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2 Febbraio 2021

«Il mio monastero è il mondo intero»

Giornata della vita consacrata. Parla Maria Angela, che aveva tutto, ma sentiva un grande vuoto dentro al cuore. Poi ha incontrato Gesù.
Foto di Momentmal
Maria Angela non porta una veste o un velo come le suore, ma ha emesso i 3 voti di speciale consacrazione: povertà, castità, obbedienza. «Non avere segni di riconoscimento mi fa essere ancora più vicina a tanti giovani e a chi ho il dono di incontrare. Lascio che sia la vita che vivo ad avere come segno di riconoscimento Gesù».
Il 2 febbraio è la giornata mondiale dedicata alla vita consacrata. Nel mondo di oggi ha ancora senso parlare di una scelta di questo tipo? Guardandosi intorno è facile vedere enormi conventi che ora sono vuoti, oppure vengono venduti o destinati ad altri usi perché le persone che scelgono di consacrarsi al Signore sono sempre di meno. Eppure alcuni giovani continuano a sentire l’attrazione per una vita dedicata totalmente a Dio e al prossimo, scegliendo la povertà evangelica, la verginità per il regno dei cieli e l’obbedienza come liberazione dal proprio egoismo.
Oggi vi raccontiamo la storia di Maria Angela Simone, 33 anni, originaria di Catania, che ha scelto di dedicare la sua vita ai più poveri per seguire le orme di quel Gesù di Nazareth a cui si ha donato il proprio cuore.
Angela Simone
Angela Maria Simone: «Avevo tutto quello che potessi desiderare, eppure sentivo un vuoto che non riuscivo a riempire con nulla. L'incontro con Gesù mi ha stravolto la vita ed è iniziata un'avventura allo stesso tempo nuova e piena di meraviglia ».


Raccontaci qualcosa di te, perché hai fatto la scelta della consacrazione?
«Sono nata tra i boschi di Roccamonfina, un piccolo paese della provincia di Caserta che si estende sulla bocca di un millenario e imponente vulcano spento. Forse è per questo che fin dai primi passi guardando l’orizzonte sognavo una vita esplosiva. Ho vissuto quest’esplosione nel momento della mia conversione in quel primo incontro con Gesù che mi ha stravolto la vita. L’incontro con Gesù ha stravolto i miei progetti, il modo di pensare guardare le cose e soprattutto gli altri. A quel tempo frequentavo la facoltà di Giurisprudenza a Napoli e stavo scrivendo la tesi. Ormai era fatta, il traguardo era vicino e sognavo le vette che avrei potuto raggiungere dopo quella salita, sognavo le aule dei tribunali, gli assegni sulla mia scrivania… In quel momento avevo tutto quello che potessi desiderare: l’università, la famiglia, un fidanzato che amavo. Eppure in quel tutto mancava Tutto, mi portavo dentro un senso di insoddisfazione, di vuoto che non riuscivo a riempire con nulla. Così dopo la laurea, mi sono arresa al Suo amore ed è iniziata un’avventura allo stesso tempo nuova e piena di meraviglia».

Cos'hanno detto di questa tua scelta i tuoi familiari? Il tuo fidanzato come l'ha presa? E i tuoi amici?
«Agli occhi del mondo e della mia famiglia sono una fallita, perché non farò mai carriera, non avrò mai uno stipendio, non comprerò auto e vestiti firmati, eppure è in questo niente che ho trovato tutto. Diceva Chiara Lubich: “Non c’è spina senza rosa”, è molto doloroso sapere che scelte fatte in controcorrente possano causare divisioni e incomprensioni, ma l’amore vince sempre su tutto e questo è un fiore freschissimo».

Tu hai fatto i voti all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII. Come l’hai conosciuta?
«Un frate mi parlò della Comunità Papa Giovanni XXIII, presi i contatti con la realtà più vicina a me, Pompei. Poi andai a Chieti e anche a Potenza. In particolare a Chieti mi sono innamorata di questa vocazione: insieme ad altri giovani, come un’eruzione vulcanica, incontravamo i senza fissa dimora in stazione, sotto i ponti, percorrevamo il litorale abruzzese per liberare e portare conforto alle vittime della tratta. Quanti volti incontrati e quanto coraggio ci vuole per essere umani, diceva don Oreste Benzi: “Per stare in piedi bisogna stare in ginocchio”. A Chieti eravamo giovanissimi non ci si stancava mai di accogliere, di incontrare, quante volte i nostri occhi incrociandosi nascondevano il timore di vivere qualcosa di più grande di noi. Eravamo giovanissimi e tutti innamorati di Cristo perché ci eravamo lasciati amare: sì, è Lui che per primo ci ama e ci chiama».

Ora vivi in casa famiglia a Pompei. Com’è la tua giornata?
Santuario Pompei
Maria Angela davanti al santuario di Pompei
«Oggi condivido la vita a Pompei con altre 2 sorelle di Comunità e 2 ragazzi disabili e i tanti che per periodi a volte lunghi e a volte brevi bussano alle porte della casa famiglia Santa Maria del Cammino.
Nostra compagna di viaggio è Maria, qui a Pompei il Santuario a lei dedicato ci fa da ombra nei giorni di calura, scudo e corazza nei giorni di tempesta, al mattino ci da il buongiorno e con Lei sorridiamo nei momenti di gioia. La nostra quotidianità è condivisa anche con tante altre Opere di Carità del Santuario, ogni giorno ci stupiamo nel guardare i colori dei tanti carismi diversi che arricchiscono la nostra Chiesa, diversi ma uno solo è il Big: Gesù, che è Amore.
Oltre l’accoglienza viviamo anche la condivisione in strada con i senza fissa dimora della stazione centrale di Napoli e con le ragazze vittime dello sfruttamento sessuale sul litorale Domitio, nella periferia est di Napoli e qui a Pompei.

Cosa vuol dire fare i voti oggi, nel 2021? Chi è il consacrato oggi?
«Molti mi chiedono se la consacrazione oggi, nel 2021, sia una scelta controcorrente. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. È controcorrente scoprire di non essere sotto questo cielo per caso? È controcorrente scoprire che ognuno di noi è pensato per qualcosa di semplice, ma allo stesso tempo straordinario? È controcorrente scoprire che abbiamo un sentiero preciso da percorrere? È controcorrente non arrendersi davanti ai sogni? E non ditemi che voi non ne avete uno. Essere se stessi in una ordinaria straordinarietà è ciò che ognuno desidera nel cuore, e io ho riposto a tutti questi desideri scoprendo che il mio sentiero per arrivare in vetta si chiama consacrazione. È controcorrente scoprire che Gesù non è triste, ma è contento e ci vuole contenti, che si può essere credenti e contenti, consacrati e contenti. Oggi il consacrato è chi si lascia accarezzare dallo sguardo di Dio e guarda l’umanità con la stessa tenerezza di Dio. Per arrivarci ci vorranno parecchie eruzioni! Il cammino è lungo…».

Tu, come consacrata della Papa Giovanni XXIII, vivi fuori dal convento, conduci una vita ordinaria. Come riesci a conciliare questo tuo essere consacrata con la quotidianità?
«Io non vivo in un convento e la mia giornata non è scandita da orari e appuntamenti in agenda, chiunque può bussare al campanello o al cellulare a qualsiasi ora, improvvisamente mi ritrovo catapultata nella vita dell’altro che con mano tesa cerca di afferrare la mia. Diceva don Oreste ai consacrati della Comunità: «il nostro monastero è il mondo, la nostra cella il cuore, la campanella sono i poveri», scandisco così la mia giornata portandomi dentro un pezzo di convento ovunque vada e chiunque incontri. I miei abiti sono gli stessi di una qualsiasi ragazza del 2021, che bello! Non avere segni di riconoscimento mi fa essere ancora più vicina a tanti giovani e a chi ho il dono di incontrare e lascio che sia la vita che vivo ad avere come segno di riconoscimento Gesù, anche se i miei tanti limiti sbiadiscono i colori di un Amore così…».

Casa famiglia a Pompei
In casa famiglia Santa Maria del Cammino a Pompei (NA).

Povertà, castità, obbedienza. Quale tra queste 3 promesse ti ha fatto fare più fatica quando pensavi di consacrarti? E ora qual è quello più faticoso? E per quale motivo?
«I tre voti di povertà, castità e obbedienza sono uniti uno all’altro come tre anelli che insieme formano un’unica catena che si chiude a cerchio, non si può pensare a uno senza l’altro. Sono tre doni perché non si possono vivere se non si riceve una speciale grazia, un regalo speciale che porta in sé bellezza. Certo la fragilità umana a volte può appesantire il cammino e questo dono. A volte è come se Dio, trasformandosi in un sarto d’eccellenza, avesse cucito un abito su misura per me, un abito al quale a volte la fragilità umana fa fare qualche grinza. Sì, in alcuni momenti, magari quando si fa i conti con un fallimento nell’apostolato, si vorrebbe essere su un’isola deserta avendo per compagno di viaggio solo un pallone di nome Wilson, come nel film Cast Away. «Signore da chi andremo? Ssolo Tu hai parole di vita eterna» e così nonostante i nostri limiti e fatiche, Dio è un gran giocoliere che non si stanca di rialzare chi cade, di far sorridere chi è nello sconforto, di perdonare. Questa meravigliosa storia d’amore è solo all’inizio, ancora tutta da scrivere e da vivere».

Nella tua condivisione con i più poveri ed emarginati, qual è la sfida più difficile?
«A Napoli la camorra gestisce lo sfruttamento della prostituzione nei vicoli del centro storico, lì le tenebre durano 24 ore, e io assisto impotente al furto della vita. Lo sfruttamento sessuale, le estorsioni, il contrabbando hanno fatto sì che la camorra costruisse un vero e proprio impero economico e non solo nel centro storico di Napoli. Nella società campana la camorra è una forma di terrorismo che incute paura e tenta di infiltrarsi ovunque. Succede così che alcune località, come il litorale domiziano, un tempo floride di turismo e meta della borghesia napoletana siano diventate luoghi spettrali, sventrati dal crimine, e proprio perché un tempo c’era la vita si respira ancora di più aria di morte. Il litorale domiziano è un territorio vastissimo e desolato: terreni incolti ricoperti di sterpaglie, ma anche campi nei quali vengono sfruttati dall’alba al tramonto i fratelli immigrati che diventano ombre senza identità, immondizia, carcasse di bufale, qui più che altrove vincono illegalità e criminalità organizzata. Stradine, vecchi ruderi, almeno dall’esterno, dimenticati dagli uomini che diventano nascondigli ideali per i latitanti, case diroccate che nascondono laboratori di droga le cosiddette “crack house del litorale domizio”. Litorale turistico trasformato in litorale del turismo sessuale. Spariscono continuamente nel nulla ragazze nigeriane che non solo sono costrette a prostituirsi, ma vengono usate anche come corrieri della droga e quando non riescono ad espellere gli ovuli di cocaina, per recuperarli vengono fatte a pezzi, pezzi che poi vengono fatti sparire nelle campagne del basso Volturno. Vedo impotente una carneficina, questo grido di dolore continua a perseguitarmi e a non darmi pace. Vedo impotente il dolore di tanti figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni criminali, che sparano ai loro sogni, al sogno che Dio che ha su di loro. A 10 anni vengono usati per trasportare armi e droga da un quartiere all’altro, usati come vedette delle piazze di spaccio perché a quell’età non si dà nell’occhio. La camorra diventa la loro famiglia, si perdono così in una vita che altri hanno scelto per loro, ragazzini addestrati per diventare angeli della morte, che diventano uomini in carcere, in stazione se ne incontrano tanti e quel panino dato diventa mezzo per guardare i loro occhi nel tentativo di riaccendere la speranza che un’altra vita è possibile. In questi luoghi di morte la Comunità è investita in pieno della responsabilità di essere segno di contraddizione. Qui, non più ma neanche meno di altrove, siamo chiamati ad essere profeti, sentinelle delle ingiustizie, Terra promessa».