La festa dei diritti delle donne parla anche di donne fuori dai riflettori che fanno la loro parte per la pace e per la dignità di altre donne. Come Agnessa, donna georgiana che ha trasformato l'esperienza del dolore e della povertà in una scelta di vita dedicata all'aiuto delle più vulnerabili.
C’è un filo invisibile che lega la terra della Georgia alle coste riminesi, oltre al mare e al porto, sono le mani operose e le opportunità di rinascita che possono aprirsi grazie ad una sola persona. È il filo della vita di Agnessa, una donna che ha trasformato il dolore visto negli occhi di donne molto povere in una scelta quotidiana di coraggio e inclusione.
Con la guerra alle porte, incontro alle mamme sole
Classe 1990, Agnessa Voscherchian è nata in Georgia proprio in quegli anni segnati da conflitti e ferite sociali ancora aperte in nome della libertà. In una città che si affaccia sul Mar Nero Batumi, la seconda più importante della Georgia, vicino al confine con la Turchia, fino al 2005 sede di una importante base militare russa, ed oggi nota per il turismo con l’appellativo di “Las Vegas del Mar Nero”. «Ricordo che abbiamo vissuto momenti molto duri nel 2008 – racconta Agnessa pensando al passato - in cui eravamo sempre con le valige in mano, pronti a scappare se le truppe russe avessero occupato anche la nostra città. Quando la guerra si avvicina, anche senza avere un passaporto in mano, il pensiero è di andare lontano».
La guerra per l’indipendenza dall’Unione Sovietica, il conflitto della Russia di Putin in Ossezia del sud e Abcasia nel 2008 e l’instabilità politica e sociale accresciuta hanno lasciato dietro di sé in diverse aree del paese povertà diffusa e tante famiglie vulnerabili. È lì che Agnessa ha incontrato famiglie povere, donne stremate dalla violenza e dall’assenza di prospettive per loro e i propri piccoli. «Era per me molto doloroso quando andavo a trovare le mamme con tanti figli senza padri, e vedere in che condizione vivevano: alcune bevevano, altre andavano in strada. Le loro non erano delle vere e proprie abitazioni ma delle case fatiscenti. Una mamma in particolare mi ha scombussolato: aveva 5 figli e vivevano, dormivano, mangiavano tutti in una sola stanza. Quegli incontri hanno cambiato per sempre il mio sguardo sul mondo. E la mia vita tranquilla, tra famiglia e amici, centrata su di me, bella e perfetta, non mi è bastata più. Ho capito che a queste donne abbandonate a se stesse, con la guerra sempre addosso, a queste persone senza nulla, volevo dedicare la mia vita».
In Italia, tra le migranti per aiutarle a ricominciare
Oggi Agnessa, dopo aver lavorato in una delle sedi della Cooperativa La Fraternità, chiamata Il Garden, tra piante, fiori e decorazioni, affiancando persone con disabilità - perché come dice lei «Nessuno va escluso, nessuno va scartato» - è autista del centro diurno Il Germoglio, un centro socio-riabilitativo per persone disabili adulte per le quali non è possibile un inserimento nel mondo del lavoro, né normale né protetto ma che partecipano a molteplici laboratori, progetti e attività per esprimere i propri talenti e sentirsi parte del tessuto sociale.
Ma la sua giornata non finisce lì.
Foto di Mara Poggiali
Per diversi anni Agnessa ha vissuto in una casa rifugio della Comunità Papa Giovanni XXIII in provincia di Rimini, dove sono accolte donne vittime di tratta e, più recentemente, donne ucraine fuggite dal conflitto armato e da altri conflitti nel sud del mondo. È una casa multietnica, abitata da storie spezzate che cercano di ricomporsi. Qui Agnessa ha accompagnato le sopravvissute nei primi passi fuori dallo sfruttamento: documenti, cure sanitarie, sostegno psicologico, avviamento al lavoro. Soprattutto, ha scelto di offrire un legame, una presenza costante che guarisce dalle ferite fisiche e della mente le donne che la violenza la portano con sé. «Durante il Covid eravamo sempre insieme e ogni giorno è stato per me molto significativo sebbene fossimo in tante, in 17 quasi tutte giovani africane. Stare al loro fianco è stato per me una occasione per ripetere “non sei più sola, non darti per vinta”. Le donne infatti non sono oggetto ma esseri umani. Non ci sono donne di serie A o di serie B ma di certo le donne sfruttate nella prostituzione sono quelle più prese di mira dagli uomini».
Il sostegno alle donne migranti del progetto AMIR
Essere una donna che proveniente dalla nazione sulla linea di demarcazione tra Asia ed Europa le ha permesso di capire profondamente il valore del dialogo e della pace e anche le difficoltà dell’integrazione per i tanti migranti che arrivano in Italia: la burocrazia, la lingua sconosciuta, le attese di un lavoro, la nostalgia, lo spaesamento.
Proprio per questo, Agnessa di recente ha aderito anche al progetto di peer mentoring del progetto europeo AMIR, un’iniziativa europea che affianca 15 giovani stranieri ben integrati a 15 connazionali arrivati da poco in Italia. Un cammino fianco a fianco per orientarsi nel lavoro, nel territorio e nella vita quotidiana, con l’obiettivo di integrarsi davvero e contribuire alla comunità che accoglie.
In vista della Giornata internazionale dei diritti della donna, Agnessa augura ad ogni donna «di essere apprezzata, amata e valorizzata». La sua storia ci ricorda che il cambiamento spesso nasce oltre le macerie di una terra ferita attraverso silenziosi gesti quotidiani, abbattendo muri e barriere linguistiche, culturali e religiose. È la forza di una donna che, aiutando altre donne, ha cambiato la propria vita e quella di chi le cammina accanto. Un seme di pace fuori da tanti clamori che, piantato nelle situazioni più vulnerabili, oggi continua a far fiorire la vita.