Topic:
9 Settembre 2026

Kenya: dieci giorni di condivisione che cambiano lo sguardo

Kenya: dieci giorni di condivisione che cambiano lo sguardo
Dal 7 al 16 agosto dieci giovani hanno vissuto un'esperienza di condivisione diretta nelle periferie esistenziali del Kenya, dal centro G9 al lago Turkana.
Dal 7 al 16 agosto si è tenuto in Kenya un campo estivo Fuori le mura della Comunità Papa Giovanni XXIII: un’esperienza che vuole far vivere ai giovani la condivisione diretta con chi è nato ai margini del mondo.
«È stato emozionante accompagnare i 10 partecipanti in questo viaggio alla ricerca del Dio nascosto nella polvere keniota», ammette don Dario Donateo, referente del campo insieme a Enkolina Shqau.
Una ricerca partita dalla periferia di Nairobi e terminata sulle rive del lago Turkana, sempre accanto agli ultimi: dai ragazzi di strada incontrati al centro G9 del progetto Rainbow alle donne in difficoltà accolte nell’Amini Home, dagli anziani e dagli alcolisti di Baba Yetu alle comunità di pastori del Turkana, una delle zone più aride dell’Africa dove la Comunità realizza diversi progetti per garantire il diritto all’acqua, al cibo e allo studio.
«Il campo Fuori le Mura è sempre un incontro» racconta Enkolina, «Uno di quegli incontri che ti cambiano la vita, il modo di guardare il mondo e di vivere la quotidianità. Poco importa chi incontri. Può essere Gesù, che riscopri nell’essenziale. Può essere un bambino che ti guarda con occhi dolci e ti dice parole che non capisci. Può essere una donna che vende qualcosa e insiste perché tu compri, perché forse quella è la sua unica entrata. Può essere un intero villaggio che canta “Grazie dell’acqua”. Può essere il compagno di viaggio che, fino al giorno della partenza, non conoscevi.»

«In questi giorni insieme», prosegue don Dario, «abbiamo letto negli occhi dei nostri ragazzi una miriade di sentimenti ed emozioni che mai e poi mai il piatto schermo di un tablet avrebbe potuto donare loro. Anche la fede di tutti è stata come reimpastata. Ingredienti nuovi, mescolati con un’energia mai vista prima, ci hanno costretto a guardare alla Messa, a Dio e alla Sua Parola da un nuovo punto di vista, che in qualcuno ha riaperto porte chiuse da tempo. La condivisione diretta ha parlato da sé, senza teoremi e spiegazioni, lasciando intravedere la speranza di un mondo nuovo, possibile solo se voluto da tutti.»
Un’esperienza fatta di piccole cose, di poco fare e tanto stare.
«Durante la Messa eravamo un popolo solo, uniti nello stesso Padre. Lingue e storie diverse, vite lontane, eppure lì, in quel momento, eravamo una cosa sola», continua Enkolina, «E poi i momenti di condivisione a bordo piscina, il guardare le stelle insieme, le parole, le risate e i silenzi. Soprattutto i silenzi. E l’accoglienza nei villaggi… quanta bellezza! Sentirsi dire: “Gli ospiti sono una benedizione” è stato davvero forte. Mi ha riportato subito a un detto del mio Paese, l’Albania: “La casa è di Dio e dell’ospite.” Luoghi lontani, culture diverse, eppure lo stesso modo di intendere l’accoglienza: aprire la propria casa significa aprire una parte di sé. Torno a casa con una gratitudine enorme. Che fortuna poter vivere un’esperienza così. Che fortuna incontrare tutta questa bellezza. E che fortuna poter fare un pezzo di strada insieme a questi ragazzi, belli fuori e dentro.»

Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya
Campo Fuori le mura in Kenya

Le riflessioni dei ragazzi che sono stati in Kenya

E ora lasciamo spazio proprio a loro e a quello che si sono portati a casa.

Ubuntu

“Ubuntu”: io sono perché noi siamo.
Se dovessi ripensare a questo campo in Kenya sarebbe la prima cosa a venirmi in mente.
In ogni luogo che ho avuto la fortuna di vedere, in ogni persona che ho incontrato, ho visto questo.
Quando non hai molto ma scegli comunque di condividerlo, con un sorriso, un ballo insieme, in una semplice parola come “Karibu” (benvenuto) si racchiude il senso profondo in cui si sceglie di vivere.
Senza la paura di incontrare il “diverso” ma con la curiosità di incontrarsi.
Porterò sempre con me gli sguardi curiosi dei bambini, l’amore senza condizioni che regalano senza che nessuno glielo chieda, le chiacchiere con i ragazzi del G9 che ti fanno sentire davvero un senso di infinita speranza, il senso di dignità di ogni storia che ho ascoltato e il coraggio di prendere la propria vita in mano e di scegliere per sé stessi indipendentemente da tutto.
Li porto con me, tutti quanti, come maestri di vita continuando a sognare con loro un domani migliore.
Samira

Il cuore di Simon

Scrivere adesso di questo viaggio è una cosa banale.
Tornare a Roma pare come aver perso un pezzo, ma si può effettivamente perdere qualcosa che non si conosce nemmeno?
In dieci giorni ho avuto modo di conoscere una realtà che non mi appartiene, di cui senti altre persone parlare o che vedi comodamente sdraiata a letto da qualche video di Instagram.
Ma nel momento in cui ho lasciato da parte la paura, quella di andare in un altro continente, di non conoscere nessuno, di uscire dalla mia zona di comfort e di giudicare quella realtà, ho avuto modo di vivere una felicità che non credevo potesse esistere. Forse bisogna solo imparare a vivere nello stesso modo e cambiare prospettiva.
Tra le tantissime scene che mi hanno lasciato a bocca aperta, ne risaltano diverse. Una in particolare: Simon che arriva, non ti conosce, ha un pennarello e ti disegna sulla mano un cuore e dice “that’s love”. Questo mi porto dentro al cuore. Oltre al sorriso dei bambini, che si rifletteva su di noi. Era difficile rimanere seri, ci siamo un po’ tutti trovati in quel momento in cui si ha bisogno di qualcuno e ognuno di noi ha fatto in modo di essere la persona giusta.
Chiara

Asante sana, Kenya!

L’esperienza del campo Fuori le mura in Kenya mi ha lasciato un profondo senso di gratitudine, umanità, speranza e amore.
Mi sono sentita a casa e accolta. Il campo mi ha permesso di condividere la vita e la quotidianità a Nairobi e in Turkana; è stato un po’ diverso forse, ma la sensazione di gioia e amore intorno a me è stata la stessa.
Sono grata all’esperienza per essermi immersa in una cultura molto differente dalla mia e da quella a cui ero abituata e grata anche per essermi integrata tra le persone del luogo.
Quello che mi risuona e mi ritorna in mente sono i suoni, i colori dei paesaggi, gli odori dei villaggi, le preghiere cantate, i canti di benvenuto, i loro modi di vivere, il cielo di notte stellato, i sorrisi della gente e i colori delle donne e dei vestiti, anche se forse a volte strappati o sporchi.
Mi porto a casa l’affetto dei bambini a Nairobi, la loro voglia di giocare sempre e divertirsi nonostante fuori dal cancello ci siano le famiglie, anche in condizioni di povertà o disagio.
Mi porto a casa la loro voglia di comunicare e scoprire cose nuove da me o il loro modo di disegnare per condividere con me le loro cose; e a volte, anche se si comunicava con difficoltà, mi soffermavo sul loro corpo, sulle loro espressioni, sui loro modi di muoversi e ora so che non servono grandi parole per condividere un momento e dargli significato.
Mi è rimasta dentro la fiducia che riponevano in me, i loro occhi che mi guardavano e l’affetto che in così pochi giorni è stato davvero profondo. Tanto che all’ultimo giorno, dovendoci salutare, è stato molto faticoso, soprattutto salutare Oful o Michael, Martin, Deno. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa e mi ha lasciato un segno indelebile, e in loro io vedo la speranza e la voglia di vita. Il tempo è volato davvero, vissuto tutto così intensamente è stato come tuffarsi di testa e nuotare continuamente sotto l’acqua e stare bene con la consapevolezza che prima o poi sarei dovuta riemergere in superficie e tornare a respirare la mia aria. E così sono tornata alla mia quotidianità e alle mie cose con fatica e un po’ di malinconia nel ripensarmi là e ripensare a loro, a tutti. Vero anche che sono grata per custodire questa esperienza con grande amore dentro di me e lì le cose non svaniscono mai, ma posso continuare a ricordarle e riviverle dentro di me e vivere con maggior consapevolezza dove sono. Nell’attesa e nella speranza che presto potrò tornare e fare ancora un’esperienza così grande. Alla fine questo viaggio mi ha fatto vedere e capire che le cose nel mondo si possono fare davvero se lo vuoi, lo senti e lo vivi. Asante Sana Kenya e grazie alle persone che hanno permesso e organizzato questo viaggio e anche al gruppo che ha condiviso questi giorni e camminato insieme a me.
Monica

«C'è del buono in questo mondo!»

Questa esperienza per me ha significato molto, Perché, circondato da un mondo ormai sempre più caratterizzato da violenza, discriminazione, indifferenza, egoismo (e potrei andare avanti), ho incontrato persone e realtà che davvero vanno contro corrente: sono testimonianza vera e concreta del fatto che si può credere e lavorare per costruire un mondo migliore. A proposito mi viene in mente una citazione da un famoso film fantasy che recita: “C’è del buono in questo mondo ed è giusto combattere per questo”. Ringrazio di cuore la Papa Giovanni per l’opportunità e tutte le persone che hanno condiviso con me questa esperienza.
Giacomo

Domande, speranza e un tramonto sul lago Turkana

Prima di partire non mi sono chiesta quali fossero le mie aspettative. Ho avuto molta paura di questo viaggio, però.
Forse qualche aspettativa ce l’avevo, ma quando quello che ci si aspetta ha il colore del buio e della sofferenza può chiamarsi lo stesso aspettativa? L’aspettativa non è qualcosa che può essere delusa, non è una speranza che viene meno?
Forse in cuor mio sapevo che tornando avrei pianto lacrime nuove e questo mi faceva paura. Avevo paura di quello che avrei sentito.
A chiunque mi chieda di questo viaggio, ora che sono tornata, rispondo con grande fatica e con la paura di sentirmi tremare la voce.
È stato molto intenso, le prime parole che dico sono sempre le stesse. Racconto dei tramonti, delle stelle, dei canti, dei colori.
La mia mente corre in Turkana. A quella scia di bambini piccolissimi che ci seguiva come se potessimo portarli da qualche parte, come se li stessimo guidando verso una meta sconosciuta, stringendoci le mani in silenzio, pestando quel cammino fatto di pietre e rocce a piedi scalzi, scambiando uno sguardo furtivo quando provavi a incrociarne gli occhi, quegli occhi sfuggenti che non potevi conoscere e in cui non ti potevi riconoscere.
Chissà a cosa pensavano quando ci vedevano camminare tra i sentieri che per loro sono casa. Chissà cosa sentivano nel prenderci per mano e vedersi rivolgere un sorriso timido ma incoraggiante. Chissà cosa sognano la notte, nell’intimità dei loro pensieri. Chissà quali sono le loro aspettative.
Mi rendo conto di non potere avere risposte. Capisco di essere partita con alcuni dubbi e di essere tornata con tanti altri. Tutto questo non lo racconto, però, quando mi viene chiesto di questo viaggio.
Quello che mi è rimasto addosso è l’ammirazione e la speranza per chi sceglie di dedicarsi alle ingiustizie che governano questo mondo. A come rimuoverne le cause.
Mi rimane il sorriso di Simone quando parla a ogni bambino del G9, la sua famiglia. Mi rimane la sensazione di non vedere l’ora che arrivi dicembre per poter andare al mare nella voce di Peter che mi racconta del futuro. Mi rimane il suono del mio nome quando mi chiamano quei bambini. Mi rimane quell’attimo di felicità sulla collina di Komote, guardando il tramonto buttarsi a capofitto nelle acque del lago, con il canto di quei bimbi che ci guardano pieni di curiosità ed entusiasmo.
Ma mi rimangono anche le grida di un uomo che ci dice che non dovremmo essere lì e lasciare che i loro figli ci seguano perché il dovere dei figli, di quei bambini, è stare a casa ad aiutare i loro genitori. Quelle grida dure rimbombano nella mia testa, sbattendo qua e là sulle pareti che racchiudono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Mi rimane il momento amaro di separazione da quei bimbi che ci seguivano con chissà quali aspirazioni. Noi gli abbiamo tenuto le mani con chissà quali intenzioni.
Cosa ci facciamo noi lì? A chi stiamo facendo del bene? Cosa vorrebbero questi bambini dalla vita? Cosa possiamo fare per loro?
Mi sento la testa piena di domande a cui vorrei trovare risposta e il cuore pieno di dubbi a cui vorrei dare conforto.
Penso alle baraccopoli di Soweto, a quell’aria così difficile da respirare che per altri è quotidianità. Penso ai bambini che sniffano colla all'età in cui si dovrebbero iniziare a riconoscere i profumi di casa, di un pasto speciale e di una persona cara. Penso ai bimbi di cinque o sei anni al G9, penso a Joseph, a Erikkino, a Deno e Paul e a tutti loro. Penso alle strade dove sono stati trovati, penso a quanto riempiono i piatti al momento dei pasti e penso che io non ho mai provato la fame. Quanti bambini ci sono là fuori che non hanno mai giocato con una palla, che non hanno mai preso una matita per fare un disegno.
Quest’esperienza mi lascia tutto questo, ma mi lascia tanto altro.
Mi rimangono addosso il coraggio di un bimbo che scappa da casa per poter andare a scuola, la fiducia delle donne dell’Amini Home nell’intraprendere un percorso di conquista di dignità, mi rimangono i canti degli animatori della Consolata, mi rimane il sorriso gentile di Suleman a Baba Yetu, mi rimangono le urla felici dei bimbi per una torta di compleanno, mi rimangono le loro preghiere sussurrate a Messa nella cappellina.
Mi rimane quel dipinto, quella croce e quel bimbo che tira la colla.
Sento speranza e gratitudine. Grazie.
Sarah

© Riproduzione Riservata

Semprenews è su Whatsapp.
Clicca qui per iscriverti al nostro canale e ricevere aggiornamenti quotidiani direttamente sul tuo telefono.