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11 Settembre 2026

11 settembre 2001: l'attentato che cambiò la storia. Perché non basta dire Mai più!

25 anni fa il crollo delle Torri Gemelle che causò la morte di 2977 persone. Gli USA reagirono formalizzando la teoria della "guerra preventiva" e scardinando le regole del diritto internazionale
11 settembre 2001: l'attentato che cambiò la storia. Perché non basta dire Mai più!
Foto di NYC Police Aviation Unit
Dalla risposta americana alle attuali guerre in Ucraina e in Medio oriente, un'analisi dettagliata di come quell'evento abbia portato a delegittimare le istituzioni internazionali e considerare la guerra come inevitabile. Ma anche una proposta per uscire dall'attuale situazione di crisi cominciando a organizzare la pace.
Ci sono date che segnano la memoria e altre che cambiano la storia. L’11 settembre 2001 appartiene alla seconda. Quel giorno 19 terroristi di al-Qaeda dirottarono quattro aerei di linea: due si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York, uno contro il Pentagono e l'ultimo precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri. Morirono 2.977 persone. Le immagini del crollo e dei soccorritori entrarono nelle case di tutto il mondo, cambiando la percezione della sicurezza e il modo stesso in cui l'Occidente avrebbe pensato la guerra.

Dalla difesa alla guerra preventiva

La risposta americana assunse una dimensione sistemica. Nel 2002 la nuova strategia di sicurezza degli Stati Uniti formalizzò la "guerra preventiva": Washington si attribuiva il diritto di agire militarmente non solo contro un’aggressione avvenuta, ma anche di fronte a una minaccia futura, persino incerta nel luogo e nel tempo. Si aprì così una frattura profonda con il diritto internazionale.
La differenza non è accademica: significa decidere se la difesa armata verso un Paese sovrano debba restare un'eccezione regolata dal diritto o diventare uno strumento che ciascuno Stato può utilizzare sulla base delle proprie valutazioni.
La guerra in Iraq del 2003 rese questo dilemma drammaticamente concreto: un intervento condotto senza l'autorizzazione dell'ONU e giustificato da armi di distruzione di massa mai trovate. Da allora si è affermata un'idea immorale e pericolosa: che una guerra possa essere considerata "giusta" non perché legittimata dalle regole, ma in virtù della narrazione e del fine proclamato da chi la combatte.

Le guerre “giuste” e l’erosione delle regole

Quando un Paese passa all’attacco secondo una valutazione autonoma in nome della libertà, della democrazia o della sicurezza, scatta una mistificazione ideologica che trasforma il rispetto del diritto internazionale in un intralcio secondario, offrendo un alibi all'uso della forza. Ma il diritto internazionale è nato precisamente per impedire che ogni Stato si faccia giudice della propria causa. Se ciascuno può decidere autonomamente quando una minaccia giustifica la forza, le regole comuni smettono di funzionare. E quando le regole smettono di vincolare i potenti, smettono anche di proteggere i più deboli.
Sul piano giuridico, gli atti terroristici commessi da organizzazioni paramilitari o attori non statali non possono mai legittimare l'annientamento di un intero territorio o la punizione collettiva di un popolo: i principi di proporzionalità e distinzione del Diritto Internazionale Umanitario vietano di trasformare la legittima difesa nella distruzione sistematica delle infrastrutture civili e della vita di milioni di innocenti. Nel momento in cui accettiamo che la minaccia del terrore scavalchi questi limiti legali, cadiamo in una trappola morale che distorce i confini della giustizia.
È questa la verità più inquietante che dall'11 settembre si trascina fino a noi: l'assuefazione a considerare la guerra come una risposta inevitabile, la vendetta come autodifesa, la distruzione come necessità e la sofferenza dei civili come un prezzo da pagare.

Crollo torri gemelle
New York, 11 settembre 2001. Le colonne di fumo si innalzano dal World Trade Center dopo l'attentato terroristico che ha distrutto le Twin Towers.
Foto di HUBERT MICHAEL BOESL /ANSA

Dall’11 settembre alle guerre di oggi

I conflitti contemporanei mostrano la continuazione di questo processo. L’invasione russa dell’Ucraina con la sua “Operazione Militare Speciale” ha riportato la guerra convenzionale su larga scala nel cuore dell’Europa. In Medio Oriente, dopo il terrificante attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la risposta militare su Gaza ha travalicato la legge del taglione: superando l'“occhio per occhio” del Codice di Hammurabi, si è trasformata in una sproporzione sistematica che ha fatto saltare ogni norma di diritto internazionale, sconfinando nei crimini di guerra e alimentando una catastrofe umanitaria senza precedenti.
A questo scenario si unisce la crisi del multilateralismo, esasperata da politiche dell'“America First” fondate sul disprezzo per le alleanze tradizionali e su una diplomazia transazionale della forza, caratterizzata da repentini cambi di rotta.
Contemporaneamente, le spese militari mondiali hanno raggiunto i livelli più alti dalla Guerra fredda. Gli Stati investono risorse imponenti nella capacità bellica, mentre gli strumenti diplomatici appaiono sempre più deboli. Si insinua così una costante deriva securitaria e una diffusa cultura militarizzante.
Accettare tacitamente la logica per cui la sicurezza si costruisce solo preparando il prossimo scontro rivela una contraddizione di fondo: continuiamo a finanziare la capacità di combattere le guerre, lasciando sguarnita la capacità di prevenirle.

Se vogliamo la pace, dobbiamo organizzarla

Se il modello attuale si dimostra incapace di garantire una stabilità duratura, l'unica alternativa è capovolgerne i presupposti: per costruire la pace non bastano gli appelli etici, servono strumenti istituzionali dedicati.
È in questa prospettiva che si colloca il progetto politico di istituire un Ministero della Pace (www.ministerodellapace.org). Non un ufficio simbolico per le commemorazioni, ma una struttura operativa dello Stato progettata per fare ciò che oggi viene tralasciato: prevenire i conflitti prima che degenerino in violenza.
Significa sviluppare competenze anche curriculari nell’educazione per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, la mediazione, rendere strutturale la difesa civile non armata, promuovere il disarmo e favorire una cultura politica capace di intervenire prima che le armi diventino l'unica opzione. La questione è semplice: se esistono apparati pubblici incaricati di organizzare la difesa bellica, servono istituzioni con la responsabilità specifica di organizzare la pace.
La pace non è la semplice assenza di guerra, ma un sistema complesso di relazioni e politiche. L’articolo 11 della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie, richiede organi concreti per non restare una pura dichiarazione di principio.

Ricordare per cambiare urgentemente direzione

A venticinque anni dall'11 settembre, la lezione fondamentale è che la violenza usata come risposta permanente non genera sicurezza, ma alimenta nuovi rancori e radicalizzazioni. La giustizia internazionale non può dipendere dalla forza di chi la invoca, né il diritto può essere applicato a correnti alternate.
Una società davvero sicura non è quella che sa soltanto prepararsi al conflitto, ma quella che sa costruire le competenze per impedirlo. Un Ministero della Pace è una scelta politica chiara: stabilisce che la prevenzione vale quanto e più della reazione e che la diplomazia non è debolezza.
Il modo migliore per ricordare l’11 settembre non è soltanto promettere “mai più!”. È costruire, finalmente, istituzioni dedicate e applicare la scienza amministrativa della pace per trasformare quel “mai più” in una politica pubblica strutturale.

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