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1 Novembre 2020
Ultima modifica: 1 Novembre 2020 ore 09:37

Chi sono i santi e come vivono

Perché i santi sono considerati un modello di riferimento? La risposta è nel Vangelo delle beatitudini, proclamato nella solennità di Tutti i santi.
Con il Vangelo delle beatitudini Gesù ha rovesciato il concetto di beatitudine secondo i canoni umani e svelato un nuovo modo per raggiungere la felicità
Nel primo giorno di novembre ricorre la Giornata della santificazione universale. Chi sono i santi? Come vivono? Perché sono considerati modelli di riferimento che ogni credente dovrebbe imitare? La risposta è nel Vangelo delle Beatitudini, proclamato nella solennità di Tutti i Santi. L’evangelista Matteo racconta che Gesù salì sul monte e, postosi a sedere, insegnò ai discepoli chi fossero i beati, le persone veramente felici. Non parliamo di un’allegria passeggera, tutta umana e, per sua natura, fragile. Gesù parla di una beatitudine costruita sulla roccia, che è egli stesso. 

Le parole sorprendenti di Gesù sulla vera beatitudine

Le sue parole sorprendono. Intrisi di troppa umanità restiamo stupiti nell’ascoltare, dalla voce del Signore, chi siano davvero i beati: i poveri in spirito, coloro che sono nel pianto, i miti, chi ha fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, gli oppressi per la giustizia, chi è perseguitato o subisce la menzogna e il male per causa sua (Mt 5, 1-12a).
La logica umana ci porterebbe a pensare a Re Erode, che incontreremo nella lettura evangelica del 28 dicembre, come ad un uomo beato, tronfio del suo potere che gli permette finanche di uccidere poveri bambini innocenti. Quel monarca non ha alcuna pace nel cuore, sempre timoroso di perdere il suo trono, malfidente nei confronti di tutti.
Sono invece beati i Magi. Il loro cuore puro li sollecita a mettersi in cammino seguendo una stella per raggiungere la mangiatoia dove potranno contemplare il Bambino appena nato. È lui il Figlio di Dio fatto uomo, il Beato tra i beati.
Nel Vangelo secondo Giovanni che proclameremo a Natale, leggiamo: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 9-12). Arriva nel mondo la luce e nulla resta come prima. 
La luce che vince le tenebre della notte nasce in una modestissima mangiatoia, buia e fredda. E non ha ori né superbia alcuna Maria Santissima, che Dante Alighieri, nella preghiera di San Bernardo (canto XXXIII del Paradiso), definisce «umile e alta più che creatura». È da lei che nasce il Salvatore. San Giuseppe, uomo giusto, al quale Dio affida suo figlio unigenito, vive del duro lavoro di carpentiere. Anche qui, come nell’annuncio delle Beatitudini, restiamo spiazzati e sorpresi. 

La versione napoletana di "Tu scendi dalle stelle"

Il Re dei re nasce nella povertà assoluta. «Mancano panni e fuoco, o mio Signore», intoniamo nel canto “Tu scendi dalle stelle”, opera di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Gli mancano panni e fuoco. Nella versione originale in napoletano dell’inno, intitolata “Quann nascette Ninno”, il Santo racconta quanto avvenne alla nascita del Redentore: era notte e sembrava mezzogiorno, gli uccelli cantavano, i grilli annunciavano la nascita di Gesù, fiorivano le vigne in pieno inverno, le pecore pascolavano coi leoni, il lupo era in pace con l’agnello, i pastori cantavano per il piccolo Gesù insieme agli angeli e alla Vergine. 

La condizione per essere felici

Il 29 gennaio scorso, Papa Francesco ha inaugurato un ciclo di catechesi dedicate alle Beatitudini. Nell’udienza generale di quel giorno, il Santo Padre ha detto: «Perché ognuna delle otto Beatitudini incomincia con la parola “beato”? Il termine originale non indica uno che ha la pancia piena o se la passa bene, ma è una persona che è in una condizione di grazia, che progredisce nella grazia di Dio e che progredisce sulla strada di Dio: la pazienza, la povertà, il servizio agli altri, la consolazione. Coloro che progrediscono in queste cose sono felici e saranno beati. Dio, per donarsi a noi, sceglie spesso delle strade impensabili, magari quelle dei nostri limiti, delle nostre lacrime, delle nostre sconfitte».

Una santa indifferenza

Pazienza, povertà, servizio agli altri, consolazione. Sono parole che caratterizzano le vite di tutti i santi, del Beato Bartolo Longo così come del Servo di Dio don Oreste Benzi, che dei santi scrisse: «Queste anime sembrano non sentire più i riflessi del mondo; rimangono quasi indifferenti alla lode o al biasimo, al successo o all’insuccesso. Sembra che esse, pur vivendo su questa terra e intensamente, siano però con i piedi su un altro terreno, su un'altra terra: la terra dei vivi!». 
Fidiamoci di Dio, contempliamo con stupore le sue opere, che stravolgono le regole dell’uomo, cerchiamo l’imitazione dei santi. Solo così, per intercessione della Vergine del Santo Rosario, nostra forza, saremo davvero beati.  

Il testo è tratto dall'"Introduzione alla Parola" di Pane Quotidiano novembre dicembre 2020