Undici giovani della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno vissuto nove giorni ad Atene accanto a migranti, persone senza dimora e vittime della tossicodipendenza. Un'esperienza che ha trasformato una meta turistica in un luogo di incontro e responsabilità
A volte basta un incontro per cambiare il significato di un luogo, di una storia, di come ci si approccia alla vita.
È quello che hanno sperimentato 11 ragazzi e ragazze partiti in pieno agosto per il campo Fuori le mura della Comunità Papa Giovanni XXIII ad Atene, in Grecia: un’occasione per vivere in modo diverso una meta estiva invasa da turisti di tutto il mondo, avvicinandosi alle persone che spesso restano ai margini della società.
Sotto la guida preziosa di Filippo Bianchini e Fabiola Bianchi, che vivono qui dal 2014 con i quattro figli, i giovani hanno condiviso nove giorni di riflessione e scoperta delle realtà e delle attività che la Comunità porta avanti: una casa famiglia che accoglie persone e famiglie migranti, la Capanna di Betlemme per i senza fissa dimora e le uscite in strada insieme alle Missionarie della Carità per incontrare persone in difficoltà, principalmente con problemi di tossicodipendenza.
Campo estivo in Grecia: le testimonianze dei giovani
Incontri che hanno suscitato domande profonde, un forte senso di ingiustizia e il tentativo di capire cosa si può fare per cambiare un mondo in cui sembrano prevalere l’odio e l’indifferenza.
Ve li raccontiamo dando voce a tre giovani partecipanti, che hanno voluto condividere i volti di alcune delle persone che hanno incrociato sul proprio cammino.
La bambina dalla maglietta rosa
Appena arrivati in casa famiglia, ad Atene, si apre la porta e sbuca con la testa una bambina, piccola, con una maglietta rosa brillantina. I nostri occhi si incrociano rapidamente e non faccio in tempo a sorriderle che lei si è già fiondata e arrotolata alla mia gonna rosa a fiori.
Solo più tardi saprò che non è mai andata a scuola, che non parla quasi niente, che la sua famiglia è scappata dall’Albania, che ha una sorella disabile che posso solo incrociare tra una stanza e l’altra, ricambiando il suo caldissimo sorriso, perché non esce quasi mai.
Prima di entrare da quella porta non avevo ben chiaro che cosa fosse una casa famiglia, ma forse non avevo nemmeno idea di che cosa volesse dire accogliere.
Sapevo però che i bambini riproducono quello che vedono e mi ha commosso pensare che questa minuscola bimba, che ha già vissuto un universo di ingiustizie e difficoltà, sa abbracciare e accogliere sulla porta.
Sa, perché qualcuno lo ha fatto con lei, che fa meno paura quando impari che dietro qualche porta c’è qualcuno che ti viene incontro per, prima di tutto, abbracciarti. Margherita
Ahmed
«Why you help us? Why?»
«Perché ci aiutate? Perché?»
Questa è la domanda che una sera mi ha rivolto Ahmed, mentre appoggiavo l’ultima razione di cibo sulla panchina di fronte a noi.
Eravamo in un piccolo spazio verde diventato “casa” per lui e altri ragazzi sudanesi costretti a emigrare dal proprio Paese.
Sono rimasta ferma a fissarlo, senza sapere bene cosa rispondere.
La sua domanda è arrivata dopo attimi molto intensi: un signore, indignato per la situazione del parco, per i cartoni, le coperte e per il fatto che stessimo portando degli aiuti, ci aveva urlato contro. Ho provato tantissima rabbia, un po’ di rassegnazione e frustrazione: mi distrugge pensare che nel quotidiano di queste persone sia molto più comune tutto questo odio, al punto che per Ahmed fosse stato più sensato domandarsi il perché del nostro essere lì per loro.
La mia sensazione di impotenza ha raggiunto il picco il mattino in cui, con le suore di Madre Teresa, abbiamo portato un po’ di cibo e acqua ad alcune persone che vivono una situazione di tossicodipendenza in un quartiere periferico di Atene. L’idea di essere una goccia d’acqua in un incendio si è fatta sempre più prepotente, la rabbia verso le istituzioni mi tartassava, la paura verso il male del mondo cresceva.
Mi sono chiesta che senso avesse aiutare se l’odio è così diffuso, se è così grande il divario da colmare per raggiungere l’uguaglianza.
Alla fine del campo, di fronte a tutto il male e a tutta la sofferenza vista nella sua forma più cruda e viscerale, ho poi capito che possono esserci due possibilità: farsi schiacciare, discostarsi per proteggersi il più possibile, oppure osservare da più vicino per fare esperienza del bello che anche gli ultimi possono offrire.
Di quando spostano dalla panchina a terra il cibo che hai portato per farti sedere, così stai comodo anche tu; di quando si alzano con fatica da terra per venirti a sorridere, ringraziarti di nuovo e salutarti con la mano da lontano; oppure di quando ti mostrano fieri il crocifisso al collo, ancora pieni di fede e voglia di ridere.
Da questa esperienza mi porto dietro la voglia di abbattere ogni ostacolo tra le persone e vivere fino in fondo l’umanità in ogni angolo, in ogni contesto, ricordandomi quanto l’aiuto di ciascuno sia necessario. Elisa
Rashid
Ricordo ancora quella sera in cui, prese due scatole piene di cibo e tantissimi litri di latte, ci siamo diretti in un parco di Atene per andare a trovare i ragazzi della comunità sudanese e passare un po’ di tempo con loro.
Tra le tante persone che avrei potuto incontrare, ho incontrato Rashid: minorenne e vestito con quel che aveva, uno scatolone aperto come materasso.
All’inizio comunicare sembrava impossibile, perché non parlava inglese. Poi ho provato a rivolgermi a lui in arabo e in francese e il suo viso si è acceso.
In quell’istante preciso ho sentito svanire ogni distanza. Ho percepito con una forza incredibile di non avere di fronte a me un’etichetta o un numero, ma un fratello.
Magari per Rashid quella sera sarà stata una come un’altra, oppure in quella chiacchierata seduti vicini, su quella panchina del parco, si sarà sentito accompagnato, ascoltato, o anche solo semplicemente visto.
Nei suoi occhi e in quella condivisione così semplice ho provato, per la prima volta con assoluta certezza, la sensazione di stare facendo davvero qualcosa di buono.
In quel momento ho capito il valore profondo del tempo che stavo dedicando agli altri.
In fondo, credo sia proprio questo il regalo più grande di un’esperienza del genere. La missione ti spoglia del superfluo e ti costringe a guardare l’altro senza filtri, mostrandoti, forse per la prima volta e nella sua forma più pura, cosa significhi davvero la parola umanità. Anna