Siamo nel pieno del Giubileo della speranza, dono della Chiesa che ci immerge nella speranza di Dio. È lui che non si stanca di avere misericordia perché non smette di avere speranza in ciascuno e in tutti.
«Spes non confundit», «la speranza non delude» (Rm 5,5) perché il Suo amore è più forte del nostro peccato e delle folli complicità degli uomini con il male che li distrugge. E la Parola è amore che accende di speranza la nostra vita. Dio, infatti, continua a riversare nei nostri cuori il suo amore. E la Parola è sempre il seme di speranza che vuole dare frutti di vita eterna nella fragilità e caducità della nostra debolezza, nel caos della Babele di questo mondo.
Il cristiano è sempre una persona di speranza non perché ottimista o “fortunato”, ma perché crede nell’adempimento, come Maria, la prima dei credenti, di quel seme di Parola che è gettato nel suo grembo. Non ha speranza perché ha visto tutto, ma perché si affida e sa che quanto è detto avverrà. Nel seme vediamo già i frutti e per questo lo accogliamo nella terra buona del cuore, perché dia frutti e cresca.
«Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé», scriveva Papa Francesco. «L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio». Quanto è vero che «incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni». Ecco perché leggerla a metterla in pratica con la nostra vita.
Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo scrive proprio ai cristiani di Roma. La nostra forza è una sola: la certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino e che questo agisce nei cuori e nella storia.
La speranza non è evitare i problemi, ma affrontarli e vincere il male, traendo, anche dalle stesse avversità, motivo di crescere nell’amore, sapendo che è questo a vincere, non il male.
La vita ha sconfitto la morte in quel prodigioso duello combattuto dall’amore fino alla fine di Gesù.
Occorre la pazienza, però, così rara nella nostra generazione della fretta. Così come occorre “perdere” tempo con la Parola per capirla, per farla scendere nel profondo, per “masticarla”, per farne decisione e consapevolezza, perché ispiri i nostri sentimenti e le nostre scelte. Anche la lettura e la meditazione richiedono la pazienza.
La pazienza è stata messa in fuga dalla fretta, recando un grave danno alle persone. Subentrano infatti l’insofferenza, il nervosismo, a volte la violenza gratuita, che generano insoddisfazione e chiusura. Nell’epoca di internet, inoltre, dove lo spazio e il tempo sono soppiantati dal “qui ed ora”, la pazienza non è di casa. Il mondo degli uomini non aspetta il nostro orgoglio, non aspetta le nostre miserie, meschinità, le nostre beghe!
Diceva don Oreste Benzi: «Gli uomini non aspettano noi, ma che speranza grande hanno quando intravedono che un uomo ha aperto gli occhi a Dio e ha un rapporto con lui: è quello che gli uomini cercano!». Ecco perché dobbiamo rendere ragione della speranza che è in noi, non arrenderci davanti all’impossibile, per cercare il possibile nelle difficoltà della vita e credere che questa può cambiare.
Tutto può cambiare. La Parola di Dio ci libera dal vischioso pessimismo, che paralizza, svuota, disperde. La Parola ci fa confrontare con la durezza della vita, con il limite di questa, al contrario dell’illusione che ci fa credere di essere quello che non siamo da soli. A un mondo “senza speranza”, quale gli appare il mondo pagano, Paolo annuncia la speranza come qualcuno che è sempre il primo ad amare, che per amore si è già donato all’uomo. Il tempo presente è dunque sotto il segno della speranza, in una continua tensione tra il “già” e il “non ancora”. Il già lo dobbiamo riconoscere nella nostra vita, dove c’è tutto il compimento che vedremo quando si realizzerà nella pienezza. Comporta un travaglio come di parto che interessa non solo i cristiani ma l’intero genere umano, anzi l’intera creazione.
Omnis creatura ingemiscit, dice san Paolo. L’intera creazione soffre le doglie del parto e geme, tutta protesa in avanti, quando sorgerà la nuova aurora del mondo e avrà luogo la piena manifestazione dei figli di Dio (Rom 8,19-24).
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Il nostro sguardo si deve allargare a un mondo senza speranza. «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nei loro cuori» (Gaudium et spes, 1).
Il cristiano cammina con tutti gli altri uomini condividendo con loro la fatica gloriosa della storia; ma egli sa che questa non può fermarsi al traguardo che l’uomo con tutti i suoi sforzi può e deve raggiungere. Come sulla via di Emmaus, la speranza, è chiaro, si oppone più che alla disperazione — perché in questa c’è in negativo mal ricerca di speranza — si oppone all’apatia, all’inedia di fronte a una realtà più forte di noi, di fronte alla quale non c’è che da addormentarsi, accettare supinamente, affidare a qualche illusione il futuro che non si crede più possibile.
Facciamo nostro l’invito del Giubileo (SNC25): «In cammino verso il Giubileo, ritorniamo alla Sacra Scrittura e sentiamo rivolte a noi queste parole: “Noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi” (Eb 6,18-20)». È un invito forte a non perdere mai la speranza che ci è stata donata, a tenerla stretta trovando rifugio in Dio. È la nostra àncora, più forte delle tempeste e certezza che ci unisce già oggi alla pienezza del cielo, che ci mostra quello che saremo perché il nostro già non si perde, ma lo ritroveremo.
Per questo, in tanta disillusione, spesso sofferente ma anche egocentrica, in un mondo da cambiare, da riparare, in tanti cuori pieni di violenza e di odio, rassegnati e confusi, facciamo nostro l’invito gioioso e forte di don Oreste: «È possibile la novità, non diventate mai vecchi, vi supplico! Quando vi adatterete e perderete la speranza, sappiate che morirete nelle vostre scarpe che fanno anche puzza! Siate sempre quelli che aprono la fila, non quelli che la chiudono! Siate grandi!».
Solo l’umile nel Signore è e sarà per davvero grande.
Il testo è tratto da Pane Quotidiano di settembre ottobre 2025. Scopri come puoi averlo