Da un tirocinio per la laurea in psicologia nasce un incontro pubblico sulla legalità. Giovanni Rondinoni alla fine della sua esperienza di tirocinante presso le Comunità terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII fa una proposta: conosce Dario Falvo, poliziotto che ha fatto parte della scorta di Giovanni Falcone e può organizzare un incontro insieme ad un altro personaggio di rilievo, Daniele Paci, magistrato noto per l’inchiesta sulla “banda della Uno bianca”.
Così nell’arena all’aperto della parrocchia “La Resurrezione” di Rimini, martedì 28 luglio le Comunità terapeutiche della Romagna hanno offerto una serata pubblica per parlare di “Rinascere nella legalità” con ospiti di tutto rispetto.
Abbiamo così saputo che anche il solo nome in codice della scorta di Falcone, “Quarto Savona 15”, udito nella radio di servizio incuteva rispetto negli agenti. Quando fallì un attentato alla villa del giudice fu deciso di aumentare la scorta e si chiese l’adesione volontaria degli agenti. Fra i pochi che accettarono ci fu Dario Falvo allora ventitreenne che si sentì chiedere da Falcone se fosse consapevole di quello che faceva. Un altro dettaglio emerso è stata la solidarietà fra gli agenti, in particolare come si presero cura di Giovanni, figlio del caposcorta Antonio Montinaro, morto nella strage di Capaci assieme a Falcone. Della moglie di Montinaro, Tina, è stato anche ricordata la determinazione e la sua frase: «Ci avete tolto tutto, ma non ci avete fatto niente».

Foto di Riccardo Ghinelli
Poi è stata la volta delle domande, elaborate dalle comunità terapeutiche di Balignano, Durazzanino, Fornò Sala di Cesenatico che hanno putato anche sul vissuto personale. Domande che aprono la visuale anche sul sentire comune in materia di giustizia e delle quali riportiamo parte delle risposte.

Foto di Riccardo Ghinelli
Un tema molto sentito anche dall’opinione pubblica è quello se sia giusto che i “pentiti”, o meglio “collaboratori di giustizia”, ottengano consistenti sconti di pena. Paci ha raccontato che Maria Falcone, sorella del magistrato, ricordava che il fratello era d’accordo con la legge, da lui stesso voluta. Ha fatto presente che i collaboratori di giustizia sono stati importanti non solo per raccogliere prove, ma per capire la mentalità e la struttura dell’organizzazione mafiosa. Proprio grazie ai “pentiti” si venne a conoscenza della struttura di Cosa Nostra e dell’esistenza di una “commissione provinciale” nota anche come “la cupola”, che è stata poi eliminata. Ha ricordato anche che le Brigate Rosse furono sconfitte sul piano politico dalla compattezza dei partiti, ma lo smantellamento della struttura fu possibile grazie ai pentiti. Anche se non ci fa piacere sapere che ci sono delinquenti in libertà, in conclusione, bisogna capire che uscire dalla Mafia non è per niente facile e che la collaborazione può meritare una ricompensa.
Ha suscitato interesse anche la storia della cosiddetta “banda della Uno bianca” nella quale agivano poliziotti che avevano compiuto una serie di sanguinose rapine fra Marche ed Emilia-Romagna. Paci ha rivelato che c’era il sospetto che fossero incensurati, perché dagli ambienti della malavita non trapelava nulla, benché ci fosse una grande pressione delle forze dell’ordine. Poi, alla scoperta della verità, ci fu un grande stupore e una gran rabbia, anche per via di alcuni dettagli delle rapine: non avevano esitato a sparare sui carabinieri e anche su una persona che aveva solo urlato “chiamate il 113”. In quella occasione la Polizia ha dimostrato grande compattezza e serietà. Nella fase finale delle indagini erano coinvolti fino a una cinquantina di poliziotti e l’arresto della banda è stata un’assoluta sorpresa.
Infine un’ultima domanda: la Mafia è stata sconfitta? No, purtroppo, è stata la risposta, la “cupola” non esiste più, ma molto resta ancor da fare, chi diventa mafioso difficilmente ne esce.
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