Il dramma del Venezuela, tra disastro del terremoto e crisi economica e sociale. La voce del giornalista venezuelano
«A La Guajra, secondo alcune fonti, si conterebbero già 15mila morti. Ma non sappiamo nulla delle altre località lontane dai riflettori, come a San Felipe, città nello stato di Yaracuy, vicina all'epicentro di uno dei due terremoti».
A parlare è Estefano Tamburrini, giornalista venezuelano che vive in Italia e che mantiene contatti nel paese sudamericano. Si tratta di un dato che sommato alle decine di migliaia di desaparecidos, le persone disperse, rende questo evento una catastrofe.
«Molte residenze turistiche de La Guajra, al fianco dell'aeroporto internazionale di Caracas, furono costruite su terreni alluvionati e questo sarebbe una concausa del crollo delle strutture. Qui in Venezuela nel 1999 ci fu una catastrofica alluvione». Il riferimento è alla tragedia di Vargas quando piogge torrenziali spazzarono via intere città causando tra i 10 e i 30mila morti.
«C'è da aggiungere che il giorno del terremoto era festa nazionale, perché il 24 giugno si celebra la battaglia di Carabobo, quando nel 1821 Simòn Bolívar sconfisse l'esercito spagnolo rendendo indipendente il Venezuela. Quindi tantissimi cittadini di Caracas erano nella famosa località turistica di La Guajra per trascorrere il giorno di festa. L'alta densità di turisti ha certamente aumentato il numero delle vittime».
I soccorritori e gli sfollati
Squadre di soccorritori sono giunte da tutta l'America Latina ed il resto del mondo, tra cui l'Italia, ma ormai, dopo nove giorni dal sisma, la fase di recupero delle persone dalle macerie è terminata.
«Il governo parla di 500mila sfollati, persone rimaste senza casa perché inagibile, ma anche in questo caso, secondo fonti indipendenti, gli sfollati sarebbero milioni. Un'emergenza destinata a durare anni che deve essere gestita da uno stato collassato. In Venezuela mancano ospedali, medici, ambulanze, manca una struttura di protezione civile. Il governo ha inviato l'esercito nelle zone terremotate ma questo ha fatto arrabbiare la gente che dice di non aver bisogno di armi ma di attrezzature per salvare vite, tende, ospedali e cibo. Si teme già una ondata migratoria in conseguenza del terremoto».
Gli Stati Uniti hanno rimosso le sanzioni ma il paese ancora ne subisce le conseguenze con black out quotidiani di diverse ore, razionamento di carburante e catene di rifornimento interrotte. I primi aiuti sono arrivati: Papa Leone appena appreso della tragedia ha inviato 100mila euro, la Conferenza episcopale italiana altre 500mila con i fondi dell'8x1000, il Governo Italiano ha stanziato tre milioni per i soccorsi. Tuttavia la gestione dell'emergenza post terremoto e la relativa ricostruzione costeranno miliardi di dollari ad un paese già fallito.
Il futuro? Tanti migranti
È probabile che tanti venezuelani andranno all'estero per cercare di ricostruire una vita e quindi si prevede che ci sarà un’ondata migratoria post-terremoto, ma il problema è dove andare. Gli Stati Uniti non rappresentano più una speranza per nessuno. Tutti i paesi latinoamericani hanno politiche molte restrittive, il Daríen – la foresta pluviale tropicale che i migranti erano costretti ad attraversare per giungere a Panama e risalire lungo l'America centrale – è chiuso dall'anno scorso, rimane la rotta andina per andare verso il sud America. Una volta era ambito il Cile, oltre al Brasile.