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20 Settembre 2020

Quarantena in baraccopoli

Alver Metalli, giornalista italiano, racconta come si vive in una baraccopoli alla periferia di Buenos Aires ai tempi della pandemia da Covid-19. Qui la nuova "peste" ha colpito duro.
Foto di Marcelo Pascual
Originario di Riccione, da 6 anni vive in una baraccopoli alla periferia di Buenos Aires in Argentina. Nel libro Quarantena, fresco di stampa, con la prefazione di Papa Francesco, Metalli regala squarci della sua quotidianità, dando voce a momenti di dolore, di sorpresa, di paura. Ma anche di speranza.
Alver, come sta andando con la pandemia?
«Ti sto rispondendo nel momento più difficile, con tanti contagi attorno e con 120 giorni di quarantena trascorsi. La più lunga quarantena al mondo, mi dicono». 

Chi è Alver Metalli? 

Alver Metalli, 68 anni, giornalista di lungo corso, originario di Riccione, risponde da La Carcova, una villa miseria, una baraccopoli alla periferia di Buenos Aires, dove vive dal 2014. Abita con padre Pepe di Paola, il parroco amico del cardinale Jorge Mario Bergoglio, che spesso lo andava a trovare per incontrare i poveri della sua comunità.
A La Carcova la pandemia da Covid-19 sta infuriando da mesi. Alver l’ha raccontata nel libro Quarantena – Diario della “peste” in una bidonville, in doppia lingua italiano spagnolo, edito da San Paolo con prefazione di papa Francesco. Una sorta di Via Crucis in 40 stazioni. Una quarantena, appunto. Si legge tutto d’un fiato, con il desiderio di comprendere quale altro squarcio di vita vissuta regalerà la pagina seguente. 
Nel diario della quarantena sono entrati molti personaggi della villa. La venditrice dei biglietti della lotteria, che conosce i segreti intimi dei residenti, e che spera che un destino buono un giorno arrivi anche per lei. Chili, un giovane freddato sulla porta di casa perché aveva compiuto uno sgarro. Della madre Metalli scrive che «La peste l’ha presa di sorpresa, il piombo no». La ragazza venticinquenne di origine paraguayana, devastata da un tumore alla testa, alla quale porta la comunione. «Anche così, quando il dolore non le deforma l’espressione, lei sorride a chi le fa visita». Padre Pepe, che ogni mattina si alza quando è ancora buio e «alla sua porta c’è già chi tende la mano. E l’anima ferita». Pereira, detto non si sa perché Mortadela, che spazza le vie del quartiere, cioè spinge l’acqua ristagnante in un corso d’acqua dal pomposo nome di Riconquista, che è anche un cimitero di carcasse d’automobili rubate e bruciate dopo averne smontato i pezzi per rivenderli. I bambini che il giorno di Pasqua tornano felici alle loro baracche con un uovo di cioccolato distribuito dalla parrocchia. Rosa, un’ottantenne quasi cieca che aiutandosi con un carrello della spesa va a ritirare il suo pasto caldo e mentre cammina canta in lingua Guaranì. Maria Fernanda, la cuoca dei poveri, un tempo a servizio di una donna ricca e adesso anima della mensa di chi non ha niente. Il ricavato della vendita del libro servirà appunto a finanziare la mensa popolare. 
 
Con Alver ci conosciamo da più di 45 anni: ero ancora uno studente di liceo quando venne a presentarci un documentario sulla vita nelle ex colonie portoghesi dell’Africa. Lui faceva parte della redazione della radio locale dove ho cominciato i primi passi della professione. Poi è partito per Roma, inviato del settimanale Il Sabato, dove firmava servizi sul Nicaragua in rivolta contro Somoza o su quanto ribolliva in Salvador. Ben presto l’America Latina è diventata non solo l’oggetto del suo interesse giornalistico, ma anche la sua nuova patria, vivendo in Uruguay, Messico e Argentina. A distanza l’ho sempre seguito, lo intervistai quando fu eletto Bergoglio perché lui lo conosceva bene. 
Ha scritto saggi (fra cui Il Papa e il filosofo, dedicato all'influenza di Alberto Methol Ferrè sul pensiero di Bergoglio) e romanzi ambientati in America Latina (è appena uscito Morte di un benzinaio di provincia, San Paolo).

Il giornalista che vive alla baraccopoli

Bidonville a Buenos Aires
La Carcova, una baraccopoli alla periferia di Buenos Aires. Qui la quarantena per l'epidemia di Covid è stata la più lunga al mondo, più di 120 giorni
Foto di Marcelo Pascual


Alver, perché hai deciso di andare a vivere nella villa?
«Mi sento interpretato da quello che ha avuto la bontà di scrivere il Papa nell’introduzione a Quarantena, e quindi ti rispondo con le sue parole. “Lo ha fatto perché è stato attratto dalla testimonianza di padre Pepe e ha sentito che così poteva meglio realizzare, con gioia, la sua vocazione cristiana, maturata alla scuola spirituale di don Giussani e dei suoi Memores”. Aggiungo che il suo (del Papa) continuo additare la povertà come un luogo privilegiato per la missione cristiana ha toccato una corda che nella mia vita già era in tensione, sin dal primo momento in cui ho iniziato a percorrere sistematicamente l’America Latina, nel lontano 1982. In Quarantena al giorno 31, commento una fotografia che mi ha accompagnato in tutti gli spostamenti di questi quasi 40 anni da quando è stata scattata nell’aeroporto di Belo Horizonte, in Brasile. Lì, in quel momento, ho presentito che il mio futuro sarebbe stato qui».
 
La foto ti ritrae giovanissimo e sorridente in compagnia del servo di Dio don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione. Nel libro scrivi: «Quanto futuro in quell’unica immagine. Un futuro ancora ignoto. Quel giorno. Misterioso. Promettente forse. Una spinta verso l’oggi. Che si sarebbe esaurita in una villa miseria della periferia di Buenos Aires infettata, come tutto il mondo, da una peste che uccide e ancora non ha cura». A volte dici che una delle ragioni della tua scelta è verificare la dimensione popolare del carisma di don Giussani. Hai avuto conferme?
«Uno porta dove si trova la speranza che è stata suscitata in lui e il come gli è stata suscitata, che nel mio caso ha un nome e un luogo. E cerca di investire tutta la situazione in cui si trova di quel modo. La profondità del suo agire, poi, la stabilisce Dio. Ricordo che in un dialogo dopo la morte di Giussani, Bergoglio disse che per “conservare il carisma nella sua ricchezza più profonda” bisognava “metterlo in gioco, non inscatolarlo” perché “il suo carisma provocasse la creatività che lui aveva dentro”».
 
Per alcuni anni hai continuato a fare il giornalista anche nella villa, curando il blog Terre d'America dove hai realizzato lo scoop mondiale della visita di papa Francesco a Cuba. Ora che il blog è chiuso, la tua presenza da cosa è caratterizzata?
«Collaboro con padre Pepe di Paola al lavoro gigantesco che svolge in un posto dove l’immagine dell’ospedale da campo è più che mai attuale, dove l’umanità è ferita, sfruttata, dolorante, e il cristianesimo è una esperienza di riscossa dell’umano. 
In senso para-professionale faccio una rivista che è un po’ la voce della baraccopoli dove sono e non ho mai smesso di scrivere, anche se adesso il tempo è strappato alle incombenze della giornata.
Da quasi quattro mesi, gran parte del tempo lo passo ritirando le donazioni per le necessità straordinarie delle villas di León Suarez, abbigliamento, cibo, materiali sanitari, mobili ed elettrodomestici per le case di isolamento che sono state create. Il paradosso di questo momento in cui non dobbiamo muoverci è che ho fatto più di diecimila chilometri in quarantena».

La vita in baraccopoli durante la quarantena

Alver Metalli con un ragazzo
Foto di Marcelo Pascual


Cosa è successo nella villa con la pandemia?
«Qui nelle villas la pandemia ha aggravato una situazione che era già precaria. Dal 20 marzo, quando il governo argentino ha dichiarato la quarantena, il lavoro si è fermato, intendo il lavoro informale di cui vive la maggior parte della popolazione. Molti vivono riciclando immondizia: c’è un deposito enorme ai margini della villa dove si raccolgono i rifiuti della capitale, e tutto quello che si può recuperare o riciclare viene setacciato da centinaia di ragazzi e uomini. Altri sono cartoneros, altri ancora trovano lavoro, generalmente precario, nel settore delle costruzioni, come manovalanza senza specializzazione. C’è poi un piccolo commercio interno e tante altre cose, lecite e illecite dettate dalla necessità di sopravvivere. La pandemia ha comportato l’azzeramento di ogni entrata economica, in molti casi la fame, perché stiamo parlando di persone che non hanno una capacità di risparmio per resistere nei momenti di magra. Si sono formate le file di persone che vengono a ritirare il pranzo o cesti di alimenti per la famiglia, per i bambini e gli anziani che restano a casa. Penso non sia facile dall’Italia o dall’Europa pensare a persone che fanno la fila tutti i giorni per poter mangiare. Forse i più vecchi hanno qualche ricordo del dopoguerra, ma qui è così adesso. Per dare voce a questa situazione ho scritto Quarantena, rispondendo alla pressione che si è generata in me nel condividere una situazione difficilissima di gente umile. Ho scritto Quarantena per dare voce a momenti di dolore, di sorpresa, di paura. Ma anche di speranza». 
 
«Ci farà bene leggere questo diario», scrive papa Francesco nella prefazione. E aggiunge: «Questo diario ci mostra il volto avvincente di una Chiesa povera e per i poveri». Cosa significa vivere la comunità cristiana in mezzo a quell’umanità dolente di cui nel libro dipingi efficaci ritratti personali?
«È appassionate vedere come da una massa di gente disgregata e rassegnata, come quella che vive nelle villas, alle prese con problemi di sopravvivenza, si formi poco a poco un popolo che guarda con altri occhi al futuro e capisce che può costruirne uno diverso e migliore. Un cammino che va dalla disperazione alla speranza e la fede è il motore di questa trasformazione. La religiosità popolare è una delle più forti manifestazioni di fede nelle villas».

Libro di Alver Metalli


Pandemia a parte, quali sono i problemi della villa?
«Tanti, quelli di una situazione di marginalità dove la scolarizzazione è precaria, l’assistenza medica altrettanto, ma in questo momento su tutti il più devastante dei problemi è la droga. È una realtà in forte espansione, che coinvolge, come spacciatori o consumatori, una gran quantità di ragazzi: impressiona vedere o venire a sapere che ce ne sono anche di 12, 11 anni. Droga vuol dire violenza per spacciarla e ottenerla, vuol dire degrado umano, vuol dire dissoluzione dei rapporti, vuol dire morte per tanti. Il lavoro di padre Pepe di Paola da questo punto di vista è straordinario. Ha ben chiaro che per tirare fuori una persona da questo buco nero, da questa china autodistruttiva, ci vuole una ragione per vivere, educazione e lavoro. E dissemina la villa di centri e cappelle che in poco tempo diventano dei punti di coagulo che ricreano un tessuto umano nuovo».
 
Dal libro e dai tuoi racconti emerge la drammaticità della situazione in cui vivi. Cosa ti permette di rimanervi?
«La fede in Dio».