La frenesia dell'arte e dei viaggi, poi la stanza sterile di un ospedale dove l'incontro con Dio si è fatto carne. Daniela Russo Krauss racconta la sua storia di salvezza, il legame profondo tra arte e fede e il suo nuovo impegno nella Comunità Papa Giovanni XXIII.
Daniela Russo Krauss, napoletana classe 1988 aveva una vita incastrata tra mille impegni. Tracciata tra i colori dell'Accademia di Belle Arti di Firenze in cui si è laureata nel 2010, i laboratori con i ragazzi della Cooperativa Sociale "Le Rose" di Firenze e i ritmi della Danzaterapia. Sempre in movimento mossa da una fame invisibile di risposte che la spingeva a cercare sempre più in là: dall'Argentina al Perù, fino all'Isola di Pasqua.
Ma il vero viaggio è iniziato quando tutto si è fermato. Nel maggio del 2016, a soli 27 anni, una diagnosi di leucemia da togliere il fiato, che spezza i suoi incastri perfetti. È tra le mura bianche di una camera sterile che le domande si sono fatte carne e che la ricerca di Daniela ha trovato i suoi punti di svolta. Incontri capaci di capovolgere la prospettiva del dolore, volti come quello di Francesca, gli sguardi dei frati e di suor Agnese. Da quel viaggio dello spirito è fiorita una rinascita, raccolta tra le pagine del suo libro “Per sentito dire. Storia di un incontro” (Iuppiter Edizioni). Oggi, a dieci anni da quella diagnosi, Daniela è una donna nuova. L'ho incontrata per farmi raccontare questa straordinaria sete di senso e il viaggio che l'ha portata fin qui.
Nel tuo libro emerge una giovane ventenne divisa tra mille passioni. Se dovessi guardare indietro a quella Daniela che esplorava il mondo, come la definiresti?
«Frenetica e irrequieta. Fondamentalmente non capivo perché ero sempre un po' insoddisfatta, pur riconoscendo di avere la possibilità di fare tante cose belle, di aver potuto studiare, sempre con un appoggio familiare importante. Entravo in "modalità trottola": accumulavo esperienze perché cercavo disperatamente qualcosa, ma non sapevo nemmeno io cosa fosse. Anche la prima volta che sono arrivata in Argentina è stata una fuga da una quotidianità bella, ma che non si manifestava nel suo significato più profondo. Cercavo un senso che legasse i doni che ricevevo, perché sentivo che mi stavo perdendo la parte migliore»
Daniela Russo Krauss con i bambini incontrati durante il viaggio in missione in Perù
L'irrequietudine del passato e la svolta in missione
Nel 2015 arriva il viaggio in Perù, in missione. Lì qualcosa inizia a cambiare radicalmente nel tuo modo di vedere gli altri e te stessa.
«Volevo tornare in Sud America, ma una mia amica andava in Perù in missione. Ho deciso di andare con lei per non essere sola. In quell'orfanotrofio sperduto sulle Ande, le mie priorità si sono capovolte. In un contesto di povertà estrema, se non ti metti a nudo nella relazione, non vai da nessuna parte. I bambini mi sono stati maestri: mentre io pensavo di prenderli per mano per guidarli, in realtà erano loro che guidavano me in una strada più grande, mostrandomi che la vera ricchezza non sta in ciò che portiamo, ma in ciò che siamo disposti a ricevere nudi e crudi. Mi hanno mostrato che vivere con l’essenziale è possibile e che il desiderio non si concretizza in qualcosa di materiale, ma in una relazione vissuta diversamente.»
La camera sterile: spogliarsi per rinascere
A 27 anni, però, arriva la diagnosi di leucemia. In pochi secondi tutto va in "pausa". Come hai vissuto quell’impatto?
«Sembra paradossale, ma la corsa in ospedale è stata bella. È stato il momento in cui ho capito che esisteva davvero la possibilità di ricominciare. Ho capito che non esiste una fine senza un inizio, come non può esserci un nuovo inizio senza passare da una fine. In quel momento, quella frenesia e quell'irrequietudine che mi portavo dentro stavano giungendo al loro compimento. Davanti a me non c'era solo la possibilità di morire, ma quella di rinascere attraverso un cambiamento. Ricordo i tre gesti che mi hanno chiesto i medici entrando in camera sterile: spogliarmi, lavarmi e rivestirmi. Li ho vissuti come un rituale sacro. Spogliarmi degli abiti era levarmi di dosso pesi che non ero stata in grado di lasciare davanti al Signore. Lavarmi è stata la mia prima confessione. E indossare quegli abiti sterili di plastichina verde, per me è stato come indossare il primo vero manto.»
In quel calvario non hai mai pregato per la tua guarigione, ma per la tua salvezza. Quando hai capito che la malattia non era un fine, ma all'inizio di un nuovo ascolto?
«Subito. Appena mi sono seduta su quel letto, guardando il crocifisso, ho recitato l'Ave Maria fermandomi intenzionalmente dopo la parola "adesso", come mi aveva chiesto di fare suor Monica. Ho ricevuto la pace nel cuore perché sapevo che la malattia era il mio "adesso", ma non era l'ora della mia morte. Io non ero la mia malattia, ero Daniela per la prima volta. La malattia era la mia "porta stretta", il passaggio necessario per tornare a nascere. Desideravo la salvezza perché, se quello era il passaggio che mi avrebbe condotto alla morte, volevo essere salvata come figlia amata di Dio. La guarigione poteva esserci o non esserci, ma la salvezza era ciò per cui il mio cuore gridava.»
Come si è aperta la strada verso la Comunità Papa Giovanni XXIII? Oggi chi sei e cosa fai concretamente in questa tua "nuova" vita?
«Da qualche anno dicevo con insistenza al mio padre spirituale che intendevo rimettermi a servizio, ma che non potevo più accettare l'idea di un impegno parcellizzato, ridotto a turni lavorativi o vincolato alle ore di un cartellino aziendale. È stato lui a dirmi che la risposta alle mie domande era la Papa Giovanni. Oggi sto cercando di orientarmi in un ambito nuovo e stimolante: mi hanno chiesto, di essere animatrice generale nel Servizio Educazione e Famiglia (SEF). È una sfida grande, perché mi sembra di avere tra le mani una lente grandangolare sulla Comunità. Sono membro effettivo da pochissimo, sto ancora imparando i meccanismi di questa realtà così complessa. Parallelamente, porto avanti il mio impegno nel mondo del carcere. È un luogo che mi mette costantemente alla prova: i detenuti mi fanno da specchio, tirano fuori la mia fragilità e il mio giudizio. Ma lì sono chiamata a riconoscere il volto di Dio dove è più difficile. Se io posso ancora amarli, allora anche loro possono tornare ad amarsi.»
L'arte che fiorisce nel limite
Come si conciliano la tua fede e la tua arte oggi?
«Don Oreste Benzi parlava di "vocazione creativa" e io oggi sento che la mia arte è fiorita proprio nel limite. Ho sperimentato la Danzaterapia con i ragazzi con disabilità e ho visto emozioni incredibili venire fuori. Oggi la danza e la pittura non sono più un "lavoro" o un modo per nutrire l'ego, ma una ricerca del movimento autentico. Anche se fisicamente ho dei limiti nuovi — i polmoni non si riempiono più come prima, il cuore non regge certi sforzi — questi limiti mi ricordano di cercare ciò che mi rappresenta davvero. L'arte rieduca alla bellezza e riporta lo sguardo su qualcosa di bello. E questo è un messaggio di fede: il trovare la bellezza lì dove sembra non esserci più».
Se dovessi dipingerti in un'immagine, con le tue forme e i tuoi colori, come ti rappresenteresti oggi?
«Non saprei scegliere un colore o una forma, ma potrei essere un mazzo di fiori di campo in cui io non so più quale fiore sono. Scherzo sempre sul fatto che ho due DNA: quello del mio donatore e quello mio originario. Visivamente sono una, ma dentro siamo in due. Sono qui perché c'è con me il Signore e perché c'è il sangue di qualcun altro che mi scorre nelle vene. Non sono una forma unica, ma un insieme che ne raccoglie altre; un colore composto dal colore degli altri. Mi sento come il volto sulla copertina del mio libro: da una parte finito e dall'altro no, in un continuo cambiamento. Una trottola che gira, ma non più nella frenesia di prima. Giro perché cambio, perché qualcosa dono e qualcos'altro ricevo.»