Ogni anno buttiamo via milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. A partire dai nostri smartphone. Ecco cosa è bene fare.
Anche a voi capita di trovare dei vecchi telefoni chiusi in un cassetto di casa? Magari uno smartphone di tre generazioni fa, con lo schermo incrinato e la batteria che non tiene più. Ecco, prima di dimenticarlo di nuovo in fondo a quel cassetto, pensate a quante risorse stiamo sprecando. Non metaforicamente: chimicamente.
Uno smartphone contiene fino a 60 elementi della tavola periodica. Oro nei circuiti stampati, cobalto e litio nella batteria, terre rare nei magneti e negli schermi, indio, tungsteno, tallio. Elementi che Elio Giamello, professore emerito di Chimica all'Università di Torino e autore del libro Materie prime che muovono il mondo (il Mulino, 2026), chiama "critici": indispensabili per le tecnologie del presente, difficili da estrarre, spesso concentrati in zone del pianeta segnate da conflitti e instabilità geopolitica. La versione 2023 della tavola periodica elaborata dalla Società chimica europea (EUCHEMS) li mappa con colori che vanno dal giallo all'arancio al rosso a seconda del grado di rischio: reperibilità limitata, minaccia crescente per uso intensivo, seria minaccia nei prossimi cent'anni.
Eppure ogni anno nel mondo si producono oltre 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Telefoni, tablet, computer: buttati, dimenticati, raramente recuperati. È l'eredità di un modello economico che Giamello riassume in quattro verbi impietosi — estrarre, produrre, utilizzare, gettare — e di cui il deserto di Atacama, in Cile, offre l'immagine più brutale: 40 milioni di tonnellate all'anno di capi di abbigliamento invenduti scaricati in quel paesaggio lunare. Lo stesso destino, silenzioso e meno fotogenico, tocca ai nostri smartphone nel cassetto che, nel migliore dei casi, giace per anni negli angoli delle nostre case, rappresentando un tesoro inutilizzato.
Cosa fare con i nostri vecchi smartphone?
La risposta esiste, e ha un nome preciso: economia circolare. Nel suo libro, Giamello illustra come le batterie a fine vita possano essere smontate, triturate in atmosfera controllata fino a ottenere una polvere scura — la cosiddetta black mass — ricca di cobalto, litio, manganese e grafite. Attraverso processi idrometallurgici è possibile recuperare fino al 95% del cobalto e al 90% del litio contenuti. Si chiama urban mining: estrarre dalle città, non dalle montagne. Alle quattro "R" dell'economia circolare — riduzione, riuso, riciclo, riparazione — Giamello affianca anche i rifiuti delle vecchie miniere dismesse, un tempo ignorati e oggi potenziali fonti secondarie di terre rare e metalli strategici. Iniziare da quel telefono nel cassetto, portandolo a un punto di raccolta dedicato, non è un gesto simbolico. È il primo anello di una catena produttiva che può ridurre la dipendenza da estrazioni lontane e conflittuali. Il futuro sostenibile, scrive Giamello, comincia da ciò che abbiamo già in casa.