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8 Dicembre 2021

Portami a casa. 12 Bambini disabili accolti nelle famiglie piemontesi

Il primo diritto delle persone con disabilità è quello di vivere in una famiglia
Portami a casa. 12 Bambini disabili accolti nelle famiglie piemontesi
Foto di Foto di falco da Pixabay
La giornata internazionale delle persone con disabilità ha portato all'attenzione pubblica il tema dei diritti, come quello di crescere in un contesto relazionale affettivo e stabile
Pochi giorni fa, il 3 dicembre, si è celebrata la Giornata internazionale delle persone con disabilità, giornata proclamata nel 1981 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) allo scopo di promuovere i diritti e il benessere di tutte le persone con disabilità che, secondo le stime ufficiali, sono circa il 15% della popolazione.

I diritti delle persone con disabilità

Sono quindi ormai 40 anni che tutto il mondo celebra questa giornata e 15 anni che può contare su una importante convenzione, la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, uno strumento concreto che consente di combattere le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani. L'Assemblea delle Nazioni Unite infatti ha approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità nel dicembre 2006, convenzione che è stata ratificata dal Parlamento Italiano nel 2009 e dall’Unione Europea nel 2010.
Con la ratifica la convenzione diventa legge dello Stato e trova pertanto applicazione nei confronti di tutte le persone con disabilità italiane. Attraverso i suoi 50 articoli, la Convenzione indica la strada che gli Stati del mondo devono percorrere per garantire i diritti di uguaglianza e di inclusione sociale di tutti i cittadini con disabilità e diventa un riferimento importante per coloro che combattono affinché questi diritti vengano resi esigibili. 

Il dirtto alla famiglia per tutti i bambini

Un diritto che i minori con disabilità dovrebbero veder garantito è il diritto alla famiglia, ovvero il diritto a vivere in un contesto familiare anche quando la propria famiglia di origine non può occuparsi di loro per scelta o per necessità. Infatti nonostante il diritto alla famiglia sia riconosciuto come essenziale per tutti i bambini, spesso nella pratica ciò non avviene per i bambini più fragili per cui la soluzione sembra essere solo il ricovero in strutture sanitarie o comunità.
Leggendo la convenzione dell’ONU rispetto a questo tema scopriamo all’articolo 23 che «Gli Stati devono garantire che i minori con disabilità abbiano pari diritti per quanto riguarda la vita in famiglia. Ai fini della realizzazione di tali diritti e per prevenire l’occultamento, l’abbandono, la mancanza di cure e la segregazione di minori con disabilità, gli Stati si impegnano a fornire informazioni, servizi e sostegni tempestivi e completi ai minori con disabilità e alle loro famiglie. Gli Stati devono garantire che un minore non sia separato dai propri genitori contro la sua volontà, a meno che le autorità competenti, soggette a verifica giurisdizionale, non decidano, conformemente alla legge e alle procedure applicabili, che tale separazione è necessaria nel superiore interesse del minore. In nessun caso un minore deve essere separato dai suoi genitori in ragione della propria disabilità o di quella di uno o di entrambi i genitori. Gli Stati si impegnano, qualora i familiari più stretti non siano in condizioni di prendersi cura di un minore con disabilità, a non tralasciare alcuno sforzo per assicurare una sistemazione alternativa all’interno della famiglia allargata e, ove ciò non sia possibile, all’interno della comunità in un contesto familiare.»
Viene perciò sancito il diritto dei minori con disabilità a vivere in un contesto familiare, principio che viene tra l’altro ricordato anche dalla legge n. 184 del 1983 “Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori” e successivamente dalla legge 149 del 2001 “Diritto del minore ad avere una famiglia” la quale stabilisce che, quando la famiglia non è in grado di provvedere alla crescita e all’educazione del minore e quindi questo si trova temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, si applicano gli istituti dell’affidamento familiare e, in caso di abbandono morale e materiale, dell’adozione e tale diritto è assicurato “senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i princìpi fondamentali dell’ordinamento”. Tale diritto è riconosciuto a tutti i bambini a prescindere dalle condizioni sociali o sanitarie in cui si trovano, compresi coloro che hanno malattie gravi o disabilità.

Perché i bambini disabili hanno diritto - sempre - ad una famiglia

La famiglia infatti è quel luogo privilegiato dove il bambino può vedere soddisfatti i propri bisogni primari, affettivi, educativi, di istruzione, ma soprattutto è il luogo dove egli può sperimentare quelle relazioni affettive stabili e continuative che consentono le relazioni di attaccamento fondamentali per la formazione della sua personalità. L’accoglienza familiare favorisce la crescita del bambino verso l’autonomia, aiuta nel rafforzare l’autostima, insegna la condivisione e la cooperazione, rafforza il senso di appartenenza sia al nucleo familiare sia al contesto comunitario. La famiglia permette al bambino di crescere e sentirsi parte integrante della comunità in cui vive e di percepirsi come soggetto con la propria personalità e sensibilità che può apportare attivamente il proprio personale contributo nelle reti in cui è inserito e rappresentare una ricchezza per il contesto in cui vive.

L'accoglienza familiare

L’accoglienza familiare è fondamentale per ogni bambino che necessita di trascorrere un periodo di tempo della propria vita fuori dalla propria famiglia, ma è il contesto ideale e irrinunciabile anche per i bambini portatori di malattie gravi, disabilità fisiche o cognitive e disturbi dello sviluppo. Questi bambini possono beneficiare dell’inserimento in una famiglia affidataria idonea, capace e preparata, usufruendo di eventuali supporti sociali e sanitari, per recuperare deficit di sviluppo, sviluppare e rafforzare le proprie potenzialità per esprimere al meglio le proprie risorse.
L’inserimento in famiglia affidataria deve essere la risposta prioritaria da privilegiare per questi bambini.
La comunità Papa Giovanni XXIII lavora affinché tale diritto alla famiglia sia reale fin dagli anni 70 quando don Oreste stesso si recava negli ospedali per conoscere i bambini con disabilità ricoverati e affidarli alle famiglie della comunità che si rendevano disponibili ad accoglierli. Il suo impegno è stato poi portato avanti in tutte le parti d’Italia e anche all’estero dove la comunità è presente. Centinaia sono i bambini accolti negli ultimi 50 anni e che hanno trovato un ambiente familiare in cui crescere.

"Portami a casa", l'esperienza del Piemonte

Anche in Piemonte l’esperienza di accoglienza di minori con disabilità e la collaborazione con il comune di Torino e l’Ospedale Infantile Regina Margherita risale a 40 anni fa, ma si è consolidata negli ultimi 15 anni con l’accoglienza familiare di un centinaio di bambini. Hanno trovato una famiglia bambini non riconosciuti alla nascita a causa della propria disabilità oppure minori con famiglie fragili a causa di differenti tipi di dipendenze, minori di origine rom o stranieri la cui patologia non poteva essere affrontata dal nucleo d’origine, minori la cui disabilità era una conseguenza dei maltrattamenti familiari o dell’abuso di alcol durante la gravidanza. Numerosissime le condizioni sanitarie dei bambini accolti a partire dalle patologie genetiche, paralisi cerebrali infantili, autismo, malattie rare, spina bifida, sindrome di down, fibrosi cistica, diabete.
Da questa collaborazione ha preso avvio alla fine del 2019 un progetto sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e denominato Portami a casa, progetto che si pone come obbiettivo quello di sensibilizzare le famiglie rispetto a questo particolare tipo di accoglienza e di sostenerle in tutto il percorso dell’affidamento familiare attraverso interventi concreti e supporto nelle prime fasi di avvio dell’accoglienza.
Nei primi 20 mesi del progetto le situazioni di bambini con disabilità che sono state segnalate dai vari consorzi socio-assistenziali o dall’ospedale e per cui è stata attivata la procedura di presa in carico attraverso incontri e approfondimenti sono stati 43, per un totale di 33 bambini con disabilità e 10 bambini con problematiche sanitarie complesse. Da dicembre 2019 ad aprile 2021 sono partite 12 accoglienze di cui 9 a partire da una segnalazione congiunta ospedale-territorio. 
Questi numeri rendono evidente sia quanto elevato sia il bisogno di accoglienza per questi bambini, sia la necessità di lavorare nella ricerca di famiglie disponibili all’accoglienza. Sempre più importante diventa la collaborazione tra servizio pubblico e privato sociale per sensibilizzare, sostenere e formare le famiglie, accompagnarle durante l’affidamento con supporti economici adeguati, con l’affiancamento di figure educative di supporto a domicilio e durante le ospedalizzazioni e con il sostegno psicologico per le figure genitoriali.
Solo così si potrà rendere sostenibile una tipologia di accoglienza che si configura come molto impegnativa dal punto di vista fisico, psicologico e gestionale, ma che risulta essere spesso anche una ricchezza in termini umani e affettivi per tutti coloro che la scelgono.

Molte sono le storie belle di accoglienza che potrebbero essere raccontate, ma desideriamo condividere attraverso questo video la storia di Bianca, accolta qualche anno fa in una famiglia del Piemonte.