Tra rapimenti, sfollamenti e rimpatri forzati, sono le donne, le ragazze e i bambini a pagare il prezzo più alto. Ma ad Haiti c'è chi continua a restare trasformando l'impegno quotidiano coi bambini, i disabili e le mamme in una forma concreta di resistenza pacifica
A Port-au-Prince la paura non ha orario. Entra nelle case, segue le persone per strada, arriva nei luoghi dove le famiglie pensano di trovare rifugio. «Mercoledì mattina due studentesse sono state rapite dalle gang che controllano diversi quartieri. Proprio ora che stanno riaprendo le scuole, la cosa più difficile è pensare che le ragazze non sono al sicuro. In ogni momento c’è il timore che i nostri volontari, i bambini e i ragazzi che vanno per le attività pomeridiane al Foyer Papa Nou siano presi dalle gang».
È questa la fotografia che descrive al telefono con voce accorata
Maddalena Boschetti, missionaria che vive ad Haiti dal 2002 e porta avanti il progetto della Comunità Papa Giovanni XXIII, il centro per minori Foyer "Papa Nou" Casa Padre Nostro), grazie alla presenza costante di due giovani collaboratori haitiani,
David e
Wilkens, a Croix-de-Bouquet.
Donne e ragazze, bersagli della violenza
I dati più recenti delle Nazioni Unite raccontano un'emergenza che continua ad aggravarsi.
Tra aprile e giugno 2026 sono state
1.408 le persone uccise e 656 quelle ferite. E sono state circa
1,5 milioni le persone sfollate, costrette a lasciare le proprie case per non essere derubate e picchiate e per salvare i propri figli dall’arruolamento nelle gang che spadroneggiano. Questi
gruppi criminali armati organizzati, coinvolti in rapimenti, estorsioni, traffico di armi, controllo delle strade e violenze sessuali, in parte unite nella coalizione
Viv Ansanm, hanno aumentato il loro potere dopo l'assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021, nel vuoto politico e istituzionale, alimentato da povertà, corruzione, traffico di armi e debolezza delle forze di sicurezza.
Il loro controllo è particolarmente forte nella capitale
Port-au-Prince, dove le stime arrivano a circa il
70% dell'area metropolitana ma di recente si è esteso verso Artibonite, Centre e altre zone rurali.
A pagare il prezzo più alto sono anche le donne e le bambine. Sono ormai costrette ad imparare troppo presto a riconoscere il rumore degli spari, ad evitare determinate strade, a non uscire da sole, ad aver paura di andare a scuola o temere per la vita dei propri compagni e gli insegnanti.
Gli accampamenti improvvisati dove trovano rifugio migliaia di sfollati spesso non hanno illuminazione, privacy e servizi essenziali sufficienti e questo aumenta il rischio di violenza di genere.
Secondo il recente rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (
UNFPA), il rischio di subìre violenza sessuale in alcuni territori è dietro l’angolo. Inoltre
le vittime restano senza cure mediche, soprattutto nelle prime 72 ore dopo una violenza, nelle zone controllate dalle gang. Sono storie drammatiche che spesso non arrivano sulle prime pagine dei giornali. Ma continuano ogni giorno.
Kenscoff: anche le chiese non sono sicure
Ma le violenze non si fermano qui.
A fine agosto, le gang hanno colpito Kenscoff, un comune che sorge sulle alture che dominano Port-au-Prince, nel sud-est. Almeno 47 persone sono state uccise e più di 50 sono state rapite. Alcuni abitanti avevano cercato rifugio all'interno di una chiesa: anche lì sono stati raggiunti dagli uomini armati.
Un luogo di preghiera è diventato teatro di morte. Una trentina le persone giustiziate senza pietà.
«Quello che è successo a Kenscoff non è un episodio isolato.
Viviamo in un paese in guerra! Come arriveremo in dicembre alle elezioni presidenziali?», ci confida Maddalena, dal 2016 presidente di
Aksyon Gasmy, associazione impegnata coi bimbi disabili e le loro famiglie anche nell'estremo nord-ovest di Haiti.
Il ritorno con le catene di chi viene rimpatriato
Dentro questa crisi c"è anche un'altra emergenza che rischia di restare nel dimenticatoio: si tratta degli haitiani rimpatriati dagli Stati Uniti dove continua ad essere diffusa una immagine fuorviante di un Paese ormai sicuro dove poter rientrare senza rischi.
Maddalena Boschetti racconta scene terrificanti: «persone incatenate che scendono dagli aerei come fossero criminali. Sono mascherati perché cercano di non farsi riconoscere. Sono persone che hanno paura di essere derubate o aggredite». Alcuni temono che i gruppi armati possano considerarli potenziali affiliati, soprattutto quando alle spalle ci sono precedenti penali. Altri rischiano di essere riconosciute come persone che hanno fatto fortuna negli Stati Uniti e quindi come possibili bersagli.
Per ognuno di loro, in questo momento
tornare a casa non significa trovare protezione. Significa tornare dentro l’inferno.
Il coraggio di chi ha scelto di restare
In quell’inferno c’è anche chi è rimasto nonostante il terremoto, gli uragani e ora le gang.
A Croix-de-Bouquet, a pochi chilometri dalla capitale, gli haitiani David e Wilkens hanno continuato a condividere la vita delle persone anche se le strade sono diventate pericolose. Hanno scelto di tenere aperto un centro dove
ognuno possa sentirsi ancora persona quando intorno tutto sembra voler togliere dignità. Ma anche di continuare a raccontare con onestà quello che ad Haiti sta accadendo davvero.
«Vorrei che non si giocasse con la verità - spiega la missionaria italiana. Ai viaggiatori americani che intendono venire ad Haiti si comunica che il rischio è elevato: "do not travel".Per gli haitiani costretti a rimpatriare invece il paese è sicuro. Qui la situazione non è affatto migliorata». Il rischio più grande infatti è che Haiti torni a scomparire dalle notizie dei media, che le immagini della strage di Kenscoff passino, che i voli di rimpatrio diventino una statistica senza volti e che la violenza delle gang sia minimizzata.

Foto di Aksyon Gasmy

Foto di Aksyon Gasmy

Foto di Aksyon Gasmy
Per fortuna ci sono anche giovani che continuano a dire, con la loro presenza, «
non possiamo abituarci alla violenza. Per questo non tutto si è fermato. In questi giorni – mi spiega ancora al telefono Maddalena – paradossalmente al Foyer c’è un gran fermento: coi nostri collaboratori stiamo pensando anche a nuove attività di doposcuola oltre alle attività di gioco e aggregazione che già facciamo».
Ad Haiti, mentre le gang cercano di imporre un clima di terrore, la presenza di chi sceglie di restare accanto alle persone più fragili diventa così
una piccola concreta forma di resistenza pacifica.