Aveva una ragazza, si era laureato in ingegneria, aveva tutta la vita davanti. Ma mancava qualcosa per rispondere alla domanda: «Posso essere più felice di così?» Ecco la storia di Giovanni Corti, giovane veneto che ha scelto di entrare in seminario per diventare sacerdote.
«In un momento di fatica, nella mia mente si è inserita una domanda: posso essere più felice di così? Posso vivere meglio di così? Sentivo la stanchezza, ma intuivo che questa domanda c’entrava con il bisogno di una vita vera, più profonda». Giovanni Corti ha 29 anni. È nato a Legnago, in Veneto, e a 12 anni si è trasferito con la famiglia a Galbiate, in Lombardia. Oggi frequenta il quarto anno di seminario in provincia di Varese, sotto la Diocesi di Milano. Una scelta maturata in un cammino vocazionale fatto di ricerca, paure, relazioni e incontri decisivi, che lo hanno portato a interrogarsi sul significato profondo della propria vita.
Una ricerca lunga e impegnativa
Giovanni, quando hai pensato per la prima volta al seminario?
«Era il 2016 o il 2017, avevo 20 anni. Avevo intuito che c’entrasse Dio, ma in quel momento la mia vita era legata a tutt’altro: avevo una ragazza, degli amici, studiavo ingegneria in modo prosciugante, quasi fosse la causa a cui donare la vita.
Ho sempre avuto un’educazione cristiana e partecipato alla vita comunitaria del mio paese. In quel periodo però stavo vivendo un allontanamento: andavo a messa senza capirne il perché. Non riuscivo a vedere che apporto potesse avere la fede nella mia vita.
Stavo vivendo tutto come qualcosa da conquistare con fatica, più che da ricevere come dono. Dio c’entrava poco. Mancava la gratitudine.»
Come hai reagito di fronte a quello che stava emergendo dentro di te?
«Gli anni successivi sono stati di ricerca. Mi hanno consigliato modi di pregare e condividere, ma mi mancava la risolutezza.
Non sono riuscito a interrompere subito il legame con la mia ragazza, ho terminato gli studi per autostima. Non ero in grado di decidere, ma sapevo che dovevo farlo: sentivo che non c’era un orizzonte, almeno nella mia relazione.»
L'incontro con don Federico Pedrana e l'esperienza in Romania
Come sei uscito da questa situazione di stallo?
«Nel 2019 ho ascoltato in parrocchia la testimonianza di don Federico Pedrana, responsabile all’epoca della missione in Romania della Comunità Papa Giovanni XXIII. Raccontava la condivisione con i poveri e i senza fissa dimora.
Nel suo modo di parlare ho sentito una grande autenticità e così gli ho raccontato a che punto ero nel mio cammino. Mi ha detto una cosa semplice, che già sapevo nel mio cuore: prenditi un tempo concreto e poi una decisione. Può essere dolorosa, ma è liberante.
Mi è bastato questo per dire alla mia ragazza che ognuno doveva prendere la propria strada. Non è stato facile, perché il cuore si lega lo stesso anche se non c’è orizzonte di vita. Ma ho provato una libertà profonda, una sensazione di grande dolcezza. Mi sono sentito più vicino al Signore.»
Quel giorno don Federico ti ha fatto anche una proposta.
«Sì. Alla fine della sua testimonianza gli ho detto che era tutto molto bello, ma che pensavo che certe cose si potessero capire solo vivendole. Mi ha risposto: “Allora vieni”.
Ricordo bene quel momento: nel dire sì ho provato una gioia enorme. Era come se l’esperienza fosse già iniziata.
Così sono partito per due campi della Comunità per i giovani: uno estivo con i bambini poveri a Mătăsari, l’altro in inverno a Bucarest con i senza fissa dimora.
Sentivo che c’era una chiamata ad andare in Romania per un tempo più lungo, per entrare davvero in quel contesto di povertà e fragilità. Era difficile, ma intuivo che lì avrei potuto guardare a fondo le mie ferite. E questo sarebbe stato liberante.»
La pandemia e il tempo del discernimento
Siamo all’inizio del 2020: hai già il biglietto aereo, ma scoppia la pandemia.
«Ho vissuto quel tempo di solitudine come un’occasione per guardarmi dentro. È stato doloroso, ma ho iniziato a pregare nei campi dietro casa. Ci passavo intere giornate.
Alla fine dell’anno ho iniziato un cammino di discernimento con il seminario. Ero molto preso dalla preghiera, stavo conoscendo me stesso più in profondità. Sentivo però che la Romania mi chiamava.
Avevo bisogno di un’esperienza che mi desse slancio. In seminario sarei potuto entrare in qualsiasi momento. Così ho fatto domanda per il servizio civile.
Sono partito a luglio 2021. È stato un anno tosto. La relazione con don Federico, per i reciproci caratteri, non è sempre stata semplice, ma lui è stato un esempio importante che ha segnato anche la mia scelta di entrare in seminario.»
Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
«Ho incontrato tante forme di povertà: i senza fissa dimora, i bambini di Ferentari — il quartiere più povero della città — e le persone con disabilità dell’Istituto Don Orione.
Sono stati incontri che mi hanno obbligato a guardarmi dentro, a riconoscere ferite e blocchi. Un cammino che continua ancora oggi.
Ricordo di aver pensato: “Stare vicino a Gesù crocifisso è davvero l’unica cosa che può liberare l’umanità”.
Quando poi don Federico è dovuto rientrare in Italia per motivi di salute, io e un altro civilista abbiamo portato avanti la missione.
Gestire nella condivisione gli equilibri con le persone senza fissa dimora accolte alla Capanna di Betlemme è stata la cosa più bella e più difficile: essere loro vicini, ma anche mettere dei limiti, come una guida deve fare. Erano persone più grandi di me e non sempre vedevano bene che un giovane, per di più straniero, dicesse loro cosa fare.
Con i bambini di Ferentari facevo attività educative e ricreative. Erano principalmente di etnia rom, vivaci, pieni di ferite. Ogni pomeriggio ne arrivavano venti o trenta. Mi sono legato molto a loro.
E poi c’era la strada: ogni uscita portava con sé una storia. Ho capito che a volte l’unica cosa che puoi fare è ascoltare, e che stare è di per sé una sfida.»
Quegli incontri significativi che cambiano la vita
Ci sono degli incontri che ti hanno segnato in modo particolare?
«Con Alex, uno dei ragazzi accolti alla Capanna, è nata un’amicizia forte che dura ancora. Anche se non parlavamo la stessa lingua, sapevamo di esserci l’uno per l’altro. All’inizio mi sembrava invadente, poi ho capito la sua fragilità e che potevo esserci per lui.
Ion, un altro ragazzo mi ha fatto toccare con mano quanto sia fragile ogni percorso. Abbiamo condiviso un anno di vita, ma in certi periodi è tornato in stazione a bere e a drogarsi. Così ho capito che anche se uno è accolto, amato, restano ferite profonde. Lui aveva alle spalle vent’anni di vita di strada: cosa ne sapevo io di cosa potesse provocare in lui il contesto di casa?
Un giorno Gabriel, un bambino di Ferentari di circa 11 anni, mi ha sputato in faccia mentre giocavamo. Ho perso le staffe. Poi ho capito che avevo reagito come se fossi io la vittima, senza considerare il contesto da cui veniva, la sua famiglia e cosa vedeva in casa. Per fortuna è tornato, abbiamo fatto pace, e ancora oggi ci ricordiamo l’uno dell’altro.»
Finito il servizio civile sei rientrato in Italia.
«Sono rimasto un mese in più, poi sono tornato. È stato difficile: avevo sottovalutato quanto quei legami fossero diventati importanti.
Dopo pochi giorni sono andato in seminario per un ritiro. Ci ho pensato tutta l’estate e a settembre 2022 mi sono iscritto. Lo stacco tra Romania e seminario è stato forte, ma col tempo ho capito che anche quell’esperienza faceva parte della chiamata al sacerdozio.»
Il futuro e i giovani
Dove ti vedi in futuro?
«Non lo so ancora. A volte mi vedo qui, a volte in Romania. Quando posso torno, e ogni volta provo una sensazione di casa. È un canale di vita ancora molto aperto.
Vedremo dove mi porterà la strada.»
Che messaggio vorresti lasciare ai giovani?
«Suggerisco loro di farsi questa domanda: da cosa ti senti attratto davvero? Dove senti che la tua vita scivola, perché ti accendi, ti illumini?
Perché una cosa è dire cosa voglio fare. Un’altra è ascoltare ciò che ti muove dentro. È lì che spesso i dubbi si sciolgono.»