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14 Marzo 2020

Vanno a prostitute nonostante il coronavirus

Nemmeno il coronavirus tiene a casa i clienti delle donne costrette alla prostituzione?
L'appello urgente e accorato del Presidente della Comunità di don Benzi per fermare il mercato del sesso a pagamento durante l'emergenza.
In questi giorni, in cui la regola d'oro in tutta Italia è stata ben sintetizzata dallo slogan #iorestoacasa, da diverse città italiane sono arrivate numerose segnalazioni della presenza di prostitute e clienti sulle strade di giorno e di notte, nonostante le rigorose misure di contenimento del Covid-19. Da Cagliari a Varese, da Bari a Caserta fino a Torino, le mascherine davanti al volto delle giovani donne costrette a prostituirsi non sono sufficienti a proteggere dal virus nè loro nè i clienti nè tantomeno le mogli, le compagne e le fidanzate che li aspettano a casa o i colleghi di lavoro ignari, dei comportamenti senza limiti di chi gli sta accanto. 
 

La politica della riduzione del danno oggi fallimentare

 
Dagli anni 2000 la politica della riduzione del danno col progetto Città sane ha tentato, con innumerevoli sforzi e risorse economiche, di raggiungere le potenziali vittime dell'industria della prostituzione in strada per evitare l'ampliarsi delle conseguenze che questo fenomeno diffuso anche negli appartamenti, nei night club e nei centri massaggio hot, può comportare a livello sanitario.
Don Oreste Benzi per dieci anni ha ripetutamente spiegato che l'approccio non poteva essere solo sanitario e che nessuna forma di regolamentazione dei rapporti sessuali a pagamento avrebbe mai potuto limitare i gravi danni che l'industria della prostituzione continua a procurare in tutto il mondo alle donne e anche ai minori vittime e a tutta la collettività. Lo diceva con coraggio anche se era una voce solitaria perchè, come tanti di noi, aveva davanti agli occhi Elizabeth, Mariela, Georgiana e le tante donne che abbiamo accolto e aiutato a ricostruirsi una vita, affrontando non solo le ferite della psiche ma anche le malattie infettive che avevano contratto proprio qui in Italia. Doppiamente schiave.

Abbiamo dimenticato per decenni di verificare l'incidenza delle malattie infettive che, pur timidamente, si iniziavano a intravedere già nel 2007 nei Report regionali dei Dipartimenti di malattie infettive e di conseguenza la diffusione della sifilide e dell'hiv e dell'epatite B. E trascurato di sederci ad un tavolo coi diversi ministeri competenti per dirci con onestà che era tempo di cambiare rotta in maniera decisiva. Non ci vuole certo il Cruciani di turno a spiegarci quali sono i comportamenti - ahimè impuniti - dei clienti italiani sia nel nostro paese che all'estero, in nome della libertà individuale della propria vita sessuale. Ma quanti uomini hanno scelto per anni di comprare il corpo delle donne e non usare il preservativo, nonostante le donne che si prostituiscono ne siano abbondantemente fornite dai loro protettori e nonostante le numerose campagne d'informazione e di prevenzione sul rischio delle malattie infettive.

Come documentato nel libro Non siamo in vendita. Schiave adolescenti lungo la rotta libica, Editore Sempre. Già nel 2013, l'Istituto Superiore di Sanità aveva raccolto testimonianze di uomini tra i 19 e 59 anni (età media 34 anni) che nella maggior parte dei casi aveva dichiarato di richiedere rapporti vaginali, poi rapporti orali e infine quelli anali e di non usare nel 55,9% il preservativo. Il 34% del campione ha dichiarato di non aver mai effettuato il test dell'hiv. Quanti hanno liberamente cercato nell'universo digitale di siti pornografici, i corpi più giovani, i corpi più "esotici" da violare completamente indifferenti anche alla reti di sfruttamento a cui sono soggette le persone che sono "una cosa sola" con quei corpi.
 

I femminicidi dal 2000 ad oggi

 
Quanti addirittura sono arrivati a pensare di poter violentare più volte, legare, picchiare, e infine uccidere le donne di cui avevano comprato il corpo. Dal 2000 ad oggi - come documentato nell'handbook "Nemmeno con un fiore! Informazioni, storie, numeri su violenza di genere e prostituzione", recentemente pubblicato della Comunità Papa Giovanni XXIII, quasi 200 vittime di femminicidi nell'industria della prostituzione passati spesso sotto silenzio e per il 44% casi irrisolti.

Come il caso di Cristina, che a tanti di noi è venuto subito alla memoria dopo la puntata de Le Iene dello scorso 6 marzo. Un esperimento di Giovanni Scifoni - una donna legata al marciapiede che i clienti avrebbero dovuto slegare per poterne comprare un rapporto sessuale - che ha messo in luce come davvero gli uomini italiani - dal '95, anno in cui iniziò a svilupparsi la tratta a fini sessuali fino ad oggi - siano senza alcun limite! Legata ad un palo però Cristina lo è stata davvero, violentata e infine uccisa sotto un cavalcavia a Firenze. La Comunità di don Benzi nel 2016, insieme all'amministrazione comunale le ha dedicato ad Ugnano, un parco pubblico per non dimenticarla.
 

L'appello accorato della Comunità Papa Giovanni XXIII per tutelare le vittime dal Covid-19

 
Oggi, ai tempi del coronavirus, è il Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII a lanciare un nuovo appello a tutela delle vittime della tratta e dello sfruttamento nell'industria della prostituzione in strada e indoor. "In tutta Italia, da nord a sud, si segnala la presenza di potenziali vittime di tratta a scopo di prostituzione lungo le strade. I clienti — precisa l'appello scritto al Presidente del Consiglio, della Camera e del Senato e ai Ministri competenti — contrariamente alle misure previste dal DPCM dell'11 marzo 2020, espongono loro stessi, le loro famiglie ed ambienti di lavoro a un possibile contagio. Un comportamento che mette in pericolo tutti, dato che in Italia il mercato della prostituzione coinvolge milioni di clienti”. La Comunità chiede anche che siano garantite “alle potenziali vittime di tratta informazioni adeguate sia rispetto ai rischi per la salute, sia sulle possibili vie di uscita dal sistema prostituivo". 

Infine nella lettera si richiama l'urgenza di adottare anche in Italia il cosiddetto "modello nordico" "che prevede la sanzione dei clienti, percorsi di protezione e reinserimento sociale per le donne prostituite e programmi di educazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica. In molti paesi europei - tra cui Svezia, Norvegia, Irlanda, Irlanda del nord e Francia, questo modello è già applicato ed è dimostrata la sua efficacia nella riduzione del numero di clienti, conseguentemente di persone prostituìte e di ogni forma di violenza verso le donne. Per tutelare la salute pubblica, per contrastare la violenza, per giustizia, per un'effettiva parità di genere".
 
In rete dal 2018 anche con numerose associazioni della Rete abolizionista italiana (promossa da Udi Napoli, Resistenza femminista, Iroko onlus e Salute donna), la Comunità Papa Giovanni XXIII infatti propone da tempo sanzioni e percorsi socioriabilitativi come unica via per poter dare un limite agli oltre 4 milioni di clienti italiani.
 
In particolare, con la Campagna antitratta "Questo è il mio corpo" ogni cittadino e cittadina, attraverso la petizione online - sostenuta da numerose associazioni e personalità - può dare la sua adesione e chiedere al Parlamento d'integrare la Legge Merlin che ha segnato la storia e determinato la liberazione di tante donne costrette a prostituirsi nei bordelli ma che non include ancora nessun articolo relativo al divieto di acquisto di prestazioni sessuali a pagamento.