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28 Novembre 2020
Ultima modifica: 4 Dicembre 2020 ore 14:41

A Lesbo... nonostante tutto, sorridono!

Il Tempo di Avvento alla scuola dei poveri, maestri dell'attesa.
È padre Luca che scrive dall'isola di Lesbo dove c'è il più grande campo europeo per rifugiati. È mattina presto, e da lì il vento leva il grido di aiuto e l'attesa di essere liberati e salvati che non possiamo più ignorare.
È l’Avvento di un anno singolare. «Caro Dio, ti sarai accorto, che nessuno sa davvero cosa fare, se e da dove ricominciare; in pochi quelli che sperano e si permettono di sognare». 
Sono profonde le ferite e abissali le distanze lasciate nell’anima e nel tessuto relazionale da ciò che ormai tutti conosciamo come “distanziamento sociale”.

È l’Avvento di un anno di grazia in cui finalmente tutti, assieme ai più poveri e agli emarginati che nella loro carne soffrono il morso della fame, dell’ingiustizia e dell’amore negato, possiamo riscoprirci fragili e bisognosi di un balsamo che possa guarire, e riconoscerci anche noi feriti, dai briganti abbandonati nel mezzo del nostro cammino e curati dall’unico uomo, tra l’altro uno straniero, capace ancore di amare (cf. Lc 10, 25-37). La parabola racconta dell’amore di Dio. Amore di prossimità e di cura. Parla di Dio che «infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna» (Gv3, 16), indicandoci nella condivisione la forma più alta dell’amore che genera la giustizia e la liberazione da ogni male, e in Gesù povero e servo che espia il peccato del mondo, la sua identificazione coi vinti e gli esclusi dalla storia, tanto che in essi Dio dimora stabilmente e attraverso di loro guida l’umanità, la provoca, la richiama, la guarisce, la giudica e la spinge ad un amore capace di liberare, includere ed unire «Io, il Signore, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi» (Is 41,4). 

Rifugiati al campo
Foto di Luca Morigi

L’attesa della liberazione

Mi viene alla mente senza saperne davvero la ragione, l’episodio in cui Gesù, entrando nella sinagoga di sabato mattina, apre il rotolo delle Scritture rivelando di essere Lui il Messia, l’atteso dei credenti e la speranza dei poveri, «... mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio e proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il Papa ci invita a «riscoprire la grande speranza e la gioia che ci dona la venuta del Figlio di Dio» (Udienza generale, 25.11.2020) e sentirci parte di un unico popolo, in quanto poveri e segnati dal peccato e dalla comune fragilità, oggetto primario dell’attenzione e della premura di Dio, invitando tutti «malgrado le dense ombre del presente» a sperare: «Invito alla speranza che ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano ... di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza e di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande ... La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte per aprirsi a grandi ideali ...» (Fratelli tutti, 55). È l’invito del Papa a ritornare all’essenziale, al rapporto personale col Signore, alla preghiera e alla comunione, negli atteggiamenti propri dei poveri, vegliare e vigilare.

A Lesbo i profughi vivono in veri e propri campi di concentramento

È ormai mattina quando mi accorgo che a questi semplici pensieri, si uniscono i rumori dei pescherecci che riprendono il mare e gli stridii dei gabbiani. Ed è allora che mi accorgo di non essere a casa, ma su un isola lontana, in mezzo all’Egeo orientale, che tra la normalità di una città occidentale vede consumarsi imperterrito un dramma in cui sono sempre i più poveri a dover pagare. 

Bambini al campo
Foto di Luca Morigi


Lesbo è da anni l’approdo di popoli in fuga dalle guerre, dalla violenza o dalla povertà, che spera nonostante tutto di trovare la libertà e la vita! Basta fermarsi sulla riva e non è difficile ascoltare nello spezzarsi delle onde e nel sibilo dei venti le urla degli uomini, i sospiri delle madri, il pianto dei bambini, la forza di un amore che spinge a rischiare mettendo in conto anche di poter morire, il loro grido di aiuto e l’attesa di essere liberati e salvati. 
Qui a Lesbo c’è il più grande campo europeo per rifugiati. Ufficialmente un campo di prima accoglienza e di registrazione, ma nei fatti qualcosa di più prossimo – senza timore di dire – ad un campo di concentramento e detenzione. Parlando coi profughi, senti l’impotenza e lo sdegno attraversare il cuore e che non può tacere. 

Anche i rifugiati sognano

«Non voglio altro, se non andare via. Voglio portare via da qui i miei bambini. È l’inferno sulla terra. Cosa abbiamo fatto di così grave per essere trattati così? Non siamo anche noi umani?». Passano i giorni, e ormai i mesi, mentre ti rendi conto che quel popolo che transita veloce lungo le strade tra Mitilene ed il campo, ha sempre meno la possibilità di uscire e di giorno in giorno vedi aggiungere restrizioni a restrizioni. È nei giorni che ti rendi conto che quel popolo inizialmente indistinto è fatto di volti dagli occhi pieni di dolore e dai sorrisi miti, di storie d’amore, di sacrificio e di sottomissione, è fatto di gente che non è abituata a chiedere ma a subire, di viaggi difficili, di anni lontani da casa, di donne e bambini violati, di famiglie cacciate, di uomini soli, di vecchi malati, di disabili, di minoranze perseguitate, di persone, di uomini e donne normali, di fratelli e, nei giorni che passano, di amici! 
Poi ti rendi conto che su quelle gambe camminano dei sogni molto vicini ai miei, storie di respingimenti e di violenza, di notti nei boschi o lungo gli scogli, di mesi nel deserto, di lavoro nero per pagare ai trafficanti la tratta successiva, storie di torture, di dinieghi con la violazione sperimentata sulla pelle di ogni diritto umano, di tende divelte dal vento, di notti insonni, dei topi e dei ladri di effetti personali, di giorni passati senza non aver niente da fare, di malattie mai curate e di medici indifferenti e incapaci, del cibo che manca come i medicinali, l’acqua calda, l’elettricità, la libertà di muoversi, di opporsi e di studiare, storie di uomini e donne che ad un certo punto, anche se volessero, non riescono a sperare. Attendono qualcosa o qualcuno, ma difficilmente riescono a sperare. 

Gesù soffre con i rifugiati

settembre il campo profughi di Moria è stato distrutto dal fuoco, che in quella notte ha risvegliato, seppur passeggera, la speranza di qualcosa di nuovo. La gente in strada col pensiero di essere finalmente trasferita, mentre l’Europa disponeva per loro un campo ancor più restrittivo sulle rive del mare, in un campo adibito alle esercitazioni militari. In pochi giorni un migliaio di tende furono allineate ed il sogno condiviso si tramutò in resa e disperazione. Per tutti l’unica soluzione fu quella di entrare nel campo e continuare a soffrire. Ci vivono più di 8.000 mila persone. Rete e filo spinato, sono i requisiti esterni di un campo di detenzione, in cui è negato molto se non tutto, in molti dei casi, come nei Paesi da cui sono fuggiti. Non credo che si sbagli dicendo che nei campi per rifugiati si stia consumando un sistematico ed intenzionale piano criminale con interessi di portata colossale, dietro la farsa ideologica della sicurezza nazionale e continentale.

Tenda al campo
Foto di Luca Morigi


Entrare nel campo per me è stato fondamentale. Da subito, la certezza interiore di essere su un terreno sacro e presente nella carne umiliata di quei fratelli poveri, Gesù vivo che con loro soffre, mentre partecipano inconsapevolmente alla redenzione del mondo e all’espiazione del nostro comune e personale peccato. Come davanti ad un grande altare sul quale si consuma e celebra il loro sacrificio, unitamente al sacrificio pasquale del Signore. «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori. Non aprì la sua bocca» (Is 53, 7). 

Ho visto la grandezza dei poveri

Chi vive qui da tempo racconta come ha visto mutare nei profughi l’attesaIl fuoco sembra che abbia fermato tutto, paradossalmente congelando i sogni, le speranze ed i progetti di partire. La grandezza dei poveri! La speranza si è tramutata in resa, e nonostante tutto nessuno ha smesso di sorridere, di amare. Soffrono molto ma non recriminano il male. Per non illudersi evitano di sperare troppo, ma nei poveri avverti l’attesa di qualcosa – per quanto piccolo sia – gli permetta se percepirsi, vivi, visibili e riconosciuti. Tra i tanti episodi significativi racconto forse il più marginale ma che mi ha permesso di capire, il bisogno di essere riconosciuti
In auto nei pressi del campo, e vedendo passare un giovane padre afgano che teneva la mano al suo bambino mi fermo per farlo passare. Vedo il suo sguardo riempirsi di commozione e nel procedere verso il campo voltarsi continuamente per salutarmi chinando il capo per ringraziare. Ecco, tutta la grandezza dei poveri! Quanto c’è da imparare da questi maestri dell’attesa e dell’amore gratuito, libero e vero. 

Foto di Luca Morigi

Cos’è l’Avvento

L’Avvento è il tempo dunque di un incontro. L’incontro di due volti che si riconoscono fratelli. L’incontro dell’uomo col volto buono del Padre. Di Dio e dell’uomo che desiderano stare insieme. Un tempo quello di Avvento che si apre con la preghiera autentica della Chiesa «Maranatha. Vieni Signore Gesù» che nelle settimane attraverso l’ascolto, la fede e la carità di Maria e di Giovanni il Battista, prepara il cuore ad accogliere prontamente Gesù, come i poveri sono normalmente abituati a fare.
La promessa ed il desiderio di Dio non si fanno aspettare; la Liturgia nei giorni precedenti al Natale propone antifone che con le iniziali si forma questa frase «Ero cras – Verrò presto».
Una promessa che è risposta al desiderio dell’umanità e di Dio. Entrando nella storia l’attesa dell’uomo si esaurisce aprendosi ad un’esistenza di servizio, comunione e fedeltà. Possa il Signore renderci autenticamente poveri, liberi da tutto, e fare dell’attesa il nostro stile di vita, come i poveri, che avendo ricevuto tutto gratuitamente, tutto sanno dare. Buon Avvento.