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16 Novembre 2021

Basta con il carbone, ma non subito

Adottato il Patto sul clima di Glasgow, che però scontenta un po' tutti
Foto di Robert Perry
I lavori della Cop26 di Glasgow si chiudono con alcuni risultati concreti e un accordo sul carbone che però punta al ribasso. L'Italia si impegna a terminare i sussidi fossili internazionali entro la fine del 2022.
La frase più usata da parte dei delegati di Glasgow è stata: «Una Cop non è fatta per risolvere i cambiamenti climatici». Certo, erano stati caricati di molte aspettative sulla buona riuscita della conferenza sul clima appena conclusasi. Peccato che era ciò che tutto il mondo si aspettava, ovvero impegnarsi a mitigare gli effetti della crisi climatica in corso.
 
Si può dire che la Cop26 si è chiusa con un bicchiere decisamente mezzo vuoto e un testo di compromesso che permette qualche - timido - passo in avanti e immensi divari da colmare. Certo, era difficile mettere d’accordo tutti i Paesi del mondo (dal più ricco al più povero). Perlomeno, rispetto alle Cop precedenti, in questo testo finale si cita la necessità di eliminare (seppure troppo gradualmente) i combustibili fossili e, a conti fatti, possiamo dire che ci stiamo impegnando effettivamente ad evitare l’apocalisse climatica, anche se gli sforzi da fare per contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi centigradi sono ancora molti.

Gli impegni della Cop26

Dove stanno le buone notizie? Prima di tutto che i Paesi accettano, per la prima volta, di intraprendere un “phase down”, cioè una riduzione graduale del carbone, e un’eliminazione - anche questa graduale - dei sussidi alle fonti fossili. Eppure, la formula che fissa tali impegni nell’accordo si è annacquata per mano di Cina e India che hanno costretto tutte le altre nazioni ad accettare un declassamento da “phase-out” (uscita totale) alla più morbida “phase-down”.
 
Se da una parte, quindi, siamo costretti a subire i diktat di grandi inquinatori come Cina e India, dall’altra la fine del carbone è sancita. Inoltre, il patto ha il merito di aver introdotto dei meccanismi tecnici importanti, che renderanno l’azione sul clima più efficace. Per esempio, sulla trasparenza: i Paesi dovranno contare, riportare e far valutare dall’Onu le proprie emissioni.
 
E poi ci sono due aspetti importanti, dei quali si è parlato a lungo ma ancora non sono state chiarite le modalità per raggiungere dei risultati effettivi. Da una parte è stata riconosciuta l’importanza di sostenere soprattutto i meno abbienti e più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici ma il testo parla genericamente di “dialoghi” da avviare nei prossimi 2 anni. L’altro blando annuncio riguarda l’invito a ridurre i gas nocivi diversi dal biossido di carbonio entro il 2030, metano incluso. Anche qui, manca del tutto un piano concreto.
Centrale carbone
Foto di Steve Buissinne

I prossimi passi dopo la Cop26

Il compromesso di Glasgow lascia un po’ l’amaro in bocca. Per molti era inevitabile questo risultato. Per usare le parole che John Kerry, inviato sul clima degli Usa, ha usato per commentare i lavori della Cop26: «Se tutti si lamentano significa che ciascuno ha fatto un passo indietro».
 
Detto questo, qualche impegno per il prossimo decennio c’è. Anzi, il prossimo step è quello di tornare a sedersi a un tavolo nel 2022 con i piani di riduzione delle emissioni aggiornati. Nel caso dell’Italia, l’impegno del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani di terminare i sussidi fossili internazionali entro la fine del 2022 è particolarmente rilevante.
 
Finora il nostro Paese ha manifestato un atteggiamento molto titubante, rientrando negli accordi di cui via via si è parlato quasi sempre all’ultimo minuto. Se vogliamo avere davvero quel ruolo di leader mondiale, più volte auspicato dal nostro ministro in numerose occasioni, allora è il caso di dimostrarlo, a partire dalla nostra propositività e ambizioni climatiche.