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13 Maggio 2022
Ultima modifica: 16 Maggio 2022 ore 09:31

A Fatima per ritrovare la strada

Antonio ha avuto diverse vite, ma lui dice che è sempre la stessa, solo che «Dio ti offre continuamente una nuova possibilità». E ora lui la offre agli altri.
A Fatima per ritrovare la strada
Foto di Alessio Zamboni
Nella cittadina portoghese dove "il 13 maggio apparve Maria", la casa famiglia dedicata al "coração imaculado de Maria" offre ai poveri e ai pellegrini la possibilità di incrociare le loro strade. E succedono veri miracoli.
«Indipendentemente dal vostro credo religioso non potrete rimanere indifferenti davanti alla grande fede che ogni anno conduce sei milioni di persone fino alla radura dove, il 13 maggio 1917, la Vergine Maria sarebbe apparsa per la prima volta a tre pastorelli stupefatti». Con queste parole la laicissima Lonely Planet include Fatima tra i luoghi da visitare per chi si reca in Portogallo, a riprova di quanto l’apparizione mariana avvenuta ormai 105 anni fa continui a suscitare interesse sul piano religioso ma anche culturale.
Con l’avvento del Covid, in realtà, l’afflusso dei pellegrini è crollato, ma ora sta riprendendo, e il segnale è dato dai pullman che hanno ripreso ad arrivare numerosi e le file di viandanti che giungono dai paesi limitrofi.
C’è chi percorre la piazza in ginocchio seguendo la lunga corsia bianca che conduce alla Capela das Aparições, chi si ferma in adorazione, chi accende ceri chiedendo una grazia, chi decide di partecipare alla messa nella grande Chiesa della SS. Trinità, inaugurata nel 2007 per ospitare il gran numero di pellegrini che il Santuario non riusciva più a contenere. Pellegrini che qui tutti sperano possano tornare numerosi come prima del Covid, anche per alimentare le tante attività economiche che in questo luogo sopravvivono proprio grazie ai pellegrinaggi.

Ma noi abbiamo un altro motivo per parlare di Fatima: a poche centinaia di metri dalla Cappella delle apparizioni, da una decina di anni c’è una casa famiglia dedicata al «coração imaculado de Maria» e il 13 maggio è una buona occasione per scoprire chi ci vive e come funziona.
Antonio Scarpiello è il responsabile della struttura, anche se lui ci tiene a precisare – indicando il Tabernacolo – che il vero punto di riferimento qui è un altro.
Foto di Nicoletta Pasqualini

Le vite di Antonio

Anche Antonio ha una storia difficile alle spalle. 54 anni, foggiano di origine, a Fatima ci è arrivato nel 2018, per riconciliarsi con se stesso e con Dio. «Non sono certo cresciuto in oratorio» dice con ironia. Da giovane ha conosciuto la dipendenza dalle droghe, l’illegalità, il carcere, ma ne è uscito grazie al programma terapeutico che ha svolto in una comunità di Cuneo, dove è rimasto affascinato dalla parola di Dio attraverso un percorso religioso con padre Gasparino.
Desiderava un riscatto sociale, una famiglia. Nel 2000 si sposa, gli sembra di aver trovato la strada, invece scopre che non era quella giusta: glielo conferma la Chiesa, che gli concede la nullità del matrimonio. Lascia tutto e ricomincia da capo, con molta sofferenza nel cuore.
È un’anima in ricerca, ma non sa ancora bene di cosa. Mentre lavora come educatore in una comunità per tossicodipendenti, un giorno accompagna uno dei suoi ragazzi alla Capanna di Betlemme della Comunità Papa Giovanni XXIII e incontra il responsabile, Luca Fortunato. Antonio rimane affascinato dal suo stile di vita: «Viveva in maniera così semplice la condivisione con i più poveri, l’affidarsi alla provvidenza, il Vangelo… Così ho deciso di andare a vivere con lui alla Capanna per due mesi, preparandomi per il Cammino di Santiago de Compostela».

Sul cammino per Santiago de Compostela

Ma uno dei cammini che porta a Santiago ha una variante che passa da Fatima, a pochi metri dalla casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII. Nel 2018 ad Antonio viene proposto di fermarsi qui un anno, per dare una mano alla coppia che gestisce la struttura. Lui accetta: ha bisogno di silenzio, di preghiera, di capire dove Dio lo chiama. E scopre che Dio lo chiamava proprio qui. La coppia, infatti, va per seguire altre strade, lui rimane e diventa il responsabile della casa famiglia.
Mentre racconta, riflettiamo sul fatto che Antonio ha vissuto già altre vite e ora ne sta vivendo una nuova. «No – precisa lui – la vita è una sola, ma il Signore ti dà sempre una possibilità, ti attira continuamente a sé».
Sente sue le parole del Salmo 139: «Signore, tu mi scruti e mi conosci … ti sono note tutte le mie vie»  e nel recitarle la voce gli si fa un po’rotta in gola. Segnato dalla vita, si è sentito ristorato dalla tenerezza che il Signore gli ha riservato tendendogli la mano, proprio come dice il salmo: «Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell'aurora per abitare all'estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra».
È così che Antonio si è fermato a Fatima, dove ha trovato Dio presente nei poveri, ed è un incontro che lui ora propone anche ai pellegrini. «Oggi – ci spiega ­– la nostra casa rientra in uno dei percorsi portoghesi del Cammino per Santiago.»
Antonio ha creato una zona della casa proprio per loro, colorata, piena di luce. Durante il lockdown è rimasta spesso vuota, ma ora è piena di vita: «Quest’anno sono già arrivati una cinquantina di pellegrini», dice soddisfatto.
Non c’è una tariffa per essere ospitati, ma una cassetta dove si può lasciare un’offerta. «Non siamo una struttura alberghiera – sottolinea –. Quello che proponiamo, per chi lo desidera, è la possibilità di condividere dei momenti insieme con i nostri ragazzi».
Rispetto alle altre congregazioni religiose presenti in questo luogo mariano, precisa, «questa casa si distingue perché i poveri li accogliamo in casa, facciamo famiglia assieme, e con la nostra vita cerchiamo di testimoniare a chi viene una Chiesa attenta ai poveri, a quelli che nessuno considera. È un laboratorio di evangelizzazione. Dio si rivela attraverso i poveri, e da quando abbiamo anche l’eucaristia nella nostra cappellina questa presenza è ancora più evidente.»

Una integrazione al contrario

Oggi Antonio accoglie i poveri, gli emarginati, ma l’aver fatto parte lui stesso per molti anni di quel mondo gli fa vedere le cose da un punto di vista originale, tanto da elaborare un percorso di inclusione sociale al contrario. «Tu che indossi un bel vestito – dice –, che frequenti solo persone simili a te tenendoti ben lontano dagli altri, ti sei in un certo senso autoescluso dalla società vera, che è fatta anche di disabili, immigrati, senza fissa dimora, rom, tante persone in difficoltà che cercano in qualche modo di sopravvivere. Loro esistono, sono reali, fanno parte della società. Qui da noi diamo la possibilità anche a te di reintegrarti, di tornare nella società vera.»
Dal racconto di Antonio si capisce che l’intuizione di trasformare la casa famiglia in una casa del pellegrino è un elemento che gli dà particolare soddisfazione. «Fa bene a entrambi – spiega – al pellegrino, che qui scopre il valore della condivisione, ma anche ai nostri della casa famiglia, che prima vivevano da esclusi e ora sono invece circondati da persone che li trattano da amici.»

Ed è una esperienza che lascia il segno. «Quando i pellegrini arrivano, in teoria dovrebbero fermarsi una notte e poi ripartire. Invece alcuni si fermano 2, 3 giorni, una settimana.»
Le persone che arrivano qui vengono da percorsi molto diversi tra loro. «Una psicologa era in un momento particolare della sua vita. Si è fermata tre giorni e poi mi ha detto: “Ho capito cosa devo fare, a chi mi devo dedicare”.»
Alcuni creano legami: «Un attore di teatro che era passato di qui lo scorso anno mi ha poi richiamato e ha chiesto di passare il Natale con noi».
C’è anche chi fa scelte decisive: «Una ragazza mi ha detto: “Non vado più a Santiago”, si è fermata un mese, poi è rientrata in Italia e ha coinvolto il fidanzato, hanno fatto insieme una esperienza in una casa famiglia e tra poco partiranno per una zona di missione.»
Sul perché di queste “conversioni” Antonio ha una convinzione. «La cosa che tutti mi dicono è che qui si sono sentiti veramente in famiglia. Ma secondo me è l’esperienza della convisione con i poveri che riempie un vuoto, anche se magari non se ne rendono conto.»

Il pane dei poveri

Con il suo approccio diretto, a tratti provocatorio, Antonio è riuscito a far breccia nel cuore di tante persone, avviando progetti di collaborazione anche nel territorio. Come quella con João Dias, l’inventore del Pasteis de Fatima (la sua pasticceria è una tappa obbligata per gli amici della casa famiglia).  Anche João ha una storia davvero singolare. Nel 2012 la sua azienda era in crisi, stava chiudendo per bancarotta. Cercava un’ispirazione e lui ritiene di averla ricevuta direttamente dall’alto. I Pasteis de Fatima sono ispirati al famoso Pastel de Nata – assaggio immancabile per chi si reca a Lisbona – ma l’impasto è diverso e la forma richiama il “sacro cuore di Gesù”, mentre sul retro è impressa una croce. Questo prodotto ha risollevato l’attività, che oggi João porta avanti assieme alla moglie Elvina, originaria dell’Uzbekistan, musulmana convertita al cristianesimo.
Il 13 maggio 2017, centenario delle apparizioni, hanno venduto 13 mila Pasteis in un solo giorno. In un anno ne producono in media 200 mila, covid permettendo.
João considera Antonio un fratello e appena può va alla casa famiglia per dare una mano. È così che è nata l’idea del “Forno della solidarietà» per produrre il pane dei poveri, valorizzando le capacità di Annibal, un signore proveniente dalla strada, presenza ormai stabile in casa famiglia, che da giovane ha fatto il panettiere. Ogni sabato mattina João impasta 30 kg di farina e prepara le forme che poi Annibal cucina nel forno. «Una volta cucinato, il pane lo forniamo alla Caritas che lo distribuisce a chi ne ha bisogno – racconta Antonio –. Si è sparsa la voce e non abbiamo mai dovuto comprare neppure un chilo di farina. Facciamo tutto grazie alla provvidenza.»

La pentola della solidarietà

Funziona al contrario invece la “pentola della solidarietà”, altra idea del vulcanico Antonio: «Attorno alla casa famiglia si è formata una rete di signore che a turno ci preparano la tipica zuppa portoghese. Noi portiamo la pentola vuota e ci ritorna piena.»
Almeno una volta la settimana nella casa famiglia viene anche un sacerdote per celebrare la messa. «Da noi non si dice “La messa è finita, andate in pace” ma “La celebrazione è finita ma la festa continua”. E ci si ferma a mangiare tutti assieme in fraternità.»