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21 Ottobre 2026

«Camminare più piano»: otto giovani tra i pastori dell'Atlante

Il campo estivo «Fuori le mura» della Comunità Papa Giovanni XXIII a Tatiouine, villaggio isolato del Marocco: una settimana di servizio ai bambini e di incontro con una comunità musulmana
«Camminare più piano»: otto giovani tra i pastori dell'Atlante
Otto giovani della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno vissuto una settimana di campo estivo in Marocco, tra le montagne dell'Atlante, nel villaggio di pastori di Tatiouine: tra gioco con i bambini, incontri con altre realtà del territorio e tempo condiviso, hanno riscoperto l’essenzialità e la fraternità.

A volte, per vivere davvero basta rallentare e scegliere l’essenziale. E allora si smette di guardare e si torna a vedere con gli occhi del cuore. Quegli occhi che ci permettono di scoprire una grande verità, spesso nascosta nella frenesia di ogni giorno: apparteniamo tutti alla stessa umanità.

È questo che si sono portati a casa gli otto giovani che la scorsa estate hanno vissuto una settimana di campo estivo Fuori le mura organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII in Marocco, tra le montagne dell’Atlante: un’esperienza di incontro e servizio che li ha visti impegnati insieme a un’educatrice locale in un campo-scuola per i bambini dai 4 ai 14 anni del villaggio di pastori di Tatiouine, isolato e con difficoltà di accesso ai servizi di base.

Gruppo di volontari e bambini con il gilet giallo cammina su una strada tra le colline dell’Atlante
In cammino sulle strade dell’Atlante
Selfie di gruppo degli otto giovani con un lago sullo sfondo
Gli otto giovani del campo «Fuori le mura»
Strada affollata con bancarelle di abiti in una città del Marocco
La vita del mercato, durante una tappa del viaggio

Il linguaggio che precede le parole

«Giocando con i più piccoli, i nostri ragazzi hanno ridimensionato le strutture rigide e la pianificazione per fare spazio all’ascolto, all’adattamento e alla vicinanza umana», racconta Elisabetta Scaglioni, una delle accompagnatrici e missionaria da quasi 30 anni in Togo. «L’incontro ha rivelato la potenza della semplicità e l’importanza del linguaggio che precede le parole: i gesti semplici, gli sguardi condivisi, la disponibilità a farsi prossimi all’altro. È il linguaggio dell’amore, che supera ogni barriera linguistica e trasforma le diversità idiomatiche in terreno fecondo in cui far germogliare la vera comunione».

Un’intuizione importante, che i partecipanti hanno approfondito incontrando altre realtà del territorio: dal centro per persone con disabilità di Suor Teresa ai dispensari locali, fino al Monastero di Midelt. Ovunque hanno respirato la bellezza dell’essenzialità e la gratitudine della popolazione locale.

Povere di cosa?

«A Tatiouine abitano poche decine di persone che molti di noi, prima di conoscerle, avrebbero considerato povere. Ma povere di cosa?», commenta Elia Vargiu, giovane della Comunità che è tornato in Marocco per la terza volta dopo averci vissuto un anno. «Questi pastori ci hanno insegnato che il futile ti allontana da te stesso, dagli altri e da Dio. La loro vita è a contatto con la natura, con gli animali, con la propria comunità e con Dio, e io non credo esista tesoro più grande. L’abbiamo visto con i nostri occhi e ne sentiamo già nostalgia, perché vivere in Italia significa tornare alla frenesia, alla rigida routine degli orari scanditi, al tempo rubato alle relazioni, ai tramonti, al tè caldo».

Una fretta che rischia di chiuderci gli occhi, facendoci perdere di vista noi stessi e gli altri.

Il tempo condiviso e la semplicità

«Tra queste montagne abbiamo sperimentato due valori importanti che i ritmi quotidiani ci impediscono di percepire e gustare: il tempo condiviso con i compagni e la semplicità», commenta Harry, uno dei giovani partecipanti originario del Piemonte. «Abbiamo avuto la fortuna di vivere la straordinaria accoglienza della generosa popolazione locale e di essere partecipi delle loro attività e della loro antica cultura culinaria, musicale e artistica. Non esiste solo la vacanza moderna e sempre più social… L’essenziale, la voglia e il cuore di far gruppo e la curiosità culturale sono il miscuglio assicurato per lasciare un segno interiore in ciascuno di noi».

Fratelli, anche con fedi diverse

«Siamo stati accolti in una comunità musulmana e abbiamo condiviso momenti di preghiera, scoprendoci fratelli pur avendo fedi diverse», conclude Monica, anche lei del Piemonte. «Abbiamo vissuto di poco, ma di quel poco che basta e che comunque si può condividere, e abbiamo sperimentato il tempo in modo molto diverso rispetto a quello a cui siamo abituati. Spesso ci lasciamo prendere dall’idea di efficienza, di produttività, e viviamo correndo, dimenticandoci di chi ci è a fianco. In Marocco, invece, abbiamo capito che possiamo camminare anche un po’ più piano, accorgendoci di chi sta camminando con noi e di dove davvero ci troviamo. Ciò che mi porto a casa è, quindi, che l’essenziale non viene mai meno, che si può procedere con meno fretta, ma più attenzione, e che siamo tutti fratelli, figli di un unico Dio».

Consapevolezze importanti, di cui dovremmo far tesoro anche noi.

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