Topic:
20 Novembre 2021

Chiara, albanese, è diventata cittadina italiana

Sopravvissuta alla tratta ai fini della prostituzione, definitivamente libera dopo 15 anni
Il tricolore protegge le donne rese schiave e costrette alla prostituzione. La storia a lieto fine; lo Stato italiano protegge chi denuncia la mafia.
«Dopo quindici anni, l’Italia che mi ha salvata è finalmente la mia patria!». Sembra davvero come nata di nuovo Chiara, classe 1988, mentre racconta che da una settimana non è più albanese. Un iter burocratico durato quasi cinque anni, un iter piuttosto travagliato per la documentazione da consegnare al comune del sud Italia dove ora vive. 10 anni di residenza in Italia, 3 anni consecutivi di contributi, un minimo di ottomila euro di reddito annuale, la pedina penale pulita e la documentazione sulle proprie origini – nei pressi di Durazzo – per cui ha dovuto pagare più di 500€.

La firma

E ormai dopo tanto tempo d’attesa, «quella telefonata in cui mi invitavano ad incontrare il Sindaco per fare il giuramento, mano sulla Costituzione italiana, non me l’aspettavo più». Ma questa vicenda ha dell’incredibile soprattutto perché in quegli stessi giorni Chiara ha letto sui giornali dell’altra sua connazionale – Alma Sejdini che si è tolta la vita il 6 novembre proprio perché quella cittadinanza non le arrivava mai. Chiara scrive di getto alla famiglia della Comunità di don Benzi che l’ha accolta in questi lunghi anni.

«Ieri ho letto di una donna ex schiava della tratta che per tanti anni ha combattuto la sua battaglia contro la schiavitù da sola, ed è andata avanti grazie alle sue forze. Pochi giorni fa, ha smesso di combattere e si è arresa… Come me cercava un luogo da poter chiamare casa, un luogo dove potersi sentire protetta, un luogo da chiamare la sua patria, un luogo che poteva ridarle un'identità, un luogo dove poteva sentirsi amata. Il mio stesso sogno ma le è stato negato...».

Venduta a sedici anni

Il travaglio di Chiara, ora finalmente italiana, inizia anche per lei da minorenne. A sedici anni, da un cugino viene presentata e affidata al suo futuro fidanzato. Un perfetto sconosciuto di 28 anni. «Ma dove sono nata io – spiega – se un ragazzo è molto più grande di te, è un segno di maturità. La mia famiglia era troppo povera, in quegli anni c’erano tanti rapimenti di ragazzine ed essendo amico di mio cugino, ci siamo fidati che io potessi essere al sicuro». Invece dopo pochi mesi, ecco la prima sorpresa: il neo fidanzato propone a Chiara di andare in Italia perché lì lui ha trovato un lavoro per entrambi presso una famiglia italiana.

I mesi successivi sono ricordi nitidi, come fosse ieri di vicende in cui tutto precipita: la partenza per il sud dell’Albania, la notte a Valona, “il porto clandestino” ancora oggi utilizzato per la tratta di persone, il gommone che parte a mezzanotte in quel freddo autunno con 50 persone stipate dentro. «In due ore eravamo arrivati a Bari ma ci hanno lasciati tutti ad un chilometro dalla riva. Io ero terrorizzata, non sapevo nuotare – ancora oggi il mare è il mio incubo – e mi aggrappai ad un albanese che si era buttato in acqua davanti a me. Ricordo che c’erano degli italiani che ci aspettavano al porto. Erano lì per portarci alla stazione dei treni. Da Bari ad una città del nord Italia».

Chiara ed Endrin arrivano in un appartamento dove li aspetta il cugino e la sorella di lui. Dopo pochi giorni, la seconda sorpresa: non c’era nessun lavoro per lei. Con un pacchetto di preservativi in mano, Endrin le spiega che l’aspetta la strada e la prostituzione. «Ero scioccata. Mi ero fidata di mio cugino, sangue del mio sangue. E invece ero carne da macello. Mi rifiutai e di conseguenza fui rinchiusa per una settimana in uno stanzino senza poter uscire, senza luce, senza cibo, senza nessun contatto con la mia famiglia. Pensa che all’epoca non erano ancora così diffusi i cellulari… Provai anche a scappare una notte ma mentre raggiungevo la porta nel buio pesto, inciampai. E mi rinchiusero di nuovo. L’indomani chiamarono mia madre dicendo che volevo andare via e che non ero riconoscente nei loro confronti, loro che avevano fatto l’impossibile per me. Non potevo far vergognare la famiglia – mi dicevano – avrei rovinato la loro reputazione.

Donne vittime di tratta
Prostituzione sulle strade italiane
Foto di Emanuele Zamboni


E non potevo dire la verità a mia madre, perché mi avevano minacciato di andare a prendere le altre mie due sorelle più piccole… Io ero giovanissima, ero bella, non mi avrebbero lasciato andare così. Mi gridavano che agli scafisti dovevano ripagare un debito per me: 3 milioni di lire! All’epoca era una somma enorme!». Ma il peggio doveva ancora venire. A sedici anni, senza famiglia e senza amici, senza documenti ma solo con un italiano imparato dalle telenovelas, Chiara viene venduta ad un altro sfruttatore albanese e dal nord viene spedita in un paesino del sud Italia. Controllata di giorno e di notte da una connazionale, sorella del pappone che non le toglie gli occhi di dosso. Avrebbe voluto mandare via tutti i clienti, su quello stradone buio, sporco e degradato. Vive con altri connazionali, qualcuno lo riconosce, è del suo paese ed è sconvolta che faccia parte di una rete criminale così radicata, di una mafia che mette tutti a tacere con la violenza e con la corruzione.

Lei si trova a vivere con altre giovani donne, tutte della stessa zona dell’Albania, le aree rurali intorno a Durazzo, tutte costrette a vendersi. Una di loro cerca di ribellarsi – ricorda con angoscia Chiara – ma viene presa a pugni e calci. Quasi in fin di vita, è proprio la sedicenne appena arrivata che cerca di frapporsi tra il pappone e lei per salvarla e rischia di essere a sua volta pugnalata. Solo la sua giovane età, e il pensiero che potrà guadagnare grazie al suo corpo di adolescente, lo trattiene. La giovanissima albanese non demorde. Di notte prova a chiedere aiuto ai suoi stessi clienti ma «gli uomini che pagano per il sesso non sono persone – mi dice con fermezza. Avevo sedici anni e lo dicevo anche. Eppure, di fronte alle lacrime a loro interessava solo il sesso. Anzi più piangevo e più facevano i comodi loro con gusto, stavano quei 10 minuti su di me e poi andavano via… E intanto io provavo con diversi di loro a chiedere pietà, dicendo: ma tu hai una figlia? E faresti questa cosa a tua figlia»?

Il coraggio di denunciare il racket della prostituzione

Ma una sera si ferma un'auto: un uomo italiano che non voleva comprare il suo corpo, uno sconosciuto che ha ascoltato la sua storia e di cui Chiara non saprà mai più nulla. La porta in Questura e davanti a quegli uomini in divisa, sulla parete il tricolore italiano, denuncia tutti gli uomini – compreso il cugino – che hanno sfruttato lei e una decina di ragazzine rinchiuse nell’appartamento dell’orrore. Vengono liberate tutte.

Oggi Chiara non ha più paura: la sua mamma è in Italia e le sue sorelle sono sposate e lontane da Durazzo. Dopo mesi e mesi di pianti, la madre che aveva provato a chiedere aiuto alla polizia albanese per ritrovare sua figlia scomparsa, era stata derisa anche dalle persone del paese. In certi luoghi tutti si conoscono e se una donna non rispetta il patto è lei colpevole e la vergogna ricade sulla sua famiglia. L’uomo, secondo antiche tradizioni che ricordano il codice kanun diffuso ormai solo in alcune zone del nord dell’Albania, ha il diritto di decidere sulla vita della donna. Lei non può obiettare, rischia di essere picchiata se disobbedisce.

Il pappone scappa in Albania. Verrà arrestato diversi mesi dopo quando tenta di ritornare in Italia per recuperare i guadagni delle altre ragazze. Non troverà più nessuno. Il cugino di Chiara invece scappa in Germania. Del fidanzato Endrin non saprà più nulla. La sorella di lui invece, rimasta incinta e ancora dedita alla prostituzione in strada e al controllo delle vittime, viene uccisa mentre si prostituiva.

«Eppure quando 5 anni dopo, durante il processo il mio pappone aveva provato a dire che non ero stata costretta ma che dovevo pagare un debito ed ero consenziente. Lo condannarono solo a sei anni. E dopo che è uscito ho vissuto sempre col terrore di reincontrarlo. Anche quando andavo in Questura ogni anno per rinnovare il permesso. Ogni volta era un’ansia per me. In più vedevo che avevo sempre delle limitazioni perché l’Albania non fa parte dell’Unione europea. Avevo sempre degli ostacoli da affrontare. Eppure mi sentivo più italiana che albanese, dopo tanti anni trascorsi qui dove ho ormai la mia cerchia di amici, la mia famiglia. Lo sento il mio paese. Non mi sento affatto albanese perché dove sono nata non ho mai avuto una vita felice… Per questo volevo la cittadinanza italiana a tutti i costi».

Nulla sarà mai dimenticato

Di quel periodo e della vita da schiava sui marciapiedi d’Italia, restano solo ricordi macabri perché per Chiara, «come tutte le vittime della prostituzione, puoi voltare pagina, rielaborare i traumi ma non potrai mai dimenticare». Ne sono un segno gli incubi che, a distanza di quindici anni, ancora oggi le riempiono le notti. Sogni di tombe e di cadaveri. Ma accanto a queste ferite psichiche, prendono spazio di giorno in giorno anche gli abbracci, i sorrisi, l’ascolto, le uscite, i momenti di preghiera, le parole di incoraggiamento della famiglia italiana che è ormai il punto di riferimento di Chiara.

Bimba povera in Albania
Villaggio rurale in Albania
Foto di Laura Collina


La mamma, il papà, i bambini, le tante persone accolte in questa nuova casa di anno in anno l’hanno fatta sentire meno sola. E – come racconta con la genuinità e lo sguardo di una adolescente – l’hanno sostenuta quando aveva paura di andare a scuola negli anni del Liceo, le volte in cui ha avuto paura di innamorarsi. E poi quando ha cercato il primo lavoro, quando ha iniziato a fare l’assistente socio sanitaria, e quando ha cercato una sua casa.

«Sono nata il giorno in cui sono entrata in casa famiglia. Le persone che mi hanno accolto sono il luogo dove tornare dopo le mie disgrazie, dopo i miei sbagli a chiedere un consiglio. Un luogo in cui, nonostante la mia testardaggine i miei sbalzi d'umore, i miei errori, nonostante le mie cadute e rialzate loro ci sono sempre stati. Un luogo dove sentire che anch'io ho la mia identità perché non sono inutile e incapace come volevano farmi credere i miei papponi, e che anch'io esisto… da oggi anche per lo stato italiano».