Dagli attacchi nella notte alla sospensione delle attività sportive. L'head coach veronese racconta le ore di paura nel Golfo e come le radici nella Comunità Papa Giovanni XXIII lo aiutino a non perdere la speranza.
La risposta di Teheran all’attacco israelo-americano non si è fatta attendere. Nelle scorse ore, droni e missili hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti, partner strategico degli Stati Uniti nel Golfo, coinvolgendo direttamente Dubai.
Abbiamo raggiunto al telefono Alberto Lunardi, 31enne di origine veronese, che da tre anni lavora a Dubai per la Juventus Academy come Head coach. Lo abbiamo cercato per farci raccontare queste ore sospese e quel bagaglio di valori che lo accompagna anche sotto i venti di guerra.
A Dubai, Alberto guida una struttura sportiva con circa 900 giovani calciatori, ma oggi il racconto sportivo lascia spazio alla cronaca: con la scuola calcio ferma e altre attività sospese, Alberto è spettatore delle tensioni che scuotono il Medio Oriente, in attesa di capire se potrà riprendere il lavoro o se dovrà rientrare in Italia.
Raid iraniani, le esplosioni a Dubai viste dal satellite
Foto di HANDOUT PLANET LABS
Il terrore sopra la città e l'attività sportiva ferma
Tutto è iniziato dopo l'allenamento del sabato mattina, quando Alberto ha appreso dai social la notizia dell’attacco contro l’Iran. Poco dopo, la guerra è arrivata sopra la sua testa. «Io e i miei compagni – racconta – siamo corsi sul balcone e abbiamo visto delle nuvole di fumo sopra le nostre teste. Di notte vedevamo le palle di fuoco solcare il cielo. Gli attacchi sono durati tutta la notte, fino a esaurirsi lunedì mattina».
La vita qui va avanti ma in questo momento la scuola calcio è chiusa e il clima è incerto. «Mi sono ritrovato in mezzo alla guerra, una realtà che fino a oggi mi sembrava lontana. Se ne capisce la portata e l’assurdità solo quando ci si è dentro. Quando la provi, capisci veramente che potenza abbia e che terrore facciano sentire i missili che ti passano sopra la testa».
Il rapporto con la Comunità e il legame con don Benzi
Alberto è cresciuto tra “calcio e Comunità” grazie alla madre, che è stata una delle prime a testimoniare il carisma della Comunità Papa Giovanni XXIII a Verona alla fine degli anni ’70 e Don Oreste Benzi è stato una figura presente nella storia della loro famiglia, il matrimonio dei suoi genitori fu celebrato proprio da lui.
Alberto ha conosciuto personalmente il “prete degli ultimi” e da lui ha imparato a guardare il mondo con positività, anche nei momenti della prova, come quella che in questo momento lui e la popolazione stanno affrontando.
«Sento che l’esperienza in Comunità mi sta dando forza nell’andare avanti, equilibrio, nella speranza che la situazione possa davvero trovare una soluzione». "Giocare con gli ultimi" gli ha dato una marcia in più nel capire l'umanità dei suoi giocatori, una sensibilità particolare nel rapportarsi con i suoi giovani: «Mi porta ad avere una maggiore attenzione per chi è in difficoltà, soprattutto per i bambini che hanno fragilità fisiche o familiari, cercando di stare loro vicino».
Alberto Lunardi con un giovane calciatore
L'incredulità dei giovani e l'auspicio di pace
Davanti alla violenza dei potenti che mandano a morire i loro coetanei non si può rimanere indifferenti, Alberto e i suoi colleghi provano un senso di forte incredulità. «Tra amici e colleghi ci siamo chiesti: perché succede questo? Com'è possibile? Come si può arrivare a tutto questo?».
Nonostante la paura, Alberto non vuole perdere la speranza. Il suo augurio è che il conflitto si fermi ovunque, non solo dove si trova lui in questo momento. «Avendo toccato con mano cosa si prova in questo clima di guerra, sento che deve finire per tutti, non solo per noi che la stiamo vivendo ora, ma in ogni angolo del mondo dove la violenza sembra non avere fine».