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15 Ottobre 2020

Dal '74 si sono perse le tracce di 45 mila minori

Negli ultimi anni soprattutto stranieri. Figli di donne costrette alla prostituzione. Bambini trafficati. Ragazzini migranti in fuga verso il Nord Europa.
Foto di Andrea Vicenzi
In occasione della Giornata europea contro la tratta, Caritas e Comunità Papa Giovanni XXIII accendono il riflettore su un fenomeno troppo spesso taciuto
Che fine fanno ogni mese centinaia di bambini scomparsi nel nostro paese? I dati del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse presentati la scorsa estate sono agghiaccianti. Su 130.774 bambini e ragazzi minorenni scomparsi dal 1 gennaio 1974 al 30 aprile 2020, 44.583 sono quelli ancora da rintracciare. Sono per la maggior parte adolescenti tra i 14 e i 17 anni e oltre la metà, 88.661, sono stranieri.

A livello mondiale, secondo Save the children, in base ai dati dei minori salvati da situazioni di sfruttamento, circa un terzo dei minorenni vittime di tratta viene sfruttato in un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. Ma il 26% viene coinvolto in un’età compresa tra 0 e 8 anni. Oltre il 50% delle ragazze vittime di tratta sono adolescenti mentre l’età media dei ragazzi vittime di tratta e sfruttamento è più bassa: il 25% ha meno di 8 anni. Altro dato allarmante: il 40% dei minorenni è reclutato da un membro della famiglia o da un parente. Se i bambini sono invisibili, e sono soggetti che giuridicamente non esistono, si può dunque fare qualunque cosa di loro.

Chi sono i figli della tratta?

Sono i bambini nella pancia di tante mamme che le unità di strada incontrano sulle strade della prostituzione o che rientrano o sono rimpatriate forzatamente da Germania, Francia, Austria... Sono anche i neonati inviati dai Servizi sociali perchè le mamme che erano nella prostituzione hanno scelto di darli alla luce e poi di mandarli in adozione. O sono state costrette ad affidarli all’ospedale e scappare per le minacce verso i loro piccoli. Sono i bambini nati durante il viaggio verso l'Italia o durante lo sfruttamento ad opera di intermediari o sfruttatori o frutto di violenze nella prostituzione. Sono i bambini nati da vittime di tratta nei centri di accoglienza per richiedenti asilo dell’Africa subsahariana. Sono i figli di donne dell’Est Europa o della Cina, a rischio di rivittimizzazione e di sfruttamento sessuale una volta in Europa da parte dei loro loverboy, dei loro stessi fidanzati o compagni. Ma chi li ha incrociati negli ospedali alla nascita o nei centri di accoglienza o anche negli asili e nelle scuole che iniziavano a frequentare si interroga su come uscire da questa invisibilità. Molti scompaiono perché vogliono raggiungere i parenti in nord Europa e tanti altri come detto sopra sono invece destinati all’industria della prostituzione, allo sfruttamento lavorativo o al traffico di organi.

L’Associazione Jonas Italia e la Caritas di Trieste sono stati i primi a cercare di accendere un riflettore su questo fenomeno drammatico attraverso un ciclo di webinar online dal titolo “Invisibili. I figli della tratta”, per far emergere anche il problema della mancanza di procedure stabili e chiare nel caso di scomparsa di minori stranieri. E insieme alla rete delle organizzazioni d’Italia, Belgio e Francia, coinvolte nel progetto europeo denominato Right Way, che significa non a caso, la strada giusta, hanno inserito la questione degli invisibili per la prima volta anche in un manuale multilingue finanziato dalla Commissione Europea, “Opportunità e sfide”, dedicato all’integrazione delle donne sopravvissute alla tratta.

Il caso delle donne africane

Tra gli operatori, ad un certo punto «c’è stato il momento della reazione - spiega Aldo Raul Becce, psicologo Presidente dell’Associazione Jonas Italia che da anni collabora coi Tribunali per i minorenni e anche con Caritas di Trieste. Quale risposta dare a questo trauma? Abbiamo scelto di muoverci e rivolgerci al Tribunale per i minorenni, andare dalle assistenti sociali... di rispondere al trauma con la creazione di nuove strategie per non abbassare le braccia. Se le donne sono dentro la tratta, che è un sistema mafioso, occorre copiare e fare una risposta di sistema nostro, una rete. Se devono alla mafia 40 mila, 50 mila, 60mila euro, state trattenendo merce rubata – paradossalmente – alla mafia. Bisogna costruire quindi percorsi di tutela insieme alle altre organizzazioni. E anche occorre prendersi cura di chi si prende cura».


Gli educatori sono in prima linea. Gli operatori che accolgono nei centri di prima accoglienza, che intercettano le vittime in strada sono i più sensibili e puntano sulla qualità della relazione specie quando a contatto con madri fragili e spaventate dai servizi sociali, per il diffuso pregiudizio - innescato spesso nelle loro menti dagli stessi sfruttatori – che verranno portati via i loro piccoli. La Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi da più di vent’anni cerca di mettere in protezione sia le madri che i loro piccoli.

«Non c'è una ricetta unica – secondo Paolo Ramonda, Presidente della Comunità di don Benzi. È prioritaria per noi la tutela del minore, mettiamo al primo posto il benessere del minore in particolare da 0 a 3 anni, il periodo più delicato della crescita, perchè rischia di essere spesso vittima di violenza assistita o di sparizioni dopo un periodo di accoglienza con la mamma utilizzato come mezzo per altri traffici... Don Oreste Benzi però ci ha sempre insegnato anche a mantenere il più possibile unita la diade madre bambino. Anche la madre, se sostenuta e se costruisce relazioni di fiducia nelle casefamiglia, nelle famiglie affidatarie, nelle case madre-bambino, può rafforzare la sua scelta di liberazione dalla schiavitù e dalla dipendenza che crea l'industria della prostituzione e mettere al primo posto il suo bimbo. A volte abbiamo davvero sperimentato che il figlio diventa un elemento di forza per costruirsi una nuova vita di mamma indipendente anche se non c'è più il partner».

Il benessere psico fisico del bambino non dipende però solo dal rapporto madre-figlio, ma ha bisogno anche di un’ambiente circostante in cui crescano anche relazioni positive con altri. Questo un punto in comune tra le associazioni e che alla Comunità Papa Giovanni XXIII e alla Caritas sta molto a cuore: famiglie, altre mamme con bambini, volontari, la scuola... «Questo aiuta a far sì che le figure genitoriali delle nostre famiglie accolgano e tengano le fila dei rapporti con la scuola e ogni giorno, gomito a gomito, sostengano le madri vittime di tratta, ma anche a far sì che le insegnanti possano aiutare a capire se ci sono delle difficoltà, delle "assenze" o al contrario rafforzare l'integrazione nel territorio e con le altre mamme. Le competenze culturali – specie nel caso delle mamme nigeriane - e anche il supporto psicologico, quando possibile, sono due elementi importanti per la qualità della relazione tra adulti accoglienti e madre-bimbo».

Anche se non hanno residenza, l’assistenza e la tutela non possono venire meno!

Le organizzazioni impegnate nell’accoglienza chiedono l’aiuto dei Servizi sociali e un maggior coinvolgimento e sensibilizzazione dei giudici e dei tutori perchè altrimenti i bambini restano invisibili nei nostri territori e oltre confine. «È fondamentale per la tutela del minore che anche chi non ha la residenza sia preso in carico dal servizio sociale – ribadiscono operatori e psicologi. Le comunità di accoglienza non possono fare tutto da sole». Oggi più che mai – in tempo di Covid - anche l'assistenza sanitaria e pediatrica sono fondamentali. È importante che queste giovani donne sentano che sono importanti loro stesse e ancor più i loro bimbi, e che occorre collaborare col servizio sociale e sanitario e non averne paura.

Bambine nascondono il volto
Bambine nascondono il volto.
Foto di Andrea Vicenzi
Ci sono infatti situazioni problematiche in cui potrebbe essere frainteso il rapporto con la madre. Caritas Italia, tramite la legal Advisor Caterina Boca, specifica quanto sia importante che ognuno porti avanti con cura il proprio ruolo: «Quanto le mamme vittime di tratta sono consapevoli della responsabilità giuridica che hanno nei confronti dei loro figli? Il termine responsabilità e il grave pregiudizio per il minore sono due aspetti importanti ma difficili da comprendere in altre culture.

Come si muovono i tribunali oggi? Un esempio di cui ci stiamo occupando: una donna arrivata in Italia con due bimbi, nati dal rapporto con un uomo che non voleva sposare. con un desiderio fortissimo di trovare un futuro nel nostro paese. Inizia a manifestare un malessere che non viene compreso dagli operatori. Viene sottoposta a visite mediche continue ma non viene trovato nessun disturbo. Senonchè inizia a reagire in maniera scomposta, e viene fraintesa mentre stava cercando di chiedere aiuto. Fraintesa dalla comunità accogliente e dai servizi sociali del territorio. Questo malessere viene interpretato come disturbo psichico. E all’improvviso lacerando ulteriormente questa donna, viene quindi sospesa la potestà genitoriale dal Tribunale dei minorenni e i minori inseriti in un’altra comunità».

Ci sono quindi responsabilità che non spettano solo al genitore – specie se ha o continua a ricevere pressioni da sfruttatori e uomini maltrattanti - ma anche alle assistenti sociali, agli operatori dell’accoglienza, ai tutori, ai giudici. Ad ognuno la propria parte.