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8 Gennaio 2021

Uno tsunami nelle case di riposo

Il Covid-19 mette a rischio tutti gli anziani, soprattutto gli ospiti delle RSA. Ma un'alternativa c'è.
Foto di Flavio Zanini
La pandemia sta colpendo in particolare gli over70 e solleva la questione di quale sia il modo migliore per accudire i genitori anziani non più autosufficienti. Badanti e case di riposo non sono le uniche soluzioni possibili. Ecco alcune esperienze di vita.
Don Benzi amava ripetere che «il ricovero dei vecchi è il cuore dei figli». Chissà cosa avrebbe detto vedendo l’impennata delle morti per Covid-19 degli anziani nelle RSA. «Forse si vorrebbe archiviare senza tanto scalpore la morte di così tanti anziani» dicono Lea Tobia e Daniela Drei, entrambe impegnate nell’Ambito Anziani della Comunità Papa Giovanni XXIII.

«In tanti, troppi luoghi di assistenza e di cura siamo di fronte ad uno tsunami che spazza via una generazione che si è spesa per il Paese e per le generazioni successive. Quello che sta avvenendo è il frutto di scelte divenute negli anni sempre più frequenti: concentrare tante persone deboli e fragili in uno stesso luogo. Questo ha portato il risultato che è sotto gli occhi di tutti: il virus ha potuto mietere migliaia di vittime con estrema facilità».

I nonni, bersaglio del Covid-19

I dati parlano chiaro: l’età media dei pazienti deceduti positivi a SARS-CoV-2 è andata aumentando fino agli 85 anni (nella prima settimana di luglio) per poi calare leggermente, fino ad assestarsi negli ultimi mesi sugli 80 anni (report del Gruppo di Sorveglianza Covid-19 dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornamento del 18/11/2020).
«Gli anziani sono i più colpiti da questa pandemia» continuano Daniela e Lea, «non solo direttamente dal virus, ma anche dalla grande solitudine, smarrimento e paura che si sono trovati a vivere in questo periodo».

Che fare però quando un anziano non è più in grado di badare a se stesso, rischiando di farsi male o di girovagare per strada senza meta?
Ricoverare un genitore in casa di riposo non è mai una scelta semplice, per nessun figlio, sia per l’impegno economico, sia per la sensazione di “abbandonarlo” con estranei. Chi ha la possibilità di assumere una badante, preferisce questa soluzione.
La vera questione però non è demonizzare le residenze per anziani, ma provare altre strade, ad esempio sostenendo l’assistenza domiciliare integrata oppure favorendo i familiari che decidono di prendersi cura dei nonni: «Pensiamo che sia arrivato il tempo di una nuova sfida per le istituzioni – continuano Daniela e Lea -. Serve un sostegno concreto alla domiciliarità attraverso l’erogazione di un contributo economico continuativo alla famiglia che accudisce a casa i propri familiari, creando una reale alternativa alla scelta del ricovero in istituto». Riuscire a tenere i nonni in famiglia: un sogno irrealizzabile? Ecco alcune esperienze che testimoniano quanto sia bella e possibile questa alternativa.

Casa dei nonni
Nel Centro aggregativo "Casa dei nonni" si fanno diverse attività ricreative e culturali.
Foto di Daniela Drei

Nonna Marisa, scampata al Covid

Flavio Zanini racconta così la sua esperienza con la madre anziana: «Cinque anni fa il nonno morì e la nonna, allora 84enne, già manifestava segni di demenza senile. Nei due mesi successivi nonna Marisa, non mangiando con regolarità, aveva perso diversi chili e fu evidente che non poteva più vivere da sola. La prendemmo con noi in quella che era stata la sua casa d’infanzia, in campagna a Cuneo. La nonna accolse la proposta e dimostrò di sapersi adattare alle esigenze e ai ritmi della nostra famiglia allargata. Alla fine del 2019 un principio di infarto e il successivo ricovero in terapia intensiva segnarono un’ulteriore tappa di aggravamento della sua condizione di salute, in un quadro comportamentale sempre più caratterizzato da agitazione psicomotoria. Fu allora che la nonna iniziò a frequentare un Centro Diurno per malati di Alzheimer aperto 5 giorni a settimana.

Una mattina, accompagnando la nonna al Centro Diurno, venni a sapere che si era liberato un posto nella struttura residenziale al piano superiore, dotata di nucleo protetto per situazioni complesse come quella di mia madre. Non mi aspettavo una disponibilità in tempi così brevi e risposi, così su due piedi senza esitazioni, che non ne avevamo bisogno. Nelle ore successive mi sentii in colpa per non aver condiviso con mia moglie una decisione così importante, le telefonai e quella notte, come per mettermi alla prova, la nonna fu particolarmente agitata, tanto da farci temere di essere incorsi in una decisione affrettata. La mattina successiva ci confermarono che la discussione per il momento era chiusa: il posto libero in struttura era già stato assegnato ad un altro anziano in lista. Quello che successe nei giorni immediatamente successivi è storia nota: lo scoppio della pandemia, la gestione dell’emergenza, la chiusura dei vari Centri Diurni. Mio zio ottantenne viveva nella casa a fianco alla nostra e venne ricoverato a inizio anno in una casa di cura dove è morto qualche giorno fa, senza poter essere assistito dai familiari. Poteva succedere lo stesso alla nonna. Abbiamo la sensazione che la Provvidenza ci abbia guidati».

I nonni di nonno Oreste

«Prima è arrivato nonno Angelo, che il Signore si è portato via dopo pochi anni intensi di vita con noi. Poi è entrato nella nostra casa e nella nostra famiglia nonno Beppe, insieme alla sua carrozzina, le sue sigarette e la rabbia per una vita molto vissuta e una malattia che gliela stava cambiando. Col tempo la carrozzina ha lasciato posto a un bastone, poi è arrivata anche la ripresa di una vita sociale, un impegno in un centro occupazionale, qualche cena con gli amici e soprattutto una certezza: avere una famiglia da amare e da cui sentirsi amati.

Con lui i nostri figli (di pancia e di cuore) hanno imparato a crescere nel rispetto delle sue fragilità, ricevendo e arricchendosi della sua presenza e della sua esperienza. Raccogliere i giochi fra una lamentela e l’altra perché nonno Beppe non inciampi, portargli la colazione a tavola perché non ce la fa a camminare, chiudere la porta quando esce a fumare, perché non entri cattivo odore in casa. E ascoltare i suoi racconti di gioventù, le perle di saggezza e i consigli dati dall’alto di una vita vissuta. E quanta ricchezza anche per lui nell’imparare dai bambini un nuovo gioco da tavola, i personaggi di un nuovo cartone animato, i nomi e le abitudini di un nuovo compagno di classe. E da parte sua la soddisfazione di insegnare ai bambini un trucco con le carte, alle ragazze più grandi la bellezza delle tradizioni, a papà un segreto del vecchio mestiere di imbianchino. Uno scambio nel quale non si capisce mai chi più dona o più riceve». Questa è l’esperienza di Hiessel e Valeria Parra, che avevano nel cuore la casa famiglia già da fidanzati. La loro casa famiglia Nonno Oreste, a Rimini è aperta a bambini e adulti: dall’incontro di storie diverse e bagagli pesanti per le tante ferite sono nate possibilità di scambio e ricchezza per tutti, piccoli e grandi.

In questi anni la Comunità Papa Giovanni XXIII si è impegnata a sostenere la domiciliarità creando progetti di contrasto alla solitudine, centri aggregativi e diurni (a Cuneo, Forlì e Rimini) e, dove è stato necessario, i nonni sono stati accolti nelle famiglie e nelle case famiglie. Senza voler negare le difficoltà, queste esperienze evidenziano che far posto ai nonni nella nostra casa, ma soprattutto nel nostro cuore, fa bene a loro e fa star bene tutta la famiglia, come aveva intuito il nostro caro don Oreste con quella sua frase memorabile.