Dalla Relazione della Commissione parlamentare sul femminicidio emerge il ruolo della violenza economica come strumento di controllo e dominio sulle donne. Nuove proposte di riforma del codice penale e di formazione all'autonomia economica. Inserito anche un focus su donne migranti, vittime di tratta e prostituzione grazie anche al contributo della Comunità Papa Giovanni XXIII che illumina una realtà spesso invisibile.
La violenza contro le donne non è solo fisica o psicologica. È anche, e sempre più spesso, economica. Un controllo sottile che limita la libertà delle donne, intrappola e rende impossibile uscire da relazioni maltrattanti. È questa la fotografia che emerge dalla nuova Relazione della Commissione parlamentare sul femminicidio e sulla violenza di genere, approvata il 15 aprile 2026 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, a firma trasversale di tre relatrici – la deputata Martina Semenzato e le senatrici Cecilia D’Elia ed Elena Leonardi – e votata all’unanimità che invita con urgenza a riconoscere e punire in modo più efficace la violenza economica, anche attraverso l’integrazione di specifici reati nel codice penale.
Il volto nascosto del controllo: la violenza economica
La relazione è il risultato di un lungo lavoro di ascolto: ben 93 audizioni con esperti, operatori, magistrati e associazioni. Grazie ai diversi contributi emerge come la violenza economica sia uno degli strumenti più potenti nelle mani di uomini maltrattanti: impedire l’accesso al denaro, controllare ogni spesa, sfruttare economicamente la partner, costringerla a dipendere totalmente. Questi comportamenti fanno parte della struttura stessa del dominio.
Tre gli ambiti principali indagati: l’ambito domestico: dove la violenza economica si intreccia con quella psicologica e fisica, diventando uno strumento di controllo dentro la coppia e la famiglia; il mercato del lavoro dove occorre porre attenzione alle disuguaglianze salariali, alla precarietà e agli ostacoli all’indipendenza economica delle donne, e dell’imprenditoria femminile; e l’ambito sociale dove pesano stereotipi e discriminazioni culturali, scarsa educazione finanziaria e difficoltà di accesso ai servizi specie nella prostituzione, nell’immigrazione e nella tratta, disuguaglianze nello sport.
La proposta di modifica del Codice penale e l’educazione finanziaria delle donne
La Commissione propone di rafforzare il riconoscimento giuridico della violenza economica, integrandola nei reati già esistenti.
In particolare, si punta a inserire nel codice penale – in particolare nell’art. 572 (Maltrattamenti in famiglia) – esplicitamente il concetto di “violenza economica” quale modalità di integrazione del reato, «codificando un indirizzo della giurisprudenza di legittimità ancora poco diffuso tra i giudici di merito». Altra novità nella relazione è la proposta di introdurre la fattispecie autonoma di “controllo coercitivo” per punire il “monitoraggio ossessivo del partner” anche riguardo a spese familiari di minimo importo.
Un passo importante che va nella direzione di riconoscere tutte le forme di dominio e controllo legate alla violenza di genere.
A queste si aggiungono anche le proposte di formazione anche per il personale bancario/finanziario/assicurativo per riconoscere segnali di violenza; l’introduzione dell’educazione alla autonomia economica di genere nelle scuole e nelle università e di corsi anche nei luoghi di lavoro; maggior informazione attraverso guide digitali sulle misure di sostegno economico disponibili per le donne che hanno subìto violenza (reddito di libertà, reddito di impresa, assegno di inclusione). Si raccomanda poi il riconoscimento di un “beneficio fiscale” temporaneo che consenta alle donne di rendersi autonome nel periodo più complesso dell’uscita dalla violenza ovvero tra la denuncia e l’inizio del procedimento penale.
Donne invisibili: migranti, sfruttate, dimenticate
Questa forma di abuso è particolarmente evidente in contesti già complessi e segnati da violenze multiple: prostituzione, tratta, migrazione. Qui il controllo economico si intreccia con quello fisico e psicologico, creando una rete da cui è difficilissimo uscire.
Queste donne sono spesso le più esposte e le meno protette. Hanno diritto, insieme ai loro figli, a protezione reale, accesso a rifugi sicuri e percorsi di autonomia. E non a lavoro sfruttato o alle vetrine di piattaforme del porno web. Ma nella pratica – secondo le esperte della Comunità di don Benzi - restano «le più dimenticate, quindi le più vulnerabili, le più a rischio». Si legge nella relazione che «molte donne si trovano costrette a entrare nel mercato del lavoro sessuale per necessità economica, e non per scelta autonoma, diventando così facilmente manipolabili da reti criminali che esercitano su di loro un controllo economico totale».
La voce dal campo: la Comunità Papa Giovanni XXIII
Durante l’audizione del 12 gennaio 2024, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha infatti portato alla Commissione la voce diretta delle vittime. Donne sopravvissute, ma anche storie che non hanno avuto un lieto fine.
Nel racconto è emerso chiaramente il meccanismo di controllo esercitato da sfruttatorie da cosiddetti loverboy, finti fidanzati che seducono, isolano e poi sfruttano economicamente e sessualmente le donne. Un sistema che si regge su manipolazione affettiva e coercizione economica. Non sono solo dati ma storie di giovani vite che ce l’hanno fatta a chiedere aiuto. Accanto a queste ci sono invece anche storie di vite spezzate che non han potuto riprendersi in mano la propria libertà. Vittime di un sistema che le ha prima sfruttate, di clienti che han poi tolto loro la vita. Come Arietta, Venetita, Lioara, Christina incontrate dalle unità di primo contatto e annualmente ricordate dalla Comunità di don Benzi.
«Se funzioni, sei solo mia; se non funzioni ti elimino». Questa logica - riportata dalla voce di chi accoglie le donne che escono dalla spirale della violenza, del ricatto e dello sfruttamento - è il cuore del problema: una visione che considera la donna una proprietà e che si traduce in controllo economico, psicologico, fisico.
Bisogna intervenire prima che sia troppo tardi ed agire in contemporanea su più livelli: responsabilizzare gli uomini sul tema del rispetto e dell’indipendenza femminile, sostenere le vittime, costruire reti efficaci, cambiare la narrazione sociale, educare le ragazze e le donne all’autonomia economica attraverso corsi specifici.
Secondo la Commissione quindi ridurre i femminicidi significa intervenirealle radici delle relazioni umane, smontando gli stereotipi e costruendo alternative concrete nella gestione economica per prevenire ogni forma di assoggettamento.
Perché nessuna donna sia più costretta a scegliere tra restare viva ed essere libera.