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22 Gennaio 2026

Buon anno da Bucarest! Cosa può fare un giovane volontario

Buon anno da Bucarest! Cosa può fare un giovane volontario
Abiti, abitudini, abitare. Le tre parole chiave scelte da Alessandro per descrivere l'esperienza di un capodanno fuori le mura in Romania, insieme ai più emarginati.
Alessandro Galli ha 23 anni ed è originario di Somma Lombardo, in provincia di Varese. Nella foto è quello più a destra, con gli occhiali.
Studia Scienze dell’Educazione all’Università Bicocca e lavora come educatore negli oratori con la cooperativa Aquila e Priscilla. 
Dal 27 dicembre al 3 gennaio ha scelto di partecipare insieme ad altri ragazzi al Capodanno fuori le mura proposto dalla Comunità Papa Giovanni XXIII a Bucarest, in Romania: una settimana fuori da casa e dalle proprie abitudini, trascorsa accanto a persone che vivono ai margini – senza fissa dimora, giovani con disabilità, uomini e donne con fragilità fisiche e mentali.
Incuriosito dal “racconto luminoso” di questa insolita avventura, precedentemente vissuta e raccontata in parrocchia da Giovanni Corti, un giovane seminarista, è partito in cerca di un’occasione autentica per incontrare Cristo nel volto dei poveri.
A Bucarest ha potuto unire i libri alla vita: temi come la marginalità, fino ad allora solo studiati, sono usciti dalle pagine per diventare volti e storie. E l’esperienza concreta si è fatta lezione, aiutandolo a toccare con mano i limiti di un sistema che crea esclusione senza offrire sostegno.
Dalla condivisione con gli altri giovani partecipanti e con le persone incontrate è nata una riflessione profonda.
Alessandro si è interrogato sugli abiti che indossiamo e che spesso usiamo come criterio di giudizio; sulle abitudini che a volte ci tengono ancorati, impedendoci di dire sì al cambiamento; sul modo in cui scegliamo di abitare la nostra realtà, da cui tanto dipende la nostra e l’altrui felicità.
Ecco le sue parole, che possano diventare anche per noi un’occasione per fermarci e pensare a come affrontiamo la vita.

Abiti

Quali abiti abbiamo messo in valigia per questo campo?
Cosa dicono di noi gli abiti che indossiamo? Sono uno schermo dietro cui ci rifugiamo di fronte allo sguardo dell’altro, oppure, davanti a questo sguardo, sono testimoni di chi siamo?
Che importanza diamo agli abiti in quest’ottica, e in che misura c'è uno scarto, un disallineamento tra gli abiti delle persone incontrate e le loro storie, le loro vite, i loro desideri e il valore che l'incontro con loro ha avuto per noi?
Quelli incontrati in Romania erano abiti vecchi, sporchi, strappati, sgualciti, dal cattivo odore. Eppure non ce ne siamo curati, non sono stati ostacolo nella relazione con questi poveri, che ha reso le nostre vite più ricche.
Non ci vestiamo tutti i giorni nello stesso modo, così come la nostra vita non rimane sempre uguale, evolve, si sposta, viene contaminata dal contatto con le vite altrui.
Con che abito torniamo a casa allora? Questa settimana ci ha vestiti o svestiti? Un po’ tutte e due le cose. Certamente ci fa tornare vestiti di umiltà, di attenzione, di cura e di voglia di farci prossimi, anche nei confronti di chi apparentemente indossa abiti socialmente non accettati, non degni.

Abitudini

Le abbiamo lasciate a casa, congelate, per aprirci alla sfida della novità, della mescolanza tra le nostre modalità e quelle degli altri nella condivisione della casa e del tempo. 
E questo ha generato delle abitudini nuove, un reticolo di cui ciascuno teneva in mano un capo, formato dalle interazioni tra noi, dagli scambi e dalla familiarità che nasce aprendo la porta della tua vita all’altro.
Ci siamo poi accostati alle abitudini dei poveri che abbiamo incontrato. Abitudini fatte di azioni semplici, di poche parole. La solitudine per loro è abitudine e l’incontro con noi l’ha spezzata, aprendo ad attimi di fraternità, proprio all’interno di quelle azioni semplici e di quelle poche parole, ma di valore. 

Abitare

Nessuno di noi è stato ospite di una casa, destinatario di azioni di accoglienza messe in campo. Siamo stati parte della casa della Comunità, di questa famiglia e di questa fraternità.
Ci siamo presi cura degli spazi e degli altri che con noi li hanno abitati, ciascuno in modo diverso, ciascuno dentro alle abitudini che si sono generate, ciascuno indossando l’abito della relazione che più lo avvicinava agli altri.
Abbiamo poi abitato la casa di chi è in strada, di chi è all’istituto per persone con disabilità “Don Orione”, di chi è dai Frati di Madre Teresa, di chi è alla Caritas București.
Persone che ci hanno accolto a casa loro, che erano contente di vedere che qualcuno si faceva loro prossimo, di gustare la fraternità che è nata tra noi e che senza sforzo e in modo del tutto naturale ha contagiato le persone incontrate.
Perché sì, è stata questione di abiti, abitudini e abitare.