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Scuola, violenza e responsabilità che non finiscono. L'analisi dell'educatore che lavora a contatto quotidiano con i giovani.
Ho resistito un po’ prima di convincermi a scrivere qualcosa sugli ultimi avvenimenti che hanno riguardato alcune scuole italiane in cui sono avvenuti fatti gravissimi legati ad accoltellamenti. Faenza, La Spezia, Sora sono al centro delle cronache e così come altre località man mano che si scopre che la compagnia delle cosidette armi bianche è piuttosto abituale anche tra i giovanissimi.
Ho resistito a scrivere non perché non sia importante, ma perché ogni volta che succede qualcosa di simile parte lo stesso meccanismo: le analisi a caldo, i proclami sull’educazione, le accuse alla scuola, alle famiglie, agli immigrati, ai social, a una generica “società che non funziona”.
E alla fine resta sempre la stessa cosa: una vita che non torna. A volte lo si rischia. A volte, come a La Spezia, succede davvero
Chi restituisce un figlio a una famiglia che non lo rivedrà più?
Chi ripara un vuoto che non è simbolico, ma reale, quotidiano, definitivo?
Andare oltre le risposte rassicuranti
Ci si affanna a trovare il colpevole giusto, possibilmente uno solo. È rassicurante. Ma la violenza non nasce mai in un istante isolato. Arriva alla fine di una sequenza.
La domanda che fa più male non è “chi ha colpito?”, ma: "chi ha fallito prima?"
Chi ha visto segnali e li ha chiamati “ragazzate”?
Chi ha pensato “non è affar mio”?
Chi ha avuto paura di intervenire?
Chi ha parlato e non è stato ascoltato?
Avevamo gli occhiali giusti per vedere?
Chi ha delegato tutto a un’istituzione, a un ruolo, a un altro adulto?
Non per distribuire colpe in modo indistinto, ma per riconoscere che la responsabilità raramente è pulita e lineare. È frammentata. Scomoda. Coinvolge più livelli, più persone, più silenzi.
E poi c’è un’altra domanda, ancora più difficile: cosa resta da fare a chi resta?
Dopo una morte così, continuare a vivere non è una risposta semplice. È insieme una condanna e una possibilità.
Condanna, perché vivere significa portare un’assenza che non si colma.
Possibilità, perché è l’unico spazio in cui la memoria può restare viva e la violenza non avere l’ultima parola.
Funzioneranno i metal detector?
I metal detector possono forse funzionare come deterrente. Possono ridurre un rischio immediato, segnalare che qualcosa non è tollerato, intercettare l’oggetto prima del gesto. Ma non raccontiamoci che basti. La loro introduzione dice anche altro: certifica che siamo immersi in un contesto violento più ampio, che attraversa l’intero corpo sociale — dalle più alte cariche istituzionali fino alle aule di scuola. La violenza non nasce all’improvviso nello zaino di uno studente: si deposita nel linguaggio pubblico, si normalizza nelle relazioni, si trasmette nei modelli di successo, di potere, di maschilità, di conflitto.
In questo senso, il metal detector non è neutro: è una estrema ratio. Serve quando il resto ha già fallito. Ed è proprio qui il punto più scomodo. Nessun dispositivo di sicurezza può sostituire un investimento educativo profondo, continuo, coraggiosamente orientato. Non un’educazione ridotta a slogan — “adesso lo sai” — come se il sapere, da solo, assolvessse il mondo adulto da altre responsabilità. Come se dire ai ragazzi che i coltelli uccidono, che le droghe fanno male, che le malattie esistono, fosse sufficiente. Come se informare equivalesse ad accompagnare.
Educare non è solo far sapere: è aiutare a saper essere. Saper stare nella frustrazione, nel conflitto, nella rabbia senza trasformarla in gesto. Saper riconoscere i propri limiti e quelli dell’altro. Saper chiedere aiuto prima che la violenza diventi linguaggio. Questo lavoro non è rapido, non produce titoli, non garantisce sicurezza immediata. Ma è l’unico che incide davvero.
Se oggi pensiamo ai metal detector come soluzione, forse dovremmo avere il coraggio di dirci che non sono la risposta a una domanda educativa, ma il segnale di una domanda rimasta troppo a lungo inevasa. E che la sicurezza, senza una cultura della relazione e della responsabilità condivisa, rischia di essere solo una fragile illusione.
Restare fedeli a chi non può più parlare
Emmanuel Lévinas ha scritto che la responsabilità più antica di ogni scelta e più lunga della vita stessa, non finisce con la vita dell’altro: continua come fedeltà a ciò che non può più parlare. Forse è questo che resta: una responsabilità che non si chiude, che non consola, che non guarisce.
Non “andare avanti”, ma restare fedeli. Al legame, alla memoria, a ciò che non può più parlare.
Sono stanco dei discorsi sull’educazione fatti dopo una morte.
Non perché educare non serva, ma perché arriva sempre quando è troppo tardi per qualcuno.
Sono stanco delle letture ideologiche che usano una tragedia per confermare ciò che si pensava già prima. Ogni semplificazione, in questi casi, è un’altra forma di violenza.
Forse l’unica cosa onesta che si può fare è fermarsi sulle domande, senza pretendere di chiuderle.
Accettare che non tutto è riparabile.
E ricordare che dietro ogni fatto di cronaca c’è una perdita che non ha bisogno di spiegazioni brillanti, ma di rispetto. Anche del silenzio, quando le parole rischiano di mentire.