tirocinio in psicologia presso le Comunità terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII ha dato vita all'incontro pubblico "Rinascere nella legalità", svoltosi a Rimini con il poliziotto Dario Falvo, ex scorta di Giovanni Falcone, e il magistrato Daniele Paci. Durante la serata sono stati affrontati temi cruciali come il ruolo dei collaboratori di giustizia, la memoria delle stragi mafiose e l'inchiesta sulla banda della "Uno bianca".

Da un tirocinio per la laurea in psicologia nasce un incontro pubblico sulla legalità. Giovanni Rondinoni alla fine della sua esperienza di tirocinante presso le Comunità terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII fa una proposta: conosce Dario Falvo, poliziotto che ha fatto parte della scorta di Giovanni Falcone e può organizzare un incontro insieme ad un altro personaggio di rilievo, Daniele Paci, magistrato noto per l’inchiesta sulla “banda della Uno bianca”.
Così nell’arena all’aperto della parrocchia “La Resurrezione” di Rimini, martedì 28 luglio le Comunità terapeutiche della Romagna hanno offerto una serata pubblica per parlare di “Rinascere nella legalità” con ospiti di tutto rispetto.
Abbiamo così saputo che anche il solo nome in codice della scorta di Falcone, “Quarto Savona 15”, udito nella radio di servizio incuteva rispetto negli agenti. Quando fallì un attentato alla villa del giudice fu deciso di aumentare la scorta e si chiese l’adesione volontaria degli agenti. Fra i pochi che accettarono ci fu Dario Falvo allora ventitreenne che si sentì chiedere da Falcone se fosse consapevole di quello che faceva. Un altro dettaglio emerso è stata la solidarietà fra gli agenti, in particolare come si presero cura di Giovanni, figlio del caposcorta Antonio Montinaro, morto nella strage di Capaci assieme a Falcone. Della moglie di Montinaro, Tina, è stato anche ricordata la determinazione e la sua frase: «Ci avete tolto tutto, ma non ci avete fatto niente».

Daniele Paci. Perché sono magistrato

Daniele Paci
Foto di Riccardo Ghinelli
Daniele Paci ha raccontato come la sua decisione di diventare magistrato sia stata causata proprio dal desiderio di occuparsi della Mafia. Ha ricordato come il semplice gesto di un ex-tossicodipendente di scrivere una lettera in cui diceva che a San Patrignano c’era stato un omicidio ha poi portato alla clamorosa inchiesta sull’omicidio preterintenzionale di Roberto Maranzano. Poi l’altra inchiesta, di cui parleremo, sui delitti della “banda della Uno bianca” composta da poliziotti. Infine la Sicilia, «un’esperienza che tutti i magistrati dovrebbero fare», con la scoperta di un mondo diverso, con un suo linguaggio da conoscere e interpretare e una struttura sua propria. Dirà poi che per comprendere la Mafia, o meglio Cosa Nostra, è stato importante il contributo dei “collaboratori di giustizia” o “pentiti” come si è soliti chiamarli. Un vero mondo a parte dal quale, una volta entrati è quasi impossibile uscire. Un pericolo reale, oltre che per il patrimonio, per la Democrazia: dalle intercettazioni di un boss è risultato che, in un paesino, tre dei quattro aspiranti sindaco avevano chiesto il suo appoggio.
Poi è stata la volta delle domande, elaborate dalle comunità terapeutiche di Balignano, Durazzanino, Fornò Sala di Cesenatico che hanno putato anche sul vissuto personale. Domande che aprono la visuale anche sul sentire comune in materia di giustizia e delle quali riportiamo parte delle risposte.

Dario Falvo sopravvissuto della scorta di Falcone

Dario Falvo
Foto di Riccardo Ghinelli
Una domanda ha fatto emergere i sentimenti personali davanti al fatto di essere un sopravvissuto e l’impatto del dolore. La risposta di Dario Falvo è stata che l’essere un sopravvissuto va messo in conto, soprattutto se sei in una scorta come quella di Falcone. Certe esperienze non sono facili da affrontare, ma Dario afferma di esserne uscito fortificato. Possono spingerti a mollare o a crescere nella tua professionalità. Alcuni dalle scorte hanno chiesto di passare alla “Squadra catturandi” addetta alla caccia ai boss mafiosi. Alla domanda se sia possibile perdonare un crimine che va contro tutta la società ha risposto che non odia, ma nemmeno perdona o dimentica. Su questo tema Daniele Paci ha ricordato che la figlia del giudice Borsellino ha richiamato il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione deve valere per tutti. Ha raccontato anche di una notte insonne dopo essere stato minacciato da un indagato in carcere. Ma poi al mattino «ho scelto di fare il Pubblico Ministero, devo superare la paura». Ha anche rivelato un certo timore nell’affrontare un rischio di diverso tipo: quello di aprire un’indagine clamorosa sulle rivelazioni su San Patrignano che avrebbe potuto rivelarsi un fallimento.

Il ruolo dei "pentiti"

Un tema molto sentito anche dall’opinione pubblica è quello se sia giusto che i “pentiti”, o meglio “collaboratori di giustizia”, ottengano consistenti sconti di pena. Paci ha raccontato che Maria Falcone, sorella del magistrato, ricordava che il fratello era d’accordo con la legge, da lui stesso voluta. Ha fatto presente che i collaboratori di giustizia sono stati importanti non solo per raccogliere prove, ma per capire la mentalità e la struttura dell’organizzazione mafiosa. Proprio grazie ai “pentiti” si venne a conoscenza della struttura di Cosa Nostra e dell’esistenza di una “commissione provinciale” nota anche come “la cupola”, che è stata poi eliminata. Ha ricordato anche che le Brigate Rosse furono sconfitte sul piano politico dalla compattezza dei partiti, ma lo smantellamento della struttura fu possibile grazie ai pentiti. Anche se non ci fa piacere sapere che ci sono delinquenti in libertà, in conclusione, bisogna capire che uscire dalla Mafia non è per niente facile e che la collaborazione può meritare una ricompensa.

La banda della Uno bianca

Ha suscitato interesse anche la storia della cosiddetta “banda della Uno bianca” nella quale agivano poliziotti che avevano compiuto una serie di sanguinose rapine fra Marche ed Emilia-Romagna. Paci ha rivelato che c’era il sospetto che fossero incensurati, perché dagli ambienti della malavita non trapelava nulla, benché ci fosse una grande pressione delle forze dell’ordine. Poi, alla scoperta della verità, ci fu un grande stupore e una gran rabbia, anche per via di alcuni dettagli delle rapine: non avevano esitato a sparare sui carabinieri e anche su una persona che aveva solo urlato “chiamate il 113”. In quella occasione la Polizia ha dimostrato grande compattezza e serietà. Nella fase finale delle indagini erano coinvolti fino a una cinquantina di poliziotti e l’arresto della banda è stata un’assoluta sorpresa.
Infine un’ultima domanda: la Mafia è stata sconfitta? No, purtroppo, è stata la risposta, la “cupola” non esiste più, ma molto resta ancor da fare, chi diventa mafioso difficilmente ne esce.

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