Anche nello scenario più favorevole e con forti riduzioni delle emissioni, le temperature toccheranno almeno 1,8 gradi prima di un eventuale rientro di fine secolo, mentre gli attuali impegni dei governi delineano una traiettoria di circa 2,5 gradi.
L'obiettivo di limitare l'aumento delle temperature medie globali a meno di 1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale è ormai ufficialmente irraggiungibile. Lo certifica un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep), intitolato Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return e pubblicato il 2 settembre 2026.
Quell'impegno era il più ambizioso tra quelli sottoscritti dai quasi duecento paesi firmatari degli accordi di Parigi nel 2015, e veniva considerato essenziale per evitare gli effetti peggiori del cambiamento climatico. Il rapporto Unep dice ora che la soglia sarà superata nel giro di pochi anni, e che anche nello scenario più favorevole il riscaldamento raggiungerà comunque almeno 1,8 gradi nel corso di questo secolo. Lo scenario migliore prevede comunque un "sorpasso"
La stima di 1,8 gradi si basa sull'ipotesi più ottimistica tra quelle prese in considerazione dagli scienziati Unep: un dimezzamento delle emissioni globali di gas serra nei prossimi dieci anni, fino ad arrivare a zero netto intorno al 2050. Anche in questo caso, però, la soglia di 1,5 gradi verrebbe comunque superata per un periodo — quello che il rapporto chiama "overshoot", letteralmente "sorpasso" — prima di un eventuale rientro entro fine secolo.
Come ha dichiarato la direttrice esecutiva dell'Unep, Inger Andersen, «non ci sono buoni esiti se restiamo sopra 1,5 gradi». Il segretario generale dell'Onu ha aggiunto che «il caldo rovente di quest'estate, gli incendi furiosi e le alluvioni mortali sono un avvertimento di quello che ci aspetta».
Per riportare le temperature sotto la soglia degli 1,5 gradi entro il 2100, spiega il rapporto, non basterebbe tagliare le emissioni: bisognerebbe anche rimuovere dall'atmosfera i gas serra già accumulati, ogni anno e per decenni. Questo significa non solo soluzioni naturali come piantare alberi — che restano vulnerabili a incendi e siccità — ma anche un ricorso molto più ampio a tecnologie come la cattura diretta dall'aria (direct air capture), oggi ancora in fase sperimentale e costosa.
Con gli impegni attuali dei governi, si arriva a 2,5 gradi
Lo scenario a 1,8 gradi è quello "migliore possibile". Se invece si guarda a ciò che i governi hanno effettivamente promesso di fare — gli impegni di riduzione delle emissioni presentati nell'ambito degli accordi di Parigi — la traiettoria porta a un riscaldamento di circa 2,5 gradi entro la fine del secolo, secondo le stime Unep.
Per avere un'idea di cosa servirebbe per restare vicino a 1,5 gradi, l'Ipcc (il gruppo intergovernativo di esperti sul clima) indica la necessità di tagliare le emissioni mondiali del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019, per poi arrivare a zero netto attorno al 2050. Nel 2025, però, le emissioni globali non sono scese: sono salite dell'1,1%.
C'è anche un modo più diretto per misurare quanto tempo resta: il cosiddetto "budget di carbonio", cioè la quantità di CO2 che si può ancora immettere in atmosfera restando entro 1,5 gradi. È un conto che si può solo prosciugare, mai ricaricare: al ritmo attuale di consumo — circa 40 miliardi di tonnellate l'anno, a fronte di un saldo residuo stimato in circa 130 miliardi di tonnellate dal 2026 — si esaurirebbe in appena tre anni.
Un secondo studio: il riscaldamento reale potrebbe essere più alto
Le proiezioni Unep si basano su modelli climatologici che, secondo un numero crescente di ricerche, potrebbero sottostimare l'entità del riscaldamento in corso perché non tengono conto di alcuni fattori.
Un studio pubblicato nel 2026 da un gruppo di ricercatori del Politecnico federale di Zurigo (Eth Zurich) — tra cui Reto Knutti e Sebastian Sippel — ha rianalizzato i dati di temperatura globale tra il 1981 e il 2014 cercando di isolare l'effetto della variabilità climatica naturale da quello del riscaldamento causato dalle attività umane. Il risultato: al netto della variabilità naturale, che nel periodo osservato avrebbe in parte mascherato l'entità reale del riscaldamento, la sensibilità del clima ai gas serra potrebbe essere più alta di quanto stimato finora. Lo studio colloca la risposta climatica transitoria (Transient Climate Response, un indicatore chiave della sensibilità del pianeta alle emissioni) in un intervallo tra 1,9 e 2,6 gradi, contro la stima precedente di 1,2-2,2 gradi: un riscaldamento reale fino al 25% più alto rispetto a quello indicato finora dalle stime standard, comprese quelle su cui si basano i rapporti delle Nazioni Unite. Gli stessi autori segnalano però margini di incertezza nel metodo, legati alla difficoltà di distinguere con precisione i segnali di origine naturale da quelli di origine antropica.
Dove si può ancora intervenire
Al netto delle incertezze sui modelli, resta un dato su cui le diverse fonti convergono: circa tre quarti delle emissioni globali di gas serra provengono dal settore energetico — elettricità, riscaldamento, trasporti, industria — mentre il resto arriva da agricoltura, allevamento, cemento e deforestazione. È soprattutto sul fronte energetico che si registrano i progressi più rapidi: il costo dell'elettricità fotovoltaica è sceso del 90% tra il 2010 e il 2024, e il pianeta ha già superato la soglia dei tremila gigawatt di solare installato, un traguardo raggiunto in tempi sempre più rapidi. L'Agenzia internazionale dell'energia stima che entro il 2030 rinnovabili e nucleare insieme copriranno metà della produzione elettrica mondiale.
Restano però più lenti da convertire i settori legati a motori, caldaie e altiforni, e più in generale tutto ciò che non passa dalla rete elettrica. È questo il nodo che, secondo l'Unep, rende ormai "inevitabile" un periodo di superamento della soglia degli 1,5 gradi, e che sposta la sfida da una questione di scelte future a una di gestione di un rischio già in parte consumato.