Nella Casa di Fatima non si aspetta la Pasqua per risorgere: tra schizofrenia, fragilità e "integrazione al contrario", Antonio Scarpiello racconta come la croce si abiti ogni giorno. Una vita spesa non per fare carità, ma per rendere giustizia a chi è stato dimenticato.
Mi è stato chiesto come ho vissuto la Passione di Cristo in questo periodo di Pasqua. Per rispondere, non posso che partire da un’immagine precisa, un ricordo che porto nel cuore e che racchiude il senso del mio stare qui, a Casa Nossa Senhora de Fatima.
Il pianto, il riso e il senso di una mancanza
Ricordo un episodio successo due anni fa, durante la celebrazione della Domenica delle Palme che si svolgeva proprio nella nostra casa di Fatima. Tra noi c’era un ospite che soffriva di schizofrenia. Durante la messa, è andato improvvisamente in crisi: prima ha iniziato a ridere sguaiatamente, a bocca aperta, quasi spudoratamente; poi è caduto sulle ginocchia con un tonfo sordo e ha iniziato a piangere disperatamente.
In quel momento, tra il riso e il pianto, l’unica cosa che ho potuto fare è stata abbracciarlo. L’ho portato in camera sua per cercare di tranquillizzarlo. Per questo motivo, quel giorno non sono riuscito a prendere la Comunione: ero lì, fermo, accanto a mio fratello in crisi, e mi viene da piangere ancora oggi solo al pensarci.
Una missione che non conosce calendario
Quando sono sceso, la messa era finita e i sacerdoti stavano già uscendo dal recinto della casa. Mi sono avvicinato per scusarmi della mia assenza, e il sacerdote che aveva celebrato mi ha guardato e mi ha chiesto: «Ma come fai tu a vivere qui? Come fai a stare qui?».
La risposta era già racchiusa nell’omelia che lui stesso aveva appena pronunciato. Aveva spiegato che la sofferenza di Cristo non è confinata alla sola Settimana Santa. Essendo Gesù Dio, il solo a ridursi alla condizione umana era già di per sé una sofferenza: Egli ha sofferto per tutta la vita. Ma lo ha fatto perché sapeva che quella era la sua missione.
Così ho risposto al sacerdote: «L'hai spiegato tu nell'omelia. È la mia missione. Io ho scelto di dire il mio "sì" a tutto questo».
Condividere la fatica per abitare la gioia
In questi giorni abbiamo "festeggiato" la Settimana Santa e il Triduo Pasquale, rivivendo il momento della mortificazione. Ma per noi che abbiamo scelto questa vita, non è un evento annuale: noi lo facciamo ogni giorno.
Non nego che a volte io viva tutto questo con molta fatica. Chi mi ascolta sa che sento il peso di questa quotidianità. Tuttavia, è ciò che io e tutta la Comunità Papa Giovanni XXIII abbiamo scelto: vivere al fianco di chi soffre e, di conseguenza, condividere quella sofferenza.
È una vocazione bellissima, perché ci permette di vivere la Passione di Cristo in termini di missione proprio come ha fatto lui: non solo per una settimana all'anno, ma in ogni singolo istante.
Oltre le etichette: l'integrazione al contrario
In questa casa non esistono etichette. Quando arriva una persona, non mi interessa quello che è o l’etichetta che porta: intanto la accolgo, poi si vede. Qui viviamo quella che chiamo "integrazione al contrario”: gli accolti diventano membri della famiglia. Sono loro cheaccolgono chi viene da fuori.
Siamo qui per condividere il nostro niente. I nostri gesti, l’amore, non li facciamo per fare "carità" nel senso comune del termine, ma per giustizia. Don Oreste Benzi diceva: «Non dobbiamo dare per carità ciò che è dovuto per giustizia».
Per questo la nostra porta è sempre aperta: per il vicino che viene a chiedere il pane che facciamo in casa, per chi vuole organizzare una grigliata in giardino o per le autorità che vengono a mangiare con noi in semplicità. Niente è nostro, tutto è di tutti.
La Pasqua nella quotidianità
La Pasqua si compie ogni mattina qui nella vita di condivisione, quando Alex ritrova dignità attraverso il lavoro o quando Igor vede in me una figura paterna.
Perciò, se mi chiedete come ho vissuto la Settimana Santa, posso solo rispondervi: come tutti gli altri giorni, perché nel mio cuore è ben chiaro che la croce e la missione si abitano quotidianamente nella normalità della condivisione.